Traffic

Un giudice d’assalto incaricato dalla Casa Bianca intende sgominare il traffico di droga tra gli Stati Uniti e il Messico, ma deve rassegnarsi a occuparsi dei risvolti privati della questione quando scopre che sua figlia è una tossicodipendente. Il referente messicano del giudice si rivela essere al soldo di una grossa organizzazione locale; la moglie di un uomo d’affari americano scopre che il benessere nel quale vive è il frutto del traffico di stupefacenti e fa di tutto pur di conservarlo. Con Steven Soderbergh, tornato alla ribalta grazie al successo di
Out of Sight
e
Erin Brockovich
, il problema è sempre lo stesso. È un cineasta senza personalità né stile, ma che – alla stregua di Oliver Stone – si impegna a fondo per ostentarne uno, o anche più di uno come accade in
Traffic
. La cosa, naturalmente, può dare ai nervi; ciò malgrado in questo film, assai meno gratuito de L’inglese, funziona a sufficienza la scelta di intrecciare tre e più storie, dando allo spettatore la costante impressione di smarrire la bussola. O meglio, funziona finché il meccanismo non si logora e non diventa ripetitivo e accademico. Visivamente, il film al quale
Traffic
assomiglia maggiormente è
JFK
del sunnominato Stone, poiché l’obiettivo è un po’ quello di restituire un quadro frammentato e formicolante di un traffico che non può essere debellato negli Stati Uniti per la semplice ragione che l’economia del Paese prolifera proprio grazie al commercio illecito.

Soderbergh esibisce un massimalismo stilistico abbastanza estetizzante, con ciascun ramo del racconto connotato da una visualizzazione adeguata e artificiosa (tutta la vicenda ambientata in Messico, per esempio, ha un taglio documentaristico, con largo impiego della macchina a mano e una dominante cromatica giallo-ocra). Tuttavia rivela un discreto spessore creativo l’idea di elaborare un tessuto narrativo e iconografico «meticciato» e multiculturale, al cui interno l’immagine del caos rimanda alla varietà di razze, stili di vita e condizioni sociali coesistenti, e dove il «traffico» stesso diventa metafora delle relazioni umane, da esso inevitabilmente condizionate. E le sequenze situate nel ghetto afroamericano, come già in
Out of Sight
, forniscono un contrappunto fortemente antagonista all’upper class infida, corrotta o anche solo benpensante e integerrima. Troppo lungo? Troppo sconclusionato? Troppa carne al fuoco? Prendere o lasciare, questo è Steven Soderbergh: il quale, sedotto dalle lusinghe hollywoodiane, avrebbe potuto anche fare di molto peggio.
(anton giulio mancino)

Le regole dell’attrazione

Il Camden College è una piccola università del New England frequentata da ragazzi ricchi e di buona famiglia. Sesso (molto), amore (poco), droga, noia, festini e molto poco studio caratterizzano la vita di rampolli che, in attesa di affrontare la vita che i loro genitori gli hanno preparato, passano il tempo buttandosi via ma soprattutto annoiandosi a morte.

«Dalle menti perverse che hanno creato
Pulp Fiction
e
American Psycho»,
strilla la locandina italiana del terzo film di Roger Avary, arrivato in Italia con due anni di ritardo rispetto alla sua uscita negli Stati Uniti. In effetti il regista è uno degli sceneggiatori del film di Quentin Tarantino e il soggetto è tratto dall’omonimo romanzo di Bret Easton Ellis, uno dei meno riusciti fra quelli dello scrittore americano. Già regista dell’ottimo
Killing Zoe
e del trascurabile
Mr. Stitch – Pensieri residuali,
Avary si cimenta senza troppa fortuna con i belli e annoiati dell’autore di
American Psycho,
altro romanzo portato con scarsi esiti sul grande schermo. Il suo film tenta la carta del ritratto generazionale ma è troppo frammentato per essere davvero incisivo. Intorno a ognuno dei personaggi, compreso Sean Bateman, il fratello del protagonista di
American Psycho,
viene costruita una microstoria e l’insieme delle microstorie dovrebbe costituire la sostanza del film. Complice un romanzo di non facile trasposizione cinematografica, i propositi del regista vanno però in fumo. Allo spettatore restano dei bozzetti un po’ noiosi e la sensazione di aver assistito a un paio di puntate di telefilm. Forse andrà meglio con
Glamorama,
l’ultimo romanzo di Ellis che Avery ha già annunciato di voler portare al cinema.
(maurizio zoja)