Stardust

Stardust

mame cinema STARDUST - STASERA IN TV LA FAVOLA PER TUTTA LA FAMIGLIA scena
Una scena del film

Diretto da Matthew Vaughn, Stardust (2007) è ambientato in un universo immaginario, in cui il mondo umano confina con il regno magico di Stormhold. Il giovane Dunstan Thorn (Ben Barnes) riesce a entrare nel territorio di Stormhold e lì conosce la giovane principessa Una (Kate Magowan), che viene tenuta prigioniera da una strega. Tra i due è subito amore e, nove mesi dopo, a Dunstan viene consegnato un bambino, che viene chiamato Tristan.

Anni dopo, Tristan (Charlie Cox) è perdutamente innamorato di una ragazza del suo villaggio, Victoria (Sienna Miller), la quale però non lo ricambia. Anzi, essendo ansiosa di liberarsi di lui, gli dice che acconsentirà a sposarlo se lui le porterà della polvere di stella. Tristan parte dunque alla ricerca di questa polvere, dopo aver assistito insieme a Victoria alla vista di una stella cadente. E, sorprendentemente, incontra proprio quella stella, che sulla terra assume la forma di una ragazza di nome Yvaine (Claire Danes). Ma il cuore di una stella garantisce la giovinezza eterna e tre streghe vanno a caccia di Yvaine. Nel frattempo, il re di Stormhold muore e i suoi figli lottano tra di loro per ottenere il trono.

Chi porterà alla fine la corona di Stormhold? E riusciranno Tristan e Yvaine a non cadere preda delle terribili streghe? Ma soprattutto: Tristan tornerà al suo villaggio tentando di conquistare l’arrogante Victoria o sceglierà un’altra strada?

Curiosità

  • Il film è liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. Lo scrittore, rendendosi conto che una trasposizione cinematografica sarebbe stata adatta agli adulti anziché ai bambini, ha dato quindi il beneplacito a Vaughn e Jane Goldman di accorciare la vicenda e di aggiungere tocchi di humor alla sceneggiatura.
  • Gli incassi sono stati complessivamente di 135.6 milioni di dollari a fronte di un budget di 88.5 milioni.
  • Accolto positivamente dalla critica, il film ha ricevuto il premio Hugo per la miglior rappresentazione drammatica, forma lunga nel 2008.
  • Nel marzo 2006, sono entrati nel cast Robert De Niro, Michelle Pfeiffer, Claire Danes, Charlie Cox e Sienna Miller. Vaughn ha scelto personalmente Danes, Cox e Pfeiffer, mentre le sue due scelte per il ruolo di Capitan Shakespeare erano De Niro e Jack Nicholson. Stephen Fry era entrato in trattative per il medesimo ruolo, ma Vaughn ha scelto De Niro al suo posto.
  • La lavorazione del film è cominciata ad aprile del 2006 ai Pinewood Studios di Londra. Le riprese si sono svolte anche a Wester Ross, in Scozia, all’Isola di Skye, ed in Islanda.
  • La colonna sonora del film è composta da Ilan Eshkeri. È stata pubblicata l’11 novembre 2007 da Decca Records.

I miserabili

Adattamento rispettoso e di buona fattura del classico di Hugo, con intense interpretazioni di Neeson (Jean Valjean), della Thurman (Fantine), della Danes (Cosette) e naturalmente di Rush (l’antagonista Javert). Altro punto di forza sono le riprese “on location” a Parigi (e Praga). Eppure, specialmente nel finale, manca la scintilla che lo faccia davvero svettare.

Le forze del destino

New York, 2021: John (Joaquin Phoenix) giovane professore universitario diretto in Canada, raggiunge la moglie Elena (Claire Danes) per farle firmare le carte del divorzio. Lei è campionessa mondiale di pattinaggio artistico, ed è il perno del business miliardario della sua famiglia. Presto l’idillio col parentado viene spezzato da oscure minacce: Elena confida al marito il timore di complotti a suo danno, lui vuole vederci chiaro e rinuncia a partire. Scappano, capiscono di amarsi ancora e di non poter vivere senza l’altro, vengono ripresi. «Vi voglio bene», dice il capofamiglia, ma intanto assolda un killer per ucciderli. Con l’aiuto del fratello di lei tentano di raggiungere la natia Polonia, ma moriranno assiderati in una landa innevata…
Non è ben chiaro se Thomas Vinterberg (lo stesso di “Festen,” coautore con Lars von Trier del Dogma di cui qui ribalta i principi) abbia voluto realizzare un thriller romantico con nuance futuristiche, o un dramma sentimentale in una cornice apocalittico-fiabesca. Di certo, gli elementi surreali e simbolici sono la parte migliore del film. Il mondo in cui John ed Elena riscoprono di amarsi ricordando il loro incontro nell’infanzia (allusione a un ritorno alle origini?) è un mondo dal clima schizofrenico (la neve a luglio a New York, africani morti congelati, escursioni termiche di venti gradi in una notte sola) che si avvia verso la glaciazione; un mondo il cui il «disordine» si ripercuote sulle comuni leggi umane sovvertendole (i poveri ugandesi volano come angeli e i ricchi americani muoiono a centinaia ogni giorno per misteriosi «infarti di solitudine»); un mondo in cui contro la disgregazione di ogni ordine e senso ci si può appellare solo all’amore e alle forze del destino (cantati «dal cielo» come fa Sean Penn, il fratello di John, che in seguito a una cura sbagliata contro la paura di volare non può più fare a meno dell’aereo e passa la sua vita in volo sciorinando irritanti sproloqui sui legami fra l’uomo e il mondo).
Un film allegorico più che di trama, dunque? È lo stesso regista che risponde: «Ovviamente esiste una storia, una trama, una drammatica catena di eventi. Ma in un certo senso questo è meno importante. Mi immagino che la trama sia lì per trasmettere i nostri pensieri… Penso che “Le forze del destino” sia una fiaba, una fiaba sulla vita…». In verità, spandendo simboli a manciate si rischia di disperderli in rivoli isolati che non seguono una corrente principale. Il risultato è un’aura di millenarismo dislessico che finisce in tragedia mentre dovrebbe dare speranza e confonde solo le idee. A poco valgono le belle ricostruzioni di New York negli studios di Trollhättan, in Svezia, e le musiche di Zbigniev Preisner (prediletto di Kieslowski). (salvatore vitellino)

Piccole donne

Squisita versione cinematografica del classico di Louisa May Alcott ambientato ai tempi della guerra civile che narra di quattro sorelle affiatate che finiscono per dover lasciare il loro rifugio nel New England. Un cast perfetto è capitanato dalla Ryder, la testarda Jo, con la Sarandon, quella forza della natura di Marmee. Non un momento sbagliato o una mossa falsa per l’intero film, anche se i puristi obietteranno che Marmee si riempe la bocca di tesi femministe stile anni Novanta. La veterana caratterista Wickes minaccia di rubare ogni scena in cui compare nei panni della capricciosa zia March. Sceneggiatura di Robin Swicord.

The Hours

Virginia Woolf, Laura Brown e Clarissa Vaughan. La prima vive negli anni Venti, la seconda nei Cinquanta e la terza ai giorni nostri. Sussex, Los Angeles e New York. Tre storie, un unico filo conduttore: il libro Mrs Dalloway. Virginia Woolf (Nicole Kidman) nel 1921 inizia a scrivere il libro che verrà pubblicato nel 1925, Mrs Dalloway appunto. Vive fuori Londra, in una casa di campagna, accudita dal marito e dai medici. La sua malattia mentale avanza e la scrittrice se ne accorge. Laura Brown (Julianne Moore) vive a Los Angeles e nel 1952 inizia a leggere il libro della Woolf. La sua vita sembra normale: ha un marito che la ama molto e un figlio adorabile. La lettura del romanzo, però, le sconvolge la vita e mette in discussione, per la prima volta, tutte le sue certezze. Clarissa Vaughan (Meryl Streep) vive a New York e sta preparando la festa per il suo amico poeta, ex amante, Richard, malato terminale di Aids. Richard la chiama Mrs Dalloway, perché lei ne è l’incarnazione in chiave moderna. Le tre donne ricercano la propria esistenza, il significato della loro vita e, come diceva la Woolf, la vita di ognuno è legata in qualche modo a quella di altri. Tratto dall’omonimo romanzo di Michael Cunningham, pubblicato nel 1998 e premiato con il Pulitzer nel 1999, The Hours è un film sulle fragilità umane, non solo femminili. Tre spaccati di vita, in tre epoche diverse, ma tutte intercambiabili l’una con l’altra. Ottima la regia, il montaggio, la fotografia, le scene, i costumi e, ovviamente, la sceneggiatura. Come spina dorsale del film le tre attrici, al solito insuperabili. Oscar alla Kidman e altre otto nomination. (andrea amato)

La neve nel cuore

Il Natale è arrivato anche per la famiglia Stone. Kelly (Craig T. Nelson) e Sybil (Diane Keaton), insieme ai propri figli, la ribelle Amy (Rachael McAdams), il duro Ben (Luke Wilson), il muto e gay Thad (Tyrone Giordano), Susannah (Elizabeth Reaser) e il figliol prodigo Everett (Dermot Mulroney), che quest’anno presenterà a tutti la fidanzata Meredith (Sarah Jessica Parker), si apprestano a passare tutti insieme un felice periodo di feste nel New Jersey. Ma le cose non vanno proprio come Everett aveva auspicato. Il carattere rigido e orgoglioso di Meredith, forse un po’ sotto pressione perché in un ambiente a lei non usuale, non piace ai membri della famiglia, in particolar modo alle donne di casa. Messa alle strette, Meredith chiama in aiuto la sorella Julie (Claire Danes), sperando di trovare in lei una mediatrice e una complice per far breccia nell’ostile ma unito nucleo familiare. I risultati saranno disastrosi.
Una commedia dai forti toni sentimentali e dal taglio televisivo. Il secondo lavoro alla regia di Thomas Bezucha è una vicenda che ruba un po’ qua e un po’ là nella recente storia cinematografica hollywoodiana, farcendo il tutto con un eccessivo buonismo, a Natale magari tollerabile ma oggi sinceramente difficile da digerire. Una pellicola senza eccessive gemme interpretative in cui Sarah Jessica Parker ripropone il suo fortunato personaggio del telefilm ?Sex &The City,? Diane Keaton non delude ma nemmeno entusiasma, mentre una brava Rachel McAdams (vista di recente nel thriller ad alta quota di Red Eye di Wes Craven) dà ulteriore prova del suo talento anche in una commedia. Forse è questo il punto di forza del film, vedere tre generazioni di attrici l’una accanto all’altra. Non abbastanza per non rimanere delusi all’uscita del cinema. (mario vanni degli onesti)

Un amore senza tempo

Tra ricordi e passioni di tutta una vita, Ann si sta spegnendo. Le stanno accanto le due figlie, un’infermiera e le immagini di un amore incompiuto che lei rievoca svelando la figura di Harris, un uomo che conobbe da ragazza al matrimonio della sua migliore amica e di cui si innamorò. Le tornano alla mente i preparativi per la cerimonia, l’amico Buddy, la severa famiglia bostoniana dell’alta società della East Coast americana, le atmosfere da Grande Gatsby a Newport dove si svolge il racconto, e affiorano le domande mai poste, i rimpianti e le recriminazioni. Sono gli stessi dubbi che le due figlie stanno vivendo, uniti alle paure di sbagliare e contrapposti alla voglia di vivere.

Identikit di un delitto

Il controverso agente Errol (Richard Gere) è prossimo alla pensione, ma ha un ultimo compito da poliziotto in servizio: addestrare la giovane collega Allison Lowry (Claire Danes), destinata a prendere il suo posto. Quando si verifica una strano caso di rapimento che ricorda a Errol un delitto del passato che non era riuscito a risolvere, l’agente finisce per coinvolgere Allison in indagini rischiose e difficili. A complicare ulteriormente le cose ci si mette un’oscura setta dedita alla magia nera.

Stage Beauty

Siamo a Londra, all’epoca di Carlo II Stuart, che fu re in Inghilterra dal 1660 al 1685, dopo che suo padre era stato decapitato (Carlo I) e dopo che Cromwell e suo figlio ebbero regnato repubblicanamente per un decennio. Durante il suo regno successero molte cose, politicamente assai rilevanti, che al film non interessano: l’editto puritano che vietava alle donne di salire sul palcoscenico fu dal re stesso abrogato. Naturalmente, come successe nel cinema al passaggio dal muto al sonoro, molti attori persero il lavoro, tra i quali coloro che si erano specializzati in ruoli femminili. Il film racconta la storia – su un traliccio di verità rintracciabile anche in quel meraviglioso documento dell’epoca che è il Diario di Samuel Pepys – dell’ultimo interprete di ruoli femminili, Ned Kynaston, interpretato da Billy Crudup, intrecciando una vicenda poco credibile, da Eva contro Eva, condita da ambiguità sessual-sentimentale e con scontato lieto-fine.
Il film, che in realtà si salva proprio per la caratterizzazione secondaria, vorrebbe proporsi come genere storico-di costume, costume come marginalia historica di rilevante sociologia, ma con discutibili attualizzazioni, che il regista Richard Eyre pratica con molta nonchalance. Per esempio la ipernaturalistica interpretazione finale dell’uccisione di Desdemona è del tutto improbabile, e qualsiasi storico del teatro ne riderebbe; il duca di Buckingham (Ben Chaplin) che ascolta il derelitto amante in un Hammam simile a quelli di oggi, con tanto di asciugamanino in vita come in un gay-film preAids, lascia molto sconcertati sull’anticipazione dei costumi orientali al XVII secolo (ricordo che le Lettere persiane di Montesquieu risalgono al 1721). Ma sono quisquiglie di fronte alle grossolanità psicologiche delle inclinazioni sessuali del protagonista, incarcerato femmina in corpo maschile per educazione artistica: cioè siamo ancora alle volgarizzazioni più corrive della psicanalisi ad usum delphini, cioè Hollywood anni Quaranta-Cinquanta.
Insomma, un guazzabuglio storicamente e psicologicamente insensato, ma visibilmente molto accattivante e divertente. Tutto ricorda, in bene e in male, nella piacevolezza come nella cialtroneria Shakespeare in Love. Lo si vede e ci si diverte grazie alle interpretazioni di Crudup e di Claire Danes (Maria), al cammeo caricaturale di Carlo II di Rupert Everett, alla simpatica caratterizzazione di Samuel Pepys (interpretato da Hugh Bonneville), alla ricostruzione scenica della Londra e dei teatri dell’epoca. Quanto basta per andare a vederlo. (piero gelli)