La venexiana

Un giovane forestiero arriva in visita a Venezia durante la Festa del Ringraziamento. In una sola notte diviene la preda di due bellissime aristocratiche del luogo. Tratto da una commedia di un anonimo del Cinquecento, un film pseudoerotico estremamente ben fotografato (da Beppe Lanci) ma privo di nerbo, idee e reale divertimento. Jason Connery è il figlio del ben più celebre Sean.
(andrea tagliacozzo)

Domenica

L’ispettore Sciarra è malato terminale. Al suo ultimo giorno di servizio deve condurre all’obitorio una bambina, per farle riconoscere il cadavere del suo presunto stupratore. I due si perdono e si ritrovano più volte nei meandri di Napoli. Uno spunto simile a quello de Il ladro di bambini, con una scelta di messa in scena debitrice alla Napoli di Martone. Ma non basta nascondere il sole per andare contro lo stereotipo, e l’impermeabile mitchum-caccioppoliano di Amendola – quasi parodistico – sembra l’emblema stesso del film. Che certo non aveva ambizioni «sociali», ma tantomeno riesce a essere un melodramma. Wilma Labate si aggira per una Napoli più smorta che astratta, dirige male gli attori (specie la bambina) e rimane vittima di una sceneggiatura artificiosa, con flashback pleonastici, dialoghi improbabili e svolte narrative che si intuiscono con mezz’ora di anticipo. Non fosse per il Cinemascope,
Domenica
si potrebbe scambiare per una fiction televisiva qualsiasi. Volenteroso Amendola, intensa e sacrificata Annabella Sciorra.
(emiliano morreale)

Ultrà

Sulla falsariga del crudo realismo di
Mery per sempre
, una storia di disagio sociale ambientata tra la tifoseria più calda e violenta di una squadra di calcio. Dopo due anni trascorsi in carcere, Luca, indiscusso capo degli ultrà romanisti, torna ad aggregarsi ai vecchi compagni in occasione della delicata trasferta della Roma a Torino contro la Juventus. Bravi quasi tutti gli interpreti, anche se Ricky Tognazzi non riesce a scavare a fondo nel vissuto dei personaggi e il ritratto dei tifosi che ne viene fuori finisce per risultare superficiale, banale e stereotipato. E viene il dubbio che l’argomento sia stato strumentalizzato solo a fini spettacolari.
(andrea tagliacozzo)

Soldati – 365 all’alba

È il film che ha rivelato il regista Marco Risi (figlio del grande Dino), prima ancora del più noto
Mery per sempre
, girato due anni più tardi. Durante il servizio militare, un tenente, frustrato nella carriera come nella vita privata, prende di mira una recluta, che ritiene, a torto, la causa di una sua mancata promozione. Ma il giovane non intende piegarsi all’ufficiale. Convenzionale l’approccio al tema e lo schematismo del rapporto conflittuale tra la recluta e l’ufficiale. Buona, comunque, l’interpretazione di Claudio Amendola. Ridicolo, invece, il finale. Le scene notturne della camerata, sia per la musica che per la fotografia, sembrano vagamente ispirate a
Full Metal Jacket
, il film che Stanley Kubrick realizzò in quello stesso anno.
(andrea tagliacozzo)

Un’altra vita

Terzo film di Carlo Mazzacurati, dopo
Notte italiana
dell’87 e
Il prete bello
dell’89. A Roma, il dentista Saverio cura d’urgenza Alia, una bella immigrata russa della quale s’innamora. Dopo una notte passata insieme, la ragazza sparisce improvvisamente. Partito alla disperata ricerca di Alia, il dentista fa la conoscenza di Mauro, l’ex amante della giovane. Film suggestivo, specialmente nelle sequenze notturne, e decisamente ben girato.
(andrea tagliacozzo)

La fisica dell’acqua

Dopo aver perso il padre, durante i suoi primi anni di vita, il piccolo Ale ora vive in tranquillità in una villetta sul lago insieme alla mamma.
Ma all’improvviso arriva Claudio, lo zio, uomo inafferrabile e testardo, deciso a vendere la villetta dove abitano i due.
Il piccolo preso dalla follia, decide di sabotare i freni dell’auto di Claudio, su cui però, di sorpresa, all’indomani salirà anche la mamma. L’auto non risponde ai comandi, e i due hanno un incidente.
Il Commissario di Polizia si prenderà cura del piccolo, ma vuole cercare la verità.

Denti

Sergio Rubini ha due incisivi enormi e una compagna bella e aggressiva che, nel corso di una lite, si premura di spezzarglieli. La peregrinazione da un dentista all’altro alla ricerca di un rimedio si trasforma in un viaggio allucinato alla ricerca della felicità e di una nuova vita. Come al solito, con Salvatores, ci si ritrova alle prese con un film e un cineasta divisi da una profonda incomprensione. Da un lato il regista profondamente legato agli anni Settanta (Procol Harum & co.), dall’altro l’intellettuale che tenta in tutti i modi di sintonizzarsi sulle nuove emergenze tecnologiche e linguistiche. In mezzo, un vuoto pneumatico di idee che un florilegio di stili non riesce a nascondere: anzi denuncia crudelmente. Ma poi, nella vicenda odontoiatrica del film, qualche idea potrebbe pure esserci. Salvatores intuisce che il cinema che conta oggi si gioca tutto sulla sparizione del campo: sull’immanenza dell’immagine autosufficiente e senza profondità, sull’abolizione del fuori-campo. E fin qui ci siamo. Salvatores intuisce gli snodi cruciali del raccontare per immagini oggi. Sa come manipolare suoni e montaggio, anche se il prologo (in perfetto stile
Pink Floyd Live at Pompei
) dice tutt’altro sul Nostro… Ma, come ogni buon contenutista della sua generazione, non riesce ad accettare la libertà che il vuoto necessariamente comporta. Salvatores, insomma, non riesce a far cinema dopo «la morte del cinema» e quindi si aggrappa inutilmente alla parola nella sua forma più deteriore: la sceneggiatura.
Denti
, invece di inebriarsi del nulla che lo costituisce e che solo avrebbe potuto salvarlo, arretra terrorizzato e cerca redenzione in un inquietante psicologismo d’accatto (viva la mamma…). Errore di prospettiva e di metodo. Il flusso visuale post-cinematografico, infatti, non è l’equivalente del flusso di coscienza di Joyce, di Svevo, di Musil. Non basta smontare la linearità della narrazione per ritrovare la vertiginosa profondità della parola-sonda che rivela mondi e sentimenti. La contraddizione di
Denti
, film di pure superfici, è di voler annullarsi in una parola in grado di orientare il flusso delle immagini. Il suo fallimento è tutto racchiuso in questo cortocircuito: la parola non può redimere l’immagine e l’immagine ormai viaggia senza la parola. In questo senso, la letteratura del Novecento non solo ha anticipato il cinema, ma si è spinta in regioni che sono e saranno sempre restie al
visuel
. Al cinema (quel che ne resta…), per trovare una nuova forma di verginità linguistica, non rimane altro che dover giocare con i simulacri della propria finitezza. Salvatores invece continua a parlarci di corpi addirittura pre-cinematografici, con un linguaggio che invece si vorrebbe giunto alla fine stessa delle immagini.
(giona a. nazzaro)

Il partigiano Johnny

Beppe Fenoglio e il suo capolavoro, Il partigiano Johnny , non c’entrano affatto con l’omonimo film di Guido Chiesa: il quale, non si sa come né perché, ha dedicato molti di questi ultimi anni a condurre un porto un progetto che, bisogna ora ammettere, non aveva i necessari requisiti intellettuali per affrontare. Il film non soltanto è brutto e privo di qualunque corrispondenza profonda con la pagina fenogliana, ma è anche la dimostrazione di come – partendo da una fasulla visione didattica e divulgativa della Storia, affidata chissà perché a uno stile frenetico e confuso alla Mtv – si cerchi oggi di ricostruirsi una coscienza militante che tuttavia non va oltre la velleità pseudo-intellettuale di vivacizzare il passato per trasformarlo in lezione aperta. Il film comincia così a esplicitare la sua insipienza, o per meglio dire il suo banale didascalismo documentario, utilizzando sui titoli di testa spezzoni di cinegiornali che vengono dichiarati come tali in termini sciaguratamente post-moderni. Rigature, sgranature, sbalzi di pellicola che con ogni probabilità non corrispondono allo stato attuale dei materiali dovrebbero garantire – secondo Chiesa – l’originalità di questi cinegiornali: usurati dal tempo e, si presume, dall’oblio, affinché il film potesse arrogarsi il paternalistico diritto di restituirli alla loro immediatezza presente. L’autore confonde in sostanza la modernità con l’estetica da videoclip, denotando una grave mancanza di ispirazione e di adesione profonda alla materia trattata. Il risultato è che il film non riesce a far durare ogni sequenza più di uno o due minuti; salta di palo in frasca, incapace di governare l’economia narrativa; perde per strada personaggi ed eventi; si appoggia in maniera assai legnosa, e oltre i limiti consentiti dal buon senso, alla voce fuori campo del protagonista, quasi volesse a tutti costi restituire quell’impatto della pagina letteraria che non è stato in grado di reinventare.
Ma non si pensi che il film opti per una soluzione rigorosamente antispettacolare: le cosiddette scene di massa infatti ci sono, anche se talmente accademiche da denotare una dimensione da puro set e da prosaico dispiego di comparse. Non è questione di budget, ma di capacità di usare lo spettacolo a fini drammatici, sulla scorta dell’esempio di Salvate il soldato Ryan . Capacità che a Chiesa fa del tutto difetto, e che è stato imprudente portare allo scoperto. Ecco quindi affiorare ovunque chiari segni di imperizia nella messa in scena e nell’articolazione del racconto, nonché nei tentativi di recuperare intellegibilità in extremis attraverso l’uso di flashback subliminali. Per non parlare dell’uccisione della spia da parte di Johnny, che impugna un’arma per mano come in un film d’azione di Hong Kong (già, la modernità!), o della canzone «Over the Rainbow» usata come sottotesto per esprimere la disperazione e l’illusione frustrata di Johnny sperduto sulla neve (per inciso: la canzone e il film Il mago di Oz arrivarono in Italia solo a guerra finita). Né si può chiudere un occhio su quel finale visibilmente, ma non volutamente, monco. O, ancora, sugli stessi attori principali, che in fatto di credibilità lasciano molto desiderare: da Stefano Dionisi e Fabrizio Gifuni a Claudio Amendola, che nel ruolo di un capo partigiano finisce piuttosto per assomigliare a Capitan Findus. (anton giulio mancino)

Ho visto le stelle!

Napoli. Antonio, orfano di entrambi i genitori, è cresciuto con i nonni che lo hanno riempito di attenzioni. Soprattutto con il nonno, originario di Milano, il ragazzo ha instaurato un rapporto particolare, diventando il suo migliore amico e imparando a sfruttare il grande potere della fantasia. Una volta cresciuto, Antonio decide di partire per Milano con la speranza di diventare famoso. Lo accompagna l’amico di sempre, Eugenio. Antonio ha risposto ad un annuncio su Internet tramite il quale si cercano concorrenti per un reality show internazionale. Il concorso è una truffa ma Antonio non se ne accorge, rendendosi addirittura disponibile a fingersi gay per potervi partecipare e credendo che tutte le persone che incontra siano comparse pagate dalla produzione. Incapace di distinguere la realtà dalla fantasia, affronta la vita come se fosse una soap opera. Ma l’amore, quello autentico, è dietro l’angolo…

Ho visto le stelle!
potrebbe essere un
Truman Show
tarocco, comperato in un mercatino napoletani. Come la pellicola americana, anche il film di Salemme mette alla berlina i reality show televisivi. Ma il reality show non esiste. È solo una truffa in cui cade il protagonista. Niente telecamere nascoste e niente Grande Fratello che manovra i fili del destino di un uomo. Tutto si regge sull’apparenza, sulla fantasia, vero filo conduttore della storia. Intorno tanta comicità nel solco della tradizione della commedia partenopea. Salemme è il capocomico. Al suo fianco la spalla di sempre, Maurizio Casagrande. I due citano a piene mani
Totò, Peppino e la…malafemmina,
sembrano due emigrati del dopoguerra che strabuzzano gli occhi davanti alla grande metropoli, fonte di gag sul nome delle vie e sulle ragazze disinibite di città. E la memorabile scena in cui Totò e Peppino devono scrivere una lettera viene ricreata con l’ausilio di un pc portatile. È un film in cui si ride, diretto in modo onesto, in cui compare un volto noto della comicità milanese degli anni Sessanta-Settanta: Gian Fabio Bosco, in arte Gian, in una gustosa interpretazione del nonno milanese. La parte della bellona stavolta è affidata ad Alena Seredova, che durante tutto il film pronuncia circa una ventina di parole. Ma in fondo le belle ballerine della rivista non servivano solamente per stimolare il protagonista dello spettacolo?
Ho visto le stelle!
è un grande spettacolo che ruota tutto intorno alla figura istrionica del protagonista. Salemme
è
il film: recita in dialetto, fa la macchietta dell’omosessuale, e addirittura canta una canzone accompagnandosi al piano, una vera serenata napoletana.
(francesco marchetti)

Caterina va in città

Settembre 2002. La famiglia Iacovoni, Giancarlo, Agata e la figlia Caterina, si trasferisce a Roma da Montalto, paesino della provincia laziale. Tutti e tre vivranno una piccola rivoluzione. Giancarlo, insegnante di ragioneria, vuole uscire dall’anonimato e sfondare come scrittore. Per questo spinge la figlia a frequentare compagne di classe appartenenti a famiglie influenti. Caterina, tredicenne con la passione per il canto polifonico, si trova così catapultata nel mondo di Margherita, piccola leader di sinistra, figlia di una scrittrice e di un intellettuale. Poi partecipa alle feste esclusive di Daniela, figlia di un politico della maggioranza di governo. Anche Agata, nel suo piccolo, vivrà un grande cambiamento, trovando in un altro uomo l’attenzione e la gioia che il marito, troppo occupato ad inseguire sogni di gloria, le nega.
Paolo Virzì rispolvera il canovaccio usato per tutti i suoi precedenti film: quello dell’incontro-scontro tra mondi diversi. Da una parte la gente cosiddetta normale e dall’altra i privilegiati: politici, scrittori, vip. Gli eletti e gli esclusi. Da un lato l’ambiente ricco della nuova destra al governo e quello degli intellettuali di sinistra, girotondisti e un po’ snob. Dall’altro la famiglia Iacovoni: Caterina, che vuol vedere tutti felici; Agata, che desidera una vita semplice e Giancarlo che non ci sta e vorrebbe stare tra gli eletti. Imbarazzante, ingombrante e senza talento, finirà per ammalarsi di depressione. La moglie e i parenti burini di Montalto, ha detto lo stesso regista, sono invece parte di un’Italia ancora pura, che non mira a diventare famosa. In “Ovosodo,” il protagonista trovava la felicità facendo l’operaio in una fabbrica e mettendo su famiglia. Qui il messaggio è simile: meglio coltivare il proprio orticello che cercare di entrare in un mondo che non è il proprio, perché ci si scotta e si finisce per soffrire. Troppo buono questo Virzì. Predica la grazia e l’innocenza, racconta la genuinità delle borgate, ma dal suo film emerge lo snobismo di una sinistra che ha perso il contatto con la gente, oltre che le elezioni. Gli attori sono bravi, Castellitto su tutti, e la giovane protagonista Alice Teghil è una bella sorpresa. La storia però è troppo piena di cliché. Una commedia di buon livello, divertente in molti punti ma troppo simile ai precedenti capitoli della filmografia del regista. (francesco marchetti)

Mery per sempre

Un insegnante viene nominato al carcere minorile di Rosaspina, e deve scontrarsi con l’ostilità dei ragazzi e degli impiegati e con le tensioni provocate dall’arrivo in carcere del «femminiello» Mery. L’incontro tra il robusto mestiere di Risi, il didatticismo democratico di Rulli e Petraglia e il naturalismo un po’ morboso di Aurelio Grimaldi (autore del romanzo-verità da cui è tratto il film) riesce a infondere vita in un cinema italiano al termine del peggior decennio della sua storia. Molti i compromessi (dall’uso della musica alla presenza di Michele «Piovra» Placido) ma è comprensibile: questo film apriva le cataratte, faceva approdare sullo schermo con forza devastante una realtà che, a dispetto di tutto il filone del cinema politico, non si vedeva da decenni. Oggi
Mery per sempre
appare un film datato ma, se rivisto con occhio di «storici», utile nell’affermare quella riscoperta della realtà che ha preparato il terreno a film come
Il ladro di bambini
.
(emiliano morreale)

Il ritorno del Monnezza

Rocky Giraldi (Claudio Amendola) è il figlio di Nico Giraldi, poliziotto trucido della Roma che fu. Anche lui è nella polizia e usa gli stessi metodi disinvolti e arruffoni per contrastare la criminalità. Gli si presenta un nuovo caso, apparentemente banale: l’omicidio di un modesto ladro d’appartamenti. Spalleggiato dalla collega e amica  Betta e dal ladruncolo Tramezzino, scoprirà che dietro al caso si cela un complesso e torbido giro, che include politici e avvocati, droga e denaro sporco.
C’era davvero bisogno di dare un seguito alle avventure dell’ineffabile Nico Giraldi, poliziotto borgataro comparso per la prima volta nel 1976 ne Il trucido e lo sbirro di Umberto Lenzi? Che bisogno c’era di recuperare il mitologico Monnezza, osteso alle masse da Tomas Milian, per la voce di Ferruccio Amendola e le immagini di Bruno Corbucci? L’operazione è nata negli uffici della Cecchi Gori, dopo aver constatato il possente riscontro che l’epopea trash del Monnezza riscuote oggi nel circuito dell’home video. La prima urgenza che ha partorito questo sequel è stata economica, dunque, com’era immaginabile. Non è scandaloso, ma è un punto di partenza che è bene ricordare, soprattutto a coloro che sono particolarmente affezionati al poliziotto in tuta unta. Non che negli anni Settanta si girasse per beneficenza, beninteso. Ma quella era la stagione naturale di Nico Giraldi; riproporlo dopo venticinque anni di silenzio ha un significato diverso.
Carlo Vanzina alla regia, dunque, con Amendola junior, erede naturale del personaggio doppiato dal padre, che interpreta Rocky, il figlio di Nico che abbiamo visto nascere su un camper in Delitto a Porta Romana . La sceneggiatura passa ancora per le mani di Vanzina, che assieme al fratello Enrico e a Piero De Bernardi, cerca di attualizzare personaggio e vicende. Nelle intenzioni, più che il protagonista e il tono del film, dovrebbero cambiare i cattivi e il contorno sociale. Ma in realtà cambia un po’ tutto.
Claudio Amendola dovrebbe avere le migliori credenziali per impersonare un romanaccio, simpatico, villoso e con un parlata dialettale a prova di dna. Il problema è che, al contrario di Tomas Milian, fa ridere poco o niente. A penalizzarlo è la sceneggiatura, che gli cuce addosso un personaggio spuntato dal buonismo e dalla correttezza politica. Ne esce un «Robin Hood dei poveri» (parole di Amendola stesso) che difende extracomunitari e disabili, sorride tanto e sproloquia poco. Almeno rispetto all’originale. Tutto molto nobile ma francamente poco efficace. Anche Betta, la sua compagna, risulta affetta dallo stesso male: romantica  e de-volgarizzata, resta semplicemente bella e noiosetta. Le risate migliori – e sono comunque poche – le strappa Enzo Salvi, che con Tramezzino raccoglie l’impegnativa eredità di Bombolo. Non gli assomiglia, ma è il più fresco dei personaggi.
Vanzina filma senza acuti visivi una storia edificante, che col passare del tempo si allontana dall’immaginario monnezzaro per rientrare in quello tradizionale vanziniano. Dalle parti del finale il trentaduesimo inseguimento del film si svolge in motoslitta e diventa difficile non pensare ai vari Vacanze di Natale . Non basta disseminare il film di omaggi iconici e qualche battuta trapiantata dall’epoca d’oro.
Il risultato è che la versione riveduta e corretta delle avventure di Nico Giraldi è un insuccesso, o addirittura, un peccato. Soprattutto, un aggiornamento così «vanzinizzato» e buonista perde mordente e non fa ridere. La volgarità patinata perde il confronto con quella greve ma autocompiaciuta. Se il trash si regge sull’esasperazione, sul paradosso, allora questo film ha mirato troppo basso. Ma se non si voleva (o non si poteva?) calcare la mano – o perlomeno muoversi verso la direzione originaria – si torna alla domanda iniziale: che senso aveva quest’ostinato recupero?  (stefano plateo)