Belli e dannati

A Portland, Mike Waters (Phoenix), omosessuale e narcolettico, si guadagna da vivere prostituendosi. Scott Favor (Reeves), figlio del sindaco, segue le orme del fragile e sensibile Mike per ribellarsi all’opprimente genitore. Mike finisce per innamorarsi del cinico amico. Leggermente inferiore al precedente lavoro del regista, Drugstore Cowboy , ma non per questo meno originale. Straordinario soprattutto sul piano puramente estetico. Il compianto River Phoenix ha vinto il premio come miglior attore al Festival di Venezia 1991. (andrea tagliacozzo)

Il padre dei miei figli

Grégoire Canvel è un produttore cinematografico e ha tutto quello che un uomo potrebbe desiderare: una moglie che ama, tre figli, un lavoro che gli dà molte soddisfazioni.

Dedica sempre più tempo ed energia al suo lavoro, la famiglia ne riesente, ma lo comprende: Grégoire è un uomo di talento.

La sua casa di produzione, la Moon Films, ha prodotto molti film di successo e Grégoire mette in cantiere sempre più progetti, che però a poco a poco non riesce più a controllare e stanno per sommergerlo. I troppi rischi lo spingono verso la bancarotta: quando cerca di risolvere la situazione, ormai è troppo tardi e gli eventi finiscono per sopraffare lui e la sua famiglia.

La domenica specialmente

Tre cortometraggi ambientati nella campagna italiana. Il primo, di Tornatore (con Noiret barbiere che viene comicamente disturbato da un cane), è inconsistente. Il secondo, di Bertolucci (in cui un Ganz di mezza età dà un passaggio a una giovane donna avvenente e al suo fratello ritardato), è banale. Il terzo, di Giordana (la vedova Fellini sviluppa un legame alquanto insolito con la sua nuova nuora), è il migliore, una ponderata riflessione sulla solitudine. Il quarto, di Barilli (un uomo cerca l’amore nelle discoteche romagnole) è piatto. La Fellini è la sorella di Federico, al debutto come attrice.

Garage Olimpo

Argentina, 1978. Una maestra elementare che milita nell’opposizione viene rapita dagli squadroni della morte e portata nel famigerato Garage Olimpo. Inizia per lei un incubo fatto di torture e di ambigue lusinghe, mentre le autorità fingono di non sapere nulla. Il regista Marco Bechis, che all’epoca dei fatti faceva il maestro elementare in Argentina, fu davvero imprigionato e torturato, e riuscì a salvarsi solo perché cittadino italiano. A vent’anni di distanza ricompone le esperienze e realizza uno dei film più onesti e agghiaccianti sulla banalità del Male nelle dittature latinoamericane (e non solo); una pellicola che lascia impietriti per il repentino passaggio dalla quotidianità all’abisso e alla violenza, e per la compresenza dei due universi paralleli. La città di Buenos Aires appare in squarci brevissimi: poi si è subito ricondotti all’interno del garage, dal quale non è possibile fuggire. Bechis sconta forse qualche incertezza nella parte «diurna», ma Garage Olimpo rimane un esempio di rigore della messinscena, soprattutto se si tiene conto della difficoltà del tema. I rumori e la luce al neon di questo film non si scordano facilmente, il «volo» (fisico e narrativo) finale è mozzafiato e necessario. (emiliano morreale)

Cover-boy – L’ultima rivoluzione

Storia dell’amicizia tra Ioan (Eduard Gabia) e Michele (Luca Lionello) l’uno rumeno e l’altro italiano. Come sfondo al rapporto fra il semplice ragazzo rumeno e il solitario ragazzo italiano, un occidente travagliato da una parte dal crollo dell’ideologia comunista e dall’altra dal mito di un capitalismo che ha assunto sempre più, come criterio vitale, la competitività e l’inasprimento della disuguaglianza sociale. Il film racconta della loro vita in comune ai margini della città, vessati da una padrona di casa (Luciana Littizzetto) e mostra come sia possibile opporre, alla ferocia dello scontro quotidiano per la sopravvivenza, il vincolo di una vera amicizia.

Dove siete? Io sono qui

La storia di un ragazzo e una ragazza sordomuti, di diversa estrazione sociale, ma innamorati l’uno dell’altra. Un film molto riuscito nei suoi momenti narrativi, in cui la Cavani adotta un registro semplice e diretto. Più sconclusionate le frazioni oniriche, intrise di simbologia.

Il gioco di Ripley

Il perfido Tom Ripley (John Malkovich) mette a segno un colpo da svariati di milioni di dollari con falsi disegni rinascimentali. Con il gruzzolo in tasca si trasferisce in Veneto in una splendida villa palladiana con la moglie musicista, Luisa (Chiara Caselli). Dopo alcuni anni riceve la visita di un furfante di cui si era servito per il colpo dei quadri. L’uomo ha bisogno di aiuto, gli serve un killer insospettabile per uccidere un mafioso russo a Berlino. Ripley decide di coinvolgere in un gioco drammatico un corniciaio inglese, malato terminale di leucemia, suo vicino di casa, che a una festa lo aveva apostrofato come un americano ricco e cafone. Il gioco, però, perde il controllo e lo stesso Ripley ne viene coinvolto. Brutto, brutto, brutto. Nulla a che vedere con la «cartolina from Italy» di Anthony Minghella del primo episodio (1999) della saga cinematografica del Ripley di Patricia Highsmith, che comunque era articolato e accattivante. Questa volta non c’è il faccione inespressivo di Matt Damon, ma un grande John Malkovich, che comunque sembra gigioneggiare troppo nel suo ruolo. Probabilmente non è colpa della Cavani, ma del libro da cui è tratto il film, certo che non si è fatto nulla per migiorarlo in fase di stesura della sceneggiatura. Prevedibile, scontato, banale e grossolano. (andrea amato)

Nonhosonno

Torino: un serial killer che si ispira ai romanzi di un nano torna a uccidere dopo diciassette anni di silenzio. Sulle sue tracce si alternano un poliziotto ottuso e tecnofilo, il commissario in pensione che aveva condotto le indagini in passato e il figlio della prima vittima del mostro. Gli omicidi e l’indagine si snodano fra gli interni e i cortili torinesi, svelando inconfessabili viluppi familiari e ripercorrendo temi e personaggi noti agli appassionati argentiani. Il film comincia bene, con una sequenza in treno che diverte e mette paura e con la messa in opera di un’articolata serie di dispositivi che promette sviluppi interessanti. Niente di nuovo, certo: c’è tutto l’armamentario classico del thriller, ordinato lungo la consueta serie di opposizioni (notte/giorno, femminile/maschile, inconscio/razionale) e predisposto a tendere la trappola allo spettatore che ci sta. Francamente non chiediamo di meglio, e ci rimaniamo male quando ci accorgiamo che Argento, forse troppo preso dalla foga di prendersi gioco delle nostre necessità di razionalizzazione, perde il filo del discorso e sbanda da tutte le parti. Gli omicidi che seguono, con una notevole eccezione, sembrano girati da un altro regista e il film, mal sorretto da una sceneggiatura approssimativa, perde mordente e interesse.
Ma non sono le incongruenze che fanno sghignazzare i critici a disturbarci, quanto piuttosto il contraddittorio sforzo di riportare maldestramente ordine nella vicenda. Argento è un autore di mise en scène : perché impegolarsi in tali e tante spiegazioni, goffe e artificiose? Restano alcune sequenze memorabili, come quella dell’omicidio sul tappeto, e alcuni stacchi magistrali che restituiscono uno spazio sempre incompleto e inquietante, ma nel complesso il film ci sembra l’ennesima occasione mancata. E Argento, sempre di più, un grande stilista con un piccolo progetto. (luca mosso)