Les Biches – Le cerbiatte

Piccolo capolavoro – poco noto in Italia – di Claude Chabrol. Se di giallo si tratta (l’autore francese è uno dei più costanti e prolifici specialisti del genere),
Les Biches
(Le cerbiatte) è un giallo dei sentimenti e delle passioni estreme: sfocia in un delitto che è un gesto emblematico e paradossale, e soprattutto non comporta alcun meccanismo poliziesco. Suddiviso in capitoli come un romanzo, il film racconta dell’amicizia morbosa di due ragazze, Frédérique e Why (rispettivamente, Stéphane Audran e Jacqueline Sassard), conosciutesi per caso e immediatamente divise dall’amore per un uomo. Visivamente stilizzato e tuttavia mai gratuito nelle soluzioni registiche,
Les Biches
si lascia ammirare per la consueta e perfida reticenza con cui Chabrol sviluppa il racconto disseminandolo di indizi fatali, nonché per l’introduzione – per la prima volta nel suo cinema – di una sensualità esplicita che contribuisce all’ambigua e inquietante atmosfera del racconto.
(anton giulio mancino)

La demoiselle d’honneur

Giunto al suo cinquantunesimo film il vecchio Chabrol non demorde, non rinuncia agli argomenti che hanno caratterizzato gran parte della sua produzione, fin dai tempi di
A doppia mandata
per arrivare al bellissimo

Il fiore del male
dell’anno scorso.

Così ancora una volta il centro della sua osservazione è la provincia francese con la sua borghesia, piccola o grande, dentro cui si annidano conflitti, pericolose inclinazioni, celate mostruosità e scoppi di follia. E ancora una volta il canovaccio è quello del giallo, sulla falsariga del suo amato Hitchcock, di cui Chabrol da sempre riprende la tecnica di una suspense che non è tanto dell’enigma e del suo svelamento, quanto delle impalpabili indicibili sensazioni di un disastro immanente. Come già ne
Il buio della mente,
anche per
La damigella d’onore,
il regista ricorre al romanzo della giallista Ruth Rendell, che si muove un po’ sulla strada di Patricia Highsmith e che alcuni giornalisti considerano una grande quando invece è soltanto un’abile artigiana, attratta dalla pazzie domestiche.

Quanto basta però a Chabrol per tessere la sua maglia descrittiva sulla trama adusata della scrittrice, con un’eleganza e una linearità che il tempo ha perfino asciugato. Il film racconta qualcosa che la lettori e spettatori conoscono già, perché il tema, da Gide
(Le cave du Vatican)
alla Highsmith
(Sconosciuti in treno)
ad Alfred Hitchcock
(Nodo alla gola)
di tanto in tanto si ripresenta, più o meno rielaborato: quello del delitto gratuito, commesso per rendere indissolubile ogni legame e sentirsi al di sopra del bene e del male. Qui viene commesso da una folle ed esaltata ragazza di cui si è profondamente invaghito un giovane dabbene, timido e introverso oltre che probo capofamiglia.

Il film comincia col descrivere lui e la sua famiglia: la madre parrucchiera e due sorelle, la maggiore in procinto di sposarsi e la minore avviata alla droga. Ed è proprio al banchetto di nozze che il giovane conosce la bizzarra damigella d’onore di cui cade subito preda: è la cugina dello sposo e somiglia in modo impressionante a un’erma che la famiglia aveva in giardino.

Ora però quella testa di pietra il protagonista l’ha nascosta in camera, la tiene sul tavolo quando lavora e se la porta perfino a letto. Senta (così si chiama la folle con riferimento wagneriano, che avrebbe già dovuto mettere in guardia il suo spasimante) vive dentro un discorso di follia, in cui realtà e immaginazione si confondono e confondono l’amico, alla sua prima, si intuisce, esperienza sessuale e sentimentale e inadatto per struttura psichica a reggere una tale carica di esaltazione paranoide.

Qui mi fermo, per non svelare una trama che, come tutti i thriller che si rispettano, ha le sue sorprese, anche se in Chabrol ha maggior peso l’inespresso, il non detto, rispetto a quello che realmente accade; o in altre parole: quei grumi di demenza affioranti da ogni personaggio sono più sottilmente angoscianti che non la follia patente di Senta.

Con una tecnica, che deriva da Hitchcock, Chabrol investe la sua provincia di un’ironia che non salva nessuno e carica la tensione con piani-sequenza che si soffermano su inquietanti quanto apparentemente innocui particolari. Inquietanti perché suggeriscono, alludono e non risolvono. Così come non risolve il regista, che si limita a chiudere la feroce e bellissima messa in scena con un finale di comodo, a dimostrazione di quanto poco gli interessi concludere, attratto com’è da sempre dai risvolti oscuri della psicologia «comune» e dai riti sociali di sopravvivenza.
(piero gelli)

Il buio nella mente

A Saint-Malo la famiglia Lelièvre assume una nuova governante, Sophie (Sandrine Bonnaire). Irreprensibile nella conduzione delle faccende domestiche, la donna appare assolutamente impenetrabile agli occhi della famiglia alto borghese, persa peraltro nelle proprie meschinità quotidiane. L’unica persona in paese con cui Sophie riesce a legare è la bizzarra postina Jeanne (Isabelle Huppert). Ma questo legame non è troppo benaccetto ai Lelièvre, e la violenza è pronta a esplodere. Sono oramai più di quarant’anni che Claude Chabrol descrive con pazienza entomologica e crudeltà da aracnide le vicende della Francia rurale e provinciale, concentrandosi sull’astratta ottusità dei meccanismi sociali del volto meno noto di una nazione spesso identificata con il cosmopolitismo della propria capitale. Ma è qui che la Francia di Vichy trova le sue radici. Ed è questa immutabilità, troppo spesso ammantata di un velo di nuova fattura, ciò contro cui si scaglia l’astio rivoluzionario di Jeanne e Sophie. Odio immotivato e freddo e puntuale nella sua scansione. Il titolo originale infatti è
La Cérémonie
, e rivela tutta la fulgida lucidità di una successione di atti, scontati eppure finalizzati, e di comportamenti in apparenza normali, ma posseduti da una violenza inespressa, unico motore di un’esistenza ormai privata dell’ideologia del conflitto di classe.
Il buio nella mente
conferma nel migliore dei modi l’assoluta intangibilità del magistero di Chabrol, che assomma un’opera all’altra, una variazione all’altra con la leggerezza dei
Lieder
di Schubert e la gravità delle sonate di Chopin.
(francesco pitassio)

La damigella d’onore

Nantes. Il giovane Philippe (Benoit Magimel), esemplare di uomo comune, perbene e banale, vive in una palazzina periferica con la madre (Aurore Clèment) e due sorelle. La madre, vedova, per arrotondare le entrate fa la parrucchiera in casa, e, ancora giovane, spera di trovare un nuovo partner, nonostante le delusioni. Colui che manda avanti la famiglia è Philippe, con il suo lavoro di stimato responsabile in una società di costruzioni. Si prende a cuore anche della sorte delle sorelle: la più grande non dà preoccupazioni, sta per sposarsi con un impiegato comunale; ma la piccola traligna, è ribelle, fuma e si droga. Al matrimonio della maggiore, Philippe conosce la damigella d’onore dello sposo, Senta (Laura Smet), e se ne innamora. Artistoide, appassionata, libera da ogni remora morale, la ragazza è l’opposto di Philippe. «Tu sei l’uomo della mia vita» gli ripete più volte lei e gli propone, per sancire indelebilmente il legame d’amore, un patto di sangue, come uccidere qualcuno. Philippe a questo punto comincia a intuire che Senta è ben diversa da come gli è apparsa, un’affascinante creatura dal temperamento artistico e un po’ anarchico, in realtà tenera e sola, da proteggere e inserire dentro l’alveo delle regole borghesi. Ma è troppo tardi, la passione lo travolge, cede ai giochi pericolosi della compagna, anche se solo in parte, non fino in fondo.

Quanti film ha girato Chabrol, da quando, nel 1957, con
Le Beau Serge
sdoganava
La Nouvelle Vague?
Il
Mereghetti
ne elenca 45, ma forse sono anche di più. In tutti comunque, anche in quelli meno riusciti, la mano e l’occhio sapientissimi del regista si fanno riconoscere, nell’abile dosaggio di melodramma e di analisi psicologiche, soprattutto delle patologie umane e sociali. Come l’amico Truffaut, anche Chabrol ha per maestro Hitchcock e lo si capisce da come sa costruire le attese, dall’uso della camera in soggettiva e dalla levità nell’affrontare i temi anche più scabrosi.

La damigella d’onore,
presentato al Festival di Venezia del 2004, esce con un anno di ritardo. Eppure è un film notevole, chabroliano fino al midollo e perfetto per tre quarti, con la sua aria dimessa e l’atmosfera di meschina malinconia.

Chabrol è bravissimo nell’insinuare il disagio e la follia, attraverso un crescendo di indizi, che la cinepresa inquadra e sottolinea con abili stratagemmi. Basta notare come si sofferma sulle due case, quella piccolo-borghese di Philippe e la fatiscente villa della ragazza, quasi a voler contrapporre due diversi generi di alienazione. Ovvio che l’introduzione del tema dell’atto gratuito, come l’uccisione di non importa chi, rinvia il film a una larga casistica e tradizione letteraria e cinematografica, che da Nietzsche, a Dostoevskij, a D’Annunzio, a Gide, in discesa per li rami, conduce a
Nodo scorsoio
di Hitchcock, e ai romanzi, spesso tradotti in film, di Patricia Highsmith e di Ruth Rendell, in un progressivo impoverimento a caso patologico.

E infatti è ancora Ruth Rendell a ispirare Chabrol in questo film, ricavato da un suo romanzo, come già il bellissimo

Il buio nella mente
di dieci anni fa. Ma mentre in quest’ultimo la follia delle due protagoniste (le indimenticabili Sandrine Bonnaire e Isabelle Huppert) è inserita in un contesto di riscatto sociale, in una personalissima e sanguinaria lotta di classe, qui rimane un fatto patologico, nonostante i tentativi di dilatarne la connotazione. La colpa è soprattutto della protagonista, personaggio sfocato e generico, di contro alla precisa caraterizzazione di tutti gli altri. Nonostante ciò, sia ben chiaro, il film è avvincente e vale la pena di non perderlo.
(piero gelli)

A doppia mandata

C’è chi considera A doppia mandata , terzo titolo della sterminata filmografia di Claude Chabrol, una sorta di opera prima. Di sicuro è il primo film a colori dell’autore, il quale al solito – servendosi pretestuosamente di un romanzo di Stanley Ellin, «The Key to Nicholas Street» – mette in scena la porzione di umanità che più gli sta a cuore e su cui amerà sempre infierire: il nucleo familiare borghese dilacerato, con le sue ipocrisie e la sua inquieta convivenza. In una facoltosa famiglia di Aix-en-Provence, tutti – dalla moglie ai figli – sono a conoscenza della relazione extraconiugale di Henri con la vicina Léda. E quando quest’ultima sarà trovata strangolata non resterà che l’imbarazzo della scelta nella ricerca del possibile responsabile. Tutti, a modo loro, sono colpevoli, come sempre nei film di Chabrol. Non si tratta di un capolavoro (anche perché non ci sono capolavori nella filmografia di Chabrol), ma di uno dei suoi film più asciutti, freddi e hitchcockiani. (anton giulio mancino)

Il fiore del male

Elezioni municipali in una cittadina francese. Anne Charpin-Vasseur è candidata a sindaco, anche se suo marito Gérard non è d’accordo. Questa non è una famiglia borghese di provincia come tante altre. Il film racconta le vicende dei sopravvissuti di tre generazioni di Charpin-Vasseur, esponenti di spicco della borghesia bordolese, a partire dalla zia Line che si porta dietro un segreto dal dopoguerra, ad Anne e Gérard che si tradiscono a vicenda, ai loro figli di primo letto (comunque cugini) che si amano. Una pellicola sul tempo che non esiste, sulla colpevolezza che è evitata, ma non espiata e sull’incredibile ripetitività della storia di ogni generazione. Tratto da
Chi è criminale?
di Caroline Eliacheff, il film porta a galla proprio questo e altri interrogativi: chi è il colpevole? Colui che commette il crimine o colui che ne è accusato? E poi, colpevole di che cosa? E poi, se il tempo non esiste… Una trama che continua a fare salti mortali e avvitamenti su stessa, che a tratti appare banale e prevedibile e a volte, invece, inestricabile e surreale. «Il tempo non esiste. Viviamo in un eterno presente», questa la frase chiave che zia Line dice alla pronipote in una sorta di passaggio del testimone, di prolungamento del destino familiare, sempre uguale, generazione dopo generazione. Non certo un film facile, una pellicola impegnativa e da seguire con attenzione. Chabrol, come al solito, non risparmia scene per spiegare la psicologia dei personaggi, martellando su concetti che vuole far metabolizzare allo spettatore. La chiave di lettura è la sua, non ce ne sono altre, questo va sancito continuamente, senza lasciare possibilità di dubbi o fraintendimenti. Un film incredibile, nella cruda accezione del termine, ma come scriveva lo tesso Chabrol nel 1955: «I migliori criteri di un’opera autentica non sono spesso la sua totale incoscienza e la sua perfetta necessità?».
(andrea amato)

Grazie per la cioccolata

La Svizzera del cioccolato. La Svizzera apolide delle cliniche di lusso e delle spider lungo il lago di Lemano. La Svizzera, isola ricca nel cuore dell’Europa unita. Come spesso accade nei gialli firmati da Claude Chabrol, sono gli elementi di contorno a fornire dei dettagli fondamentali alla comprensione del progetto.
Grazie per la cioccolata
è la storia di un veleno nascosto nello zucchero, di persone che si scoprono diverse, che vivono la separazione tra i loro pensieri e le loro azioni. Anche qui, come nelle opere precedenti del regista francese, esiste un mistero (una morte e una nascita poco chiare). Qualcosa verrà scoperto (le cause della morte) e qualcosa (lo scambio dei figli) resterà insoluto. O forse si dissolverà con l’aria nuova del mattino. Compiendo un giro intorno all’enigma, le identità (parlando di nascita e morte si ricade inevitabilmente su questo fenomeno fondatore) non si svelano. Le due famiglie (quella del cioccolato e quella della clinica), le loro relazioni e i loro pericolosi incroci mostrano qualche segreto, qualche smagliatura nella confezione elegante in cui sono avvolti. I rispettivi figli potrebbero essere davvero stati scambiati all’atto della nascita; in fondo poco importa: ogni uomo mostra quello stesso fondo di perversità che contraddistingue la figura di Isabelle Huppert (straniera che accoglie gli amici a casa propria quasi a possederli, donna che avvelena lentamente le persone che ama, quasi per restare con il ricordo doloroso della loro esistenza e della loro fine).
Grazie per la cioccolata
è in se stesso un film sulle perversità, sulle deviazioni che la vita compie, per fatalità o premeditazione (sarà goffaggine o piano calcolato la caduta del cioccolato da cui tutto il mistero si dipana?). La stessa musica, la marcia funebre di Liszt che accompagna il film (è suonata dal musicista famoso e dall’allieva-figlia ideale) è un’altra forma di perversione. Una musica da lutto che va suonata come se fosse una parata, con vigore e senza le malinconie leggere e sinuose del gioco di polso. Questo è anche il programma seguito da Chabrol.
Grazie per la cioccolata
denota una regia pura, semplice e implacabile. Tutti i movimenti di macchina, i cambi di piano, gli stacchi di montaggio sembrano rispondere alla legge dell’economia. Tutto segue un percorso definito e tutto svia dalla comprensione del medesimo. Col passare degli anni ci si rende conto che Chabrol non costruisce gialli a tasselli da completare, ma opere piene. All’apparenza concave e invece pericolosamente ricurve verso l’esterno. Come un gorgo che ti inghiotte.
(carlo chatrian)

Il tagliagole

Chabrol d’annata, e di pregio. Lui è il macellaio di un paese del Périgord. Lei è la maestrina. Diventano amici, ma lui non si accontenta. Intanto una serie di delitti scuote il torpore provinciale. Torpore fino a un certo punto, perché il pranzo di nozze dove vengono a galla le magagne è un gran pezzo di cinema caotico ed esagitato, che si ferma sempre un passo prima della caricatura. La critica ha sempre citato Hitchcock, per il gusto dei dettagli rivelatori, l’attenzione alla psicologie, il rifiuto di una suspense grezza e banale. Infatti si capisce subito chi è l’assassino, ma è il come e il perché che contano. Di più Chabrol ci mette l’ironia e il gusto tutto francese per la comédie humaine. Non vorrei esagerare, ma il Balzac e il Maupassant del dopoguerra è forse lui.
(alberto pezzotta)

Madame Bovary

Emma, giovane e irrequieta moglie di un medico di provincia, flirta dapprima con l’assistente di un notaio, Leon, quindi diviene l’amante del marchese Boulanger. Il romanzo di Gustave Flaubert ha avuto numerose trasposizioni cinematografiche, tra le quali una celebre diretta nel 1949 da Vincente Minnelli. Questa di Chabrol, dal canto suo, non brilla certo per originalità, anche se non manca di buoni momenti e si giova della mano sicura del regista. Brava comunque la Huppert, già diretta dal regista nello splendido
Un affare di donne
.
(andrea tagliacozzo)

Gli innocenti dalle mani sporche

A Saint-Tropez, Julie, annoiata moglie del ricco Louis Wormser, diventa l’amante di Jeff, un modesto scrittore. Assieme a quest’ultimo, la donna progetta l’assassinio del marito. Quando, dopo l’improvvisa sparizione del facoltoso consorte, Julie sta per essere incriminata di uxoricidio, Louis ricompare vivo e vegeto. Uno dei film meno apprezzati di Chabrol, molto intricato nei suoi continui colpi di scena e a volte eccessivamente confuso. Il regista riesce comunque a creare un’atmosfera insolita e suggestiva, anche grazie a un uso eccellente della macchina da presa.
(andrea tagliacozzo)