Frankenstein di Mary Shelley

Versione “fedele” ma ampiamente deludente della saga di Frankenstein. Più energico del necessario, con la macchina da presa che non sta mai ferma. Branagh ci permette di capire la personalità del dottor Frankenstein, ma la storia deraglia una volta che la creatura viene lasciata libera. Ulteriormente appesantito dalla cornice narrativa con il capitano di mare Quinn. Il mostro di De Niro rimane molto… deniresco, e fa sentire la nostalgia di Karloff (e perfino di Peter Boyle).

Excalibur

Nascita, infanzia e vocazione di Artù, fino alla formazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda, alla lotta contro gli incantesimi di Morgana e all’amore di Ginevra e Lancillotto. Su suggestioni New Age-Tolkien-metacinema (il Drago che è la Natura, Merlino-regista) e sempre a un passo dal kitsch (i Carmina Burana , Wagner…), Boorman – che nel 1972 aveva diretto Deliverance/Un tranquillo week-end di paura – ritrova nella leggenda alcuni dei suoi temi prediletti e si dimostra perfettamente a suo agio nel creare una visione particolarmente ambigua del Male e della Natura. Ne è venuto fuori un grande e rutilante spettacolo (del resto bisognava sostenere il confronto con il trionfante Spielberg, ma anche con Apocalypse Now ), pur se la limpidezza del connubio tra fiaba, allegoria e visione ne risulta intasata. Un film di crisi, sospeso e senza equilibrio tra Inghilterra, Irlanda e Hollywood, con momenti abbaglianti e un’atmosfera barbarica e artificiosa che oggi appare piuttosto datata. (emiliano morreale)

King David

Solida storia biblica segue la vita di Davide dalla battaglia con Golia quando era un ragazzino al non facile regno da re; va male solo nella seconda metà, quando la precipitazione indebolisce la narrazione. Visivamente notevole, con la fotografia di Donald McAlpine, il grande vantaggio della musica di Carl Davis, insieme all’interpretazione di spicco di Woodward nel ruolo del deposto re Saul. Panavision.

Mission

Kolossal intelligente, fumettone storico-politico da Hollywood d’altri tempi. A Cannes batté con scandalo il Tarkovskij rigorosissimo di
Sacrificio
. Joffé ha poi dimostrato ampiamente di non essere un grande regista, ma qui è coadiuvato da una storia bellissima e vera: nel XVIII secolo i gesuiti del Guaranì costruiscono, in armonia con gli indigeni, una comunità di impronta quasi comunistica, spazzata via da giochi di politica internazionale. La bella sceneggiatura di Robert Bolt, quello di
Un uomo per tutte le stagioni
, è perfettamente funzionante (a parte qualche indugio iniziale su una storia d’amore abbastanza insensata) e c’è l’accoppiata magica tra i set amazzonici fotografati da Chris Menges (Oscar) e una delle partiture più «morriconiane» che Morricone abbia mai composto. Ma basterebbe già il duello tra il sacerdote militante De Niro e il puro Jeremy Irons, tutti e due di grande misura nell’eccesso. Spettacolo di qualità eccelsa, e in fondo di una certa sincerità: nel finale ci si indigna e si piange senza vergogna.
(emiliano morreale)