Faccia di Picasso

Massimo Ceccherini è alla ricerca dell’ispirazione per un nuovo film. Il suo produttore suggerisce un’ambientazione spagnola per ragioni di co-produzione internazionale. Però, più il tempo passa, più Ceccherini – con il sostegno e la compagnia dell’amico e collega Alessandro Paci – si fa pessimista sulle ragioni e il valore di girare ancora. Faccia di Picasso dice soltanto un paio di cose, però sacrosante. Lo fa in maniera diretta e, forse, fin troppo esplicita, eppure sincera e condivisibile: in Italia (e pure altrove?) non si può (più) fare cinema, perché ormai tutto è già stato detto; non resta che rifare gli altri, anche se poi ci si trova davanti a un muro bianco (come i protagonisti nel finale, persino leggermente inquietante) di totale fallimento. Sono verità su cui è bene non controbattere, prove alla mano. Ceccherini controlla il film con freschezza e anche con un certo disincanto che lo rende leggero (e un montaggio così spezzettato e schizzato lo si vede raramente nel cinema della nostra penisoletta). Sono almeno due le sequenze che restano: quella dell’incontro con Vincenzo Salemme e quella delle audizioni per la ragazza che deve andare a raccogliere suggerimenti al Dams di Bologna. Nel suo desiderio di cogliere qualcosa che vale, Faccia di Picasso appare più convincente e al passo coi tempi degli ultimi Verdone. Per non parlare del resto. (pier maria bocchi)

L’ora di religione (Il sorriso di mia madre)

Ernesto (Sergio Castellitto) è un pittore, illustratore di favole per bambini, separato dalla moglie e padre del piccolo Leonardo. Un giorno gli comunicano che un comitato promosso dai suoi parenti vuole fare beatificare sua madre, da tre anni. Capisce che dietro tutta l’operazione ci sono solo motivi venali e gli appare tutto una buffonata. Contemporaneamente conosce la maestra di religione di suo figlio e se ne innamora. Il suo essere libero e ateo contrasta con il processo di beatificazione, ma questo è il pretesto per ripensare alla madre e rielaborare il passato. Vive nel dubbio e non sa se fare il gioco dei fratelli, della zia e della moglie, oppure continuare a vivere senza violare i suoi valori e principi. Un film con derive surreali, incontri decontestualizzati, immagini e situazioni quasi felliniane, dialoghi che sfiorano il grottesco. Bellocchio ritorna sul grande schermo dopo La balia (1999) e lo fa con un film non di facilissima lettura, sostenuto però dal cast di attori tutto di grande livello. Castellitto tiene il personaggio molto bene, anche se ogni tanto irrita per la sua cieca integrità, appena sfiorata dal dubbio. La mano sapiente del regista si nota e l’aiuto di un montaggio e di una fotografia, che rendono Roma a tratti mistica, non è certo indifferente. (andrea amato)

Musikanten

Primo movimento: Marta (Sonia Bergamasco), bella e pensosa, insieme al suo collega Nicola (Fabrizio Gifuni), gira l’Europa per conoscere studiosi e maestri di culture alternative per un nuovo format televisivo. In uno di questi viaggi, Marta si sottopone a un esperimento di ipnosi regressiva che le fa rivivere un’esistenza precedente in cui era stata un principe, mecenate di Beethoven. Secondo movimento: vengono ripercorse alcune delle tappe fondamentali della vita del grande musicista (Alejandro Jodorowsky). Terzo movimento: Marta, uscita dall’ipnosi, apprende assieme agli altri che è avvenuto un colpo di stato su scala mondiale.

La canarina assassinata

Uno spregiudicato produttore cinematografico trova come perfetta e molto economica location per il suo nuovo film una splendida villa, abitata dalla fascinosa proprietaria e dal suo enigmatico maggiordomo. Dal momento dell’arrivo nella villa della troupe, la finzione e la realtà cominciano a mescolarsi: i “cinematografari” non sono capitati lì per caso, dietro la loro presenza si cela una vendetta in attesa di essere consumata, e che puntualmente si compie… ma di nuovo non è facile distinguere la realtà dalla finzione.

L’ultima lezione

La notte del 14 aprile 1987 il professor Federico Caffè, uno dei più grandi economisti italiani, scompare misteriosamente senza lasciare tracce.
Due suoi ex allievi sperano di ritrovarlo…
Un’occasione mancata. Eppure è una storia ricca di spunti, quella dell’economista Federico Caffè scomparso a Roma una sera dell’aprile ‘87 (nel 1999 il Tribunale di Roma ne ha dichiarato la morte presunta), dopo aver lasciato in perfetto, quasi maniacale ordine la casa. Con sé forse un libro, mancante dalla sua biblioteca, di Leonardo Sciascia su una sparizione analoga, quella del fisico Ettore Majorana. Caffè, antifascista con simpatie azioniste, consulente di Bankitalia, docente di politica economica e finanziaria alla Sapienza, era keynesiano e convinto sostenitore dello Stato sociale, di un mercato e di una Borsa sotto controllo; un uomo controcorrente in quel clima degli anni Ottanta, così sensibile alle ricette economiche reaganiane e thatcheriane. Insomma tanta materia interessante che attende di essere plasmata, ma il film non va oltre un ritratto fedele, quasi scolastico dell’economista. Solo il talento dell’attore Roberto Herlitzka, con la sua recitazione trattenuta, svolta per sottrazioni, prova a scavare nella psicologia del personaggio, ma il debole impianto narrativo non lo aiuta.

Il film del giovane Rosi, 37 anni, infatti non ha un vero centro narrativo, oscilla tra la mielosa storia d’amore dei due ex studenti del professore e la cronaca della scomparsa di Caffè, e ancora tra le reazioni del mondo accademico e dei suoi allievi e la raggiunta maturità del giovane Andrea, che recupera il lascito intellettuale del suo docente. Un film che, nonostante le dichiarazioni d’intenti del regista – «la vicenda Caffè era per me il detonatore, il contesto per raccontare altre vicende più comuni e a me più vicine…» – fin dalle battute iniziali non ha il coraggio di abbandonare la cronaca e l’eccessivo didascalismo. Così uno dei tanti «misteri» d’Italia o più probabilmente il mistero tutto privato di un uomo ferito da accadimenti personali e non (la morte della madre, il suicidio di Primo Levi, l’uccisione dell’amico e allievo Enzo Tarantelli da parte delle Brigate Rosse) rimane inesplorato, appena accennato. C’era in nuce la possibilità di un giallo psicologico, perché accontentarsi di una trama incolore? Timori di un esordiente?
(stefano stefanutto rosa)