Come se fosse amore

Aurelio Milano, elettrotecnico trentenne genovese, figlio di un inventore, ha appena creato il Trasognatore, una macchina per entrare nel sonno delle persone e cambiare i comportamenti. Aurelio ha bisogno di alcune cavie e così contatta tre tassisti brontoloni, interessati solo ai soldi. Aurelio è innamorato, sin da bambino, della ragazza che abita di fronte a lui, oggi candidata a sindaco della città. La sua invenzione in realtà serve solo per fare innamorare Chiara di Aurelio, ma la macchina finisce cattive mani… Film d’esordio de I Cavalli Marci, gruppo cabarettistico genovese, che fa delle canzoni, dei medley e del cabaret musicale l’arma vincente. Anche nel film, come era ovvio immaginarsi, la componente canora è dominante, si tratta infatti di un musical. Ben curati i costumi e le coreografie, ma il film non decolla mai. Molto prevedibile la trama, e questo non è neanche il dato peggiore. Le musiche, in alcuni momenti, appaiono troppo lunghe e trascinate. Solo in un’occasione, in cui tre protagonisti chiacchierano servendosi di un medley cantato, il gioco musicale che ha reso famosi I Cavalli Marci rende e diverte anche sul grande schermo. Per il resto rimane solo la pretenziosa ricerca di scimmiottare i musical di Broadway, in maniera un po’ goffa. Deludente anche l’anima comica del film, che in pochissimi casi riesce a far ridere lo spettatore. Da un gruppo comico del genere ci si aspetta francamente di più. L’unico che fa ridere tutte le volte è Gino Paoli, che appare come un fantasma e ripete sempre la solita battuta. (andrea amato)

Musikanten

Primo movimento: Marta (Sonia Bergamasco), bella e pensosa, insieme al suo collega Nicola (Fabrizio Gifuni), gira l’Europa per conoscere studiosi e maestri di culture alternative per un nuovo format televisivo. In uno di questi viaggi, Marta si sottopone a un esperimento di ipnosi regressiva che le fa rivivere un’esistenza precedente in cui era stata un principe, mecenate di Beethoven. Secondo movimento: vengono ripercorse alcune delle tappe fondamentali della vita del grande musicista (Alejandro Jodorowsky). Terzo movimento: Marta, uscita dall’ipnosi, apprende assieme agli altri che è avvenuto un colpo di stato su scala mondiale.

La via degli angeli

In pieno ventennio fascista, è tempo di primavera sull’appennino bolognese. Come ogni anno il primo sabato della stagione è grande festa a Castel del Vescovo e tutti vanno a divertirsi. Ines va a festeggiare, sperando di trovare l’uomo della propria vita e si innamora del figlio di un antiquario. Pellicola dalle aspirazioni tipicamente avatiane, ma piagata da molta retorica.

Il partigiano Johnny

Beppe Fenoglio e il suo capolavoro, Il partigiano Johnny , non c’entrano affatto con l’omonimo film di Guido Chiesa: il quale, non si sa come né perché, ha dedicato molti di questi ultimi anni a condurre un porto un progetto che, bisogna ora ammettere, non aveva i necessari requisiti intellettuali per affrontare. Il film non soltanto è brutto e privo di qualunque corrispondenza profonda con la pagina fenogliana, ma è anche la dimostrazione di come – partendo da una fasulla visione didattica e divulgativa della Storia, affidata chissà perché a uno stile frenetico e confuso alla Mtv – si cerchi oggi di ricostruirsi una coscienza militante che tuttavia non va oltre la velleità pseudo-intellettuale di vivacizzare il passato per trasformarlo in lezione aperta. Il film comincia così a esplicitare la sua insipienza, o per meglio dire il suo banale didascalismo documentario, utilizzando sui titoli di testa spezzoni di cinegiornali che vengono dichiarati come tali in termini sciaguratamente post-moderni. Rigature, sgranature, sbalzi di pellicola che con ogni probabilità non corrispondono allo stato attuale dei materiali dovrebbero garantire – secondo Chiesa – l’originalità di questi cinegiornali: usurati dal tempo e, si presume, dall’oblio, affinché il film potesse arrogarsi il paternalistico diritto di restituirli alla loro immediatezza presente. L’autore confonde in sostanza la modernità con l’estetica da videoclip, denotando una grave mancanza di ispirazione e di adesione profonda alla materia trattata. Il risultato è che il film non riesce a far durare ogni sequenza più di uno o due minuti; salta di palo in frasca, incapace di governare l’economia narrativa; perde per strada personaggi ed eventi; si appoggia in maniera assai legnosa, e oltre i limiti consentiti dal buon senso, alla voce fuori campo del protagonista, quasi volesse a tutti costi restituire quell’impatto della pagina letteraria che non è stato in grado di reinventare.
Ma non si pensi che il film opti per una soluzione rigorosamente antispettacolare: le cosiddette scene di massa infatti ci sono, anche se talmente accademiche da denotare una dimensione da puro set e da prosaico dispiego di comparse. Non è questione di budget, ma di capacità di usare lo spettacolo a fini drammatici, sulla scorta dell’esempio di Salvate il soldato Ryan . Capacità che a Chiesa fa del tutto difetto, e che è stato imprudente portare allo scoperto. Ecco quindi affiorare ovunque chiari segni di imperizia nella messa in scena e nell’articolazione del racconto, nonché nei tentativi di recuperare intellegibilità in extremis attraverso l’uso di flashback subliminali. Per non parlare dell’uccisione della spia da parte di Johnny, che impugna un’arma per mano come in un film d’azione di Hong Kong (già, la modernità!), o della canzone «Over the Rainbow» usata come sottotesto per esprimere la disperazione e l’illusione frustrata di Johnny sperduto sulla neve (per inciso: la canzone e il film Il mago di Oz arrivarono in Italia solo a guerra finita). Né si può chiudere un occhio su quel finale visibilmente, ma non volutamente, monco. O, ancora, sugli stessi attori principali, che in fatto di credibilità lasciano molto desiderare: da Stefano Dionisi e Fabrizio Gifuni a Claudio Amendola, che nel ruolo di un capo partigiano finisce piuttosto per assomigliare a Capitan Findus. (anton giulio mancino)

Goodbye, Mr. Zeus!

Alberto è un giovane impiegato di banca che distrazione e stress accumulato mettono sempre in situazioni che rasentano la catastrofe!

Anche il giorno del compleanno di Adelaide, la sua fidanzata che abita nell’appartamento di fianco al suo, Alberto si presenta con tre ore di ritardo a causa di una successione di incidenti che lo hanno lasciato senza soldi e senza automobile. E in più, al posto di un “cucciolo di levriero afgano” che Adelaide desiderava tanto, Alberto le regala, presentato in un elegante sacchetto di plastica pieno d’acqua, un Carassius auratus, cioè un comunissimo pesce rosso!

Il pesciolino finisce però a casa di Alberto perché “amorevolmente” Adelaide lo respinge al mittente, e senza alcun rancore gli regala anche un bell’acquario.

Alberto si affeziona al nuovo, silenzioso amico lo chiama Zeus.

Una notte la mamma di Adelaide ha un malore e lei raggiunge di corsa la casa dei genitori.

Alberto perciò resta solo, e con una facilità sconcertante si caccia subito nei guai, soprattutto quando uno strano fenomeno si manifesta… dopo che la tv ha trasmesso delle magnifiche immagini di laghi e cascate, Zeus comincia a comunicare con lui per manifestar gli tutto il disappunto che prova nel vivere in un piccolo acquario…