Dragonball Evolution

Goku è un giovane guerriero e dopo la morte del nonno gli viene affidata la missione di ritrovare il maestro di arti marziali Roshi. Tutto questo per recuperare le sette sfere magiche del drago prima che finiscano tra le mani delle persone sbagliate.

A Better Tomorrow

Il film che ha rilanciato la carriera di Woo, allora in crisi (tant’è che la vicenda dell’ex mafioso diventato storpio in cerca di vendetta – e forse di redenzione, visto che Woo non è estraneo a concetti occidentali – sarebbe da leggersi in senso autobiografico). Doveva rilanciare Ti Lung, star delle arti marziali, ma è servito soprattutto a lanciare Chow Yun-fat nella parte di Mark Gor, look alla Alain Delon, faccia da bambino e da malandrino. Woo, di suo, ha messo una regia dell’azione ispirata in parti uguali a Zhang Che (il suo diretto maestro) e a Sam Peckinpah, oltre al senso dell’onore e dell’amicizia e alla visione tragica della vita che viene dai wuxiapian. Tsui Hark, produttore associato insieme a Karl Maka, garantisce la confezione e il marketing: uno dei colpi di genio che farà la fortuna della Film Workshop. Anni fa si tendeva a ridimensionarlo, oggi convince proprio per il fatto di essere un film di genere, sincero, onesto, senza un ammiccamento. (alberto pezzotta)

Hard Boiled

La storia stilizzatissima e ultraviolenta di un ispettore di polizia (Yun-fat) che si allea con un misterioso sicario (Leung) per sgominare una gang di trafficanti d’armi. I soliti cliché sulla vendetta e l’amicizia virile costituiscono l’innesco di un’esplosione di scene d’azione incredibili, sanguinarie, divertenti e ipnotiche. Yun-fat, come eroe tutto d’un pezzo, è perfetto; il regista Woo (anche autore del soggetto) compare nel ruolo di un barman.

A Better Tomorrow II

Dove sono iniziati i contrasti tra John Woo e Tsui Hark. Dove John Woo ha cominciato a porsi come Autore, e a sfoggiare consapevolmente il suo trade mark. Ralenti, montaggio caleidoscopico, accelerazioni improvvise. Il massacro finale di mezz’ora è un non plus ultra dell’action di tutti i tempi, superato solo da Hardboiled . Il sangue scorre e si ghigna. Ma ci sono anche inserti mélo strazianti, per fortuna, che in un film hollywoodiano non si troverebbero mai. Il cinema degli estremi emotivi al suo culmine, con l’ombra della meccanicità spettacolare in agguato. Chow, con ovvio escamotage, è il fratello gemello di Mark Gor, morto nel precedente. Ti Lung ha messo la testa a posto. Woo si pente già un po’ della epicizzazione della malavita. Leslie Cheung, il fratello poliziotto straight, ha molto più spazio che nel primo episodio. Dean Shek, comico allora in crisi, ha la parte della sua vita: impazzisce e poi si vendica. (alberto pezzotta)

Il monaco

Tibet, 1943. Un monaco, addestrato alle arti marziali, riceve dal suo maestro il compito di proteggere un antichissimo manoscritto. Chi lo possiede guadagna l’immortalità e il potere assoluto. Ma sulle tracce del manoscritto c’è anche il gerarca nazista, Struker. Comincia una caccia all’uomo che si protrae per sessant’anni. Ci ritroviamo così, con un salto temporale, nell’America del 2003. Qui il Monaco incontra Kar, un ladruncolo dei bassifondi che vive in un cinema. Intravede in lui il suo «seguente», cioè colui che dovrà prendere il suo posto e proteggere il manoscritto. Ma i due dovranno però guardarsi da Struker, che, ormai vecchio, è spalleggiato dalla bella nipote Nina. Ci riusciranno?

Dopo il super tecnologico
Matrix Reloaded
pensavamo di esserci saziati. Invece ecco un nuovo film che mescola arti marziali, filosofia ed effetti speciali. Ancora una volta duelli sospesi per aria che hanno fatto la fortuna dei predecessori
Matrix
e
La tigre e il dragone. Il monaco
nasce come fumetto alla fine degli anni Novanta, caratterizzato dallo stile d’azione di Honk Hong e dalla filosofia orientale. Anche il film viaggia su queste due frequenze. Il regista Paul Hunter, autore dei video musicali di Jennifer Lopez ed Eminem e di spot pubblicitari per Coca Cola e Nike, è qui alla sua prima esperienza cinematografica. Per alcuni momenti si dimentica degli effetti speciali e il film si avvicina ad alcuni prodotti anni Ottanta. Gli inseguimenti tra i bassifondi dei quartieri orientali sembrano quelli di film come Grosso guaio a Chinatown. Il personaggio di Kar, l’occidentale che deve salvare l’oriente ricorda Eddie Murphy ne
Il bambino d’oro
. Non si lascia scappare l’occasione di citare il genere arti marziali alla Bruce Lee. A modo suo ne guadagna in originalità. I rimandi ad altri film sono comunque tanti. Hunter non si lascia scappare nemmeno l’occasione di citare il cinema-arti marziali alla Bruce lee. Nostalgia? Ma non finisce qui, perché c’è anche il nazista cattivo alla ricerca di un’antichità preziosa (episodio storicamente corretto poiché Hitler mandò più volte spedizioni in Tibet alla ricerca del Graal) in stile
Indiana Jones.
E poi c’è il mito dell’uomo immortale, sempre giovane che attraversa il tempo come in
Highlander
. Insomma un bel mix, apprezzabile dai fan del genere che dopo
Matrix
sono già in astinenza e dai nostalgici degli anni Ottanta.
(francesco marchetti)

La tigre e il dragone

Durante la dinastia Ching, il maestro d’arti marziali Li Mu-bai affida la sua preziosa spada all’amata Yu Shu-lien. L’arma però viene trafugata e i sospetti di Shu-lien si indirizzano verso la giovane Jen, allieva segreta della criminale Jade Fox, che aspira a seguire la vita dei cavalieri erranti.
La tigre e il dragone
non sarà il miglior film d’arti marziali mai realizzato, ma di certo potrebbe passare alla Storia come la chiave di volta di un genere da troppo tempo sottovalutato, nonché come definitivo atto finale di un pregiudizio che in Occidente – e specialmente negli Usa – ha finora limitato la diffusione su larga scala di pellicole interpretate da attori con gli occhi a mandorla. Comunque lo si giudichi, il film di Ang Lee – clamoroso successo negli Stati Uniti – ha finalmente riportato il cinema d’arti marziali nel suo contesto originario. «Dal creatore dei duelli di
The Matrix
» (Yuen Woo-ping, n.d.r.), recita lo slogan del film. Proprio il film dei fratelli Wachowski aveva dimostrato tutte le potenzialità del genere, contaminato per l’occasione con un’abbondante dose di effetti speciali digitali. A capitalizzare il successo di
The Matrix
sono in seguito arrivati
Romeo deve morire
,
Charlie’s Angels
e, in minima parte,
X-Men
. Ma si è trattato sempre e solo di un saccheggio iconografico di superficie, irrimediabilmente banale. A suo modo,
La tigre e il dragone
restituisce dignità e lignaggio al genere «cinese» per eccellenza, ma piuttosto che guardare ai più recenti wuxia o gong-fu pian di Hong Kong, Lee sembra ispirarsi direttamente alle fonti letterarie di tali film: ciò gli permette di ritrovare – seppur artificialmente – la grazia dei primi capolavori di King Hu, rispetto ai quali i trampolini che consentivano agli interpreti dei vari
Dragon Inn
e
A Touch of Zen
di sfidare la forza di gravità vengono qui sostituiti dai ritrovati della moderna effettistica. In campo cinematografico, il parente più prossimo de
La tigre e il dragone
sembra invece essere
The Sword
, elegantissimo wuxia postmoderno realizzato più di vent’anni fa da Patrick Tam. I due film condividono lo stesso tema della supremazia del singolo nel mondo delle arti marziali, nonché l’oggetto-simbolo di tale contesa, ovvero una spada di pregevole foggia. Sulla base di un intreccio piuttosto elementare, Ang Lee riesce inoltre a fondere le peculiarità del melodramma cinese con la spettacolarità dei combattimenti, confezionati da Yuen Woo-ping con uno stile elegante, fluido e cristallino, aiutato – ma solo in parte – dalla grafica digitale. Il risultato, seppur edulcorato per facilitarne la fruizione a un pubblico occidentale, è decisamente affascinante e, non di rado, una vera delizia per gli occhi.
(andrea tagliacozzo)