Baciate chi vi pare

In una villa parigina, una coppia di cinquantenni ricchi e borghesi fanno una cena con qualche amico prima delle vacanze estive. Bertrand ed Elisabeth sono i padroni di casa, Julie è la migliore amica di Elisabeth e amante di Bertrand, Veronique e Jerome sono i vicini di casa, caduti economicamente in disgrazia, ma che cercano di mantenere il tenore di vita di prima. Bertrand accompagna la moglie e l’amante in vacanza e poi torna a Parigi dal suo altro amante gay. Elisabeth conosce Lulu, una bella donna ossessionata dalla gelosia del marito. In questi giorni, tra confessioni, tradimenti e colpi di scena, tutti i personaggi cambiano e il party di rientro a Parigi segnerà un nuovo inizio per tutti. La vita non è facile, ma come dice Bertrand: «Se la attraversi zigzagando è più divertente». Una commedia agrodolce con un cast eccezionale. Tratto dal romanzo Summer Things di Joseph Connolly, Blanc riesce a realizzare un film divertente e che fa pensare sulle dinamiche umane e sentimentali delle persone. Una commedia originale, realizzata in perfetto stile francese. (andrea amato)

Il portiere di notte

A Vienna, negli anni Cinquanta, un ex ufficiale nazista, ossessionato dai terribili ricordi del recente passato, è impiegato in un albergo della città come portiere di notte. Nello stesso hotel capita una donna ebrea, a suo tempo vittima dei campi di sterminio e ora sposata a un direttore d’orchestra, che lo riconosce. Il film che impose la Cavani all’attenzione del pubblico internazionale, ambizioso (le influenze, letterarie e cinematografiche, si sprecano) ma non completamente riuscito. In definitiva, più noto per lo scandalo che sollevò all’epoca piuttosto che per i suoi meriti artistici. Ma Dirk Bogarde, negli ingrati panni dell’ex carnefice, come al solito fornisce una prestazione maiuscola. (andrea tagliacozzo)

Paris by Night

Una bella signora inglese, moglie di un parlamentare e con un brillante avvenire politico all’interno del partito conservatore, ha una relazione con un giovane industriale parigino. Ricevendo anonime telefonate ricattatorie, sospetta di un vecchio socio ora ridotto in miseria. Metafora virulenta contro gli uomini (e le donne) di Margaret Thatcher. Ma rispetto al precedente lavoro di David Hare,
Il mistero di Wetherby
, il film è a dir poco fiacco e deludente.
(andrea tagliacozzo)

Basic Instinct 2

Ci si chiedo, dopo aver visto Basic Instinct 2 e la sua tardona sexy tra i cachinni compiaciuti dei critici, se il film non sia in realtà una satira della psicanalisi e dei suoi adepti sotto le sue mentite spoglie di thriller sanguinolento a sfondo soft/hard core. Perché come thriller è talmente astruso e complicato, con le sue rivelazioni a foglie di carciofo, da far sospettare negli autori della sceneggiatura (Leora Barish e Henry Bean) un infantilismo congenito; del resto non sarebbero soli, è tipica della categoria.
Come soft/hard core, poi, la televisione a tarda notte, i cinema a luci rosse periferici, Internet, e porno cd d’ogni razza genere e colore, offrono assai di più delle partouze che si intravedono qui tra il lusco e brusco, e delle scosciature della perversa Trammell/Stone. La quale Stone, con i suoi cinquant’anni prossimani (quarantotto, per l’esattezza) è bellissima, un miracolo di ricostruzione robotica per quanto riguarda il viso e dintorni e le gambe, perfette; ma il corpo che si vede nella vasca idromassaggio, chiaramente il suo, ha qualche segno di flaccidità; meglio le veline di Striscia.
Ma veniamo al polpettone sexy-giallo. La scrittrice scervellata e iettatrice Catherine Tramell – sì quella che ne aveva già combinate di cotte e di crude nel primo Basic Instinct di Paul Verhoeven – viaggia a 180 all’ora su una macchina sportiva per le strade assurdamente deserte di Londra. Accanto a lei un nero drogatissimo e semi-intontito la titilla a dovere. Durante l’orgasmo l’auto sbanda e i due finiscono nel Tamigi. Il giovanotto muore intrappolato nell’abitacolo, lei si salva.
È il prologo di una vicenda che la vede incolpata di omicidio e salvata in extremis dalle dichiarazioni dello psichiatra psicologo (David Morissey). Il quale psichiatra finirà sedotto dalle seducenti perversioni della scrittrice, che diventerà sua «paziente». Lui è un avviatissimo professionista, con uno studio megagalattico nella New London dei Docks, prospiciente al celebre grattacielo fallico di Foster (sembra anche una colorata supposta, e il riferimento simbolico non cambia). Ha una collega psicanalista (Charlotte Rampling), e i loro dialoghi sono del seguente genere. Lui: «Sai, lei ha lasciato la seduta venti minuti prima della fine». Risposta della psico-rampling: «Ah, molto lacaniano, questo!». Il gran guru della psicanalisi poi, quello che dovrebbe premiare con alto incarico universitario il nostro psichiatra, capelli neri molto scarrufati a indicare genialità, sembra il fratello di Vittorino Andreoli. Parla e svanvera dietro a un quadro di Freud, ma sembra piuttosto uno junghiano dei tempi di Re Nudo, con l’India nella testa vuota (ricordate Valcarenghi e gli arancioni?).
Scene di omicidi efferati e di sesso sfrenato si susseguono pausate da lenti primi piani intrecciati di lei e lui. Lei ha un’espressione unica, che indossa dalla prima all’ultima scena, perfino quando lui tenta di strozzarla in vasca, ed è quella che significa «ironica perfidia con foia»; lui ha un’espressione unica, di tanto in tanto variata da strabuzzamenti di occhi come quando qualcosa imbocca la trachea invece dell’esofago, anche quando lei tenta di strozzarlo con cintura dei pantaloni. Ed è quella che vorrebbe significare «infoiamento represso da indignazione», ma che in realtà produce nell’attore solo uno sguardo da catatonico-ebefrenico.
Tutto nel film, nonostante l’indotta comicità, è fiacco come la regia (Michael Caton-Jones) o ridicolo, dalla sceneggiatura alla scenografia, ai costumi, sempre iper (lei tacchi alti anche quando è in cucina o al computer), ai quadri alle pareti (significativo un culone-Botero). Quanto alla trama, non è mai chiaro fino in fondo chi sia l’assassino, se lui, lei o l’altro (l’ispettore corrotto, alias David Thewlis), talmente la verità cambia per sorprese pseudo-pirandelliane (Così è se vi pare). Quando poi, nelle ultime inquadrature, si capisce chi è il folle omicida, si capisce anche che gli sceneggiatori sono dei dementi oppure cinicamente reputano che lo siano gli spettatori. (piero gelli)

Il lungo duello

Nell’India colonizzata dall’Impero britannico, il capitano della polizia inglese fa imprigionare tutti i componenti della tribù nomade dei Banta. Liberati dal loro capo, l’intrepido principe Sultan, i ribelli trovano rifugio tra le montagne. Una pellicola d’avventura non troppo originale, che comunque si lascia vedere senza tediare lo spettatore. Regia e interpretazioni di routine.
(andrea tagliacozzo)

Zardoz

Bizzarro racconto fantascientifico, ambientato nel 2293, incentrato su un’implosione tecnologica in una società dominata da una casta di intellettuali eternamente giovani. Straordinario sul piano visivo, è divenuto di culto ma probabilmente lascerà insoddisfatti parecchi spettatori. Panavision.

La caduta degli dei (GötterdÌmmerung)

Opera drammatica e severa che racconta la parabola di una famiglia di industriali tedeschi durante gli anni Trenta: il loro declino si allaccia all’ascesa di Hitler. Violento, enfatico e controverso, ma innegabilmente illuminante. Una nomination all’Oscar per la sceneggaitura.

Swimming Pool

Una scrittrice di gialli in crisi d’ispirazione lascia Londra per trasferirsi nel Sud della Francia, ospite del suo editore. La ritrovata tranquillità è destinata a durare soltanto fino all’arrivo di Julie, bella e disinibita figlia del padrone di casa. La giovane si divide tra bagni in piscina e incontri con numerosi amanti, inducendo nella scrittrice un sentimento di amore-odio. Il lavoro intanto va avanti e la relazione tra le due diventa sempre più morbosa, finché un giorno…

«La piscina rappresenta qualsiasi cosa vi si voglia vedere. È acqua imprigionata. Le piscine, al contrario dei mari, possono essere controllate. Sarah, la scrittrice, entra nella piscina soltanto quando Julie è divenuta per lei una fonta d’ispirazione». Chiusa la parentesi surreale di

8 donne e un mistero
(2002), François Ozon torna alle tematiche che avevano caratterizzato
Sotto la sabbia
(2000), il suo precedente film. Anche in questo caso il giallo che sembra costituire l’evento centrale della storia è in realtà un pretesto per scoprire la verità sulla vita precedente dei suoi protagonisti. Anche in questo caso Ozon ha scelto come protagonista Charlotte Rampling, mettendole accanto l’intrigante Ludivine Sagnier, già apparsa in
8 donne e un mistero
in un ruolo piuttosto defilato. Anche la sceneggiatrice, Emmanuèle Bernheim, è la stessa di
Sotto la sabbia.
Eppure
Swimming Pool
non convince. La sceneggiatura zoppica, il finale lascia quantomeno perplessi e i due personaggi su cui si regge l’intero film, anche se ben interpretati dalla veterana Rampling e dalla rivelazione Sagnier, sono troppo stereotipati per risultare davvero credibili. Abilissimo nel non far capire allo spettatore se ciò cui ha appena assistito è finzione o realtà, Ozon ha girato un film ineccepibile dal punto di vista formale ma freddo, troppo freddo per essere all’altezza delle sue precedenti opere. Non bastano un’ottima fotografia e due splendide attrici se la storia che si vuol raccontare è a dir poco esile.
(maurizio zoja)

Il verdetto

Frank Galvin, brillante avvocato da tempo caduto in disgrazia, ha l’occasione di rifarsi patrocinando la causa di una donna che, in seguito alla negligenza del personale di un ospedale, è entrata in coma irreversibile. Ma il compito si prospetta tutt’altro che facile, perché in tribunale, dalla parte avversa, Galvin trova l’abile Ed Concannon. Paul Newman domina il film con la sua incredibile performance (che gli valse sua sesta candidatura all’Oscar), dando vita a un personaggio complesso e tormentato. Ma il merito della riuscita del film, che aggira abilmente le trappole e i cliché delle pellicole processuali, va attribuito anche alla solida regia Sidney Lumet e all’ottima sceneggiatura, firmata da David Mamet.
(andrea tagliacozzo)

D. O. A. – Cadavere in arrivo

Rifacimento di
Due ore ancora
(1949) di Rudolph Maté. Ad Austin, nel Texas, un giovane professore della locale università viene misteriosamente avvelenato e scopre di avere solo ventiquattro ore di vita. Aiutato da una sua giovane allieva, l’uomo utilizza le sue ultime ore per tentare di scoprire l’avvelenatore e l’oscuro motivo del suo gesto. Inferiore all’originale e stroncatissimo dalla critica, il film risulta interessante soprattutto per alcune soluzioni visive (che i maligni hanno ricollegato allo stile dei videoclip).
(andrea tagliacozzo)

Marlowe, il poliziotto privato

Una donna scomparsa e l’omicidio di un uomo ricattato sono le due piste, assai confuse, su cui si muove l’indagine di Philip Marlowe. Certo, Bogart è Bogart, ma forse il Marlowe più Marlowe di tutti è il tardo, quasi bovino Mitchum di due film crepuscolari degli anni Settanta, questo e il modesto
The Big Sleep
di Michael Winner. Richards, regista revisionista di quegli anni (il suo miglior lavoro era il bel western
Fango, sudore e polvere da sparo
), non era granché, ma qui azzecca proprio il momento magico di Mitchum, appena uscito da una delle sue più belle interpretazioni di loser (ne
Gli amici di Eddie Coyle
). La storia viene dal romanzo «Addio mia amata», già adattato un paio di volte per lo schermo, ed è tra le più contorte e belle di Chandler. Il film la mette in scena come un’elegia che, a poco a poco, diviene asfissiante come un incubo.
(emiliano morreale)

Stardust Memories

Allen interpreta un personaggio non troppo diverso da lui stesso che viene convinto a partecipare a un weekend di seminari sul cinema, in cui viene assediato dai fan, da chi cerca favori, dalle ammiratrici, dai dirigenti degli studios, dai parenti e dalle amanti. Uno sguardo pungente e semiserio sulla fama e il successo, anche se molti spettatori lo hanno trovato semplicemente narcisistico. Breve apparizione di Sharon Stone su un treno; Louise Lasser e Laraine Newman appaiono non accreditate.

Verso il Sud

Brenda (Karen Young), Ellen (Charlotte Rampling) e Sue (Louise Portal) sono tre ricche americane cinquantenni che trascorrono ogni estate nell’isola paradisiaca di Haiti, loro luogo prediletto per le vacanze grazie al perfetto connubio tra la spiaggia meravigliosa e i giovani abitanti dal corpo atletico e dalla brutale virilità. Le tre donne instaurano con i giovani neri un rapporto quasi di amicizia che però nasconde legami di ben altra natura: un amore mercenario, la prostituzione svolta per non morire di fame e quindi uno stato di sudditanza continua. Lontane dalle loro città, sono immerse in un’atmosfera che finalmente le rende privilegiate a tutti gli effetti, permettendo loro di manifestare attenzioni e fare regali ai loro amanti. Tuttavia la realtà fuori dall’hotel è molto diversa e i prestanti haitiani, una volta abbandonate le loro padrone, devono confrontarsi con un paese governato da una dittatura (siamo negli anni Settanta) e intriso di violenza e corruzione.
Tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore haitiano Dany Laferrière, che prossimamente verrà pubblicato da La Tartaruga, il film si concentra su tre donne mature ed emancipate che senza peli sulla lingua ammettono di volere fare sesso a pagamento, specificando che in questo non c’è nulla di male perché il loro è un tipo di prostituzione che permette di avere un rapporto anche fuori dal letto. Lungi dall’esprimere giudizi morali, la pellicola mette in luce l’ingenuità delle turiste americane, apparentemente ignare del fatto che senza il loro denaro i giovani haitiani (che per loro non provano nulla) morirebbero di fame. Una di loro, dopo aver provato il suo primo orgasmo, penserà addirittura di essersi innamorata.
Il tema centrale del film è in realtà un altro: quello della sproporzione abissale tra un paese come gli Stati Uniti e uno povero come Haiti. Una sproporzione che emerge dal confronto fra l’atteggiamento delle tre turiste, aliene alla realtà esterna, e le poche ma significative scene che descrivono la vita quotidiana degli haitiani. Se nei suoi precedenti (A tempo pieno e Risorse umane) Laurent Cantet aveva scelto protagonisti maschili e temi sociali come il lavoro e i legami parentali ora sceglie un cast femminile e un tema multiforme come quello della prostituzione maschile in un paese postcoloniale. Sicuramente una novità per chi non è abituato e sentir parlare di «turiste sessuali». (aurelie callegari)

La duchessa

Ambientato alla fine del Settecento, La Duchessa è la storia della bella e sofisticata Georgiana Spencer (antenata di Lady D). Famosa per la sua bellezza e il suo fascino, divenne un personaggio controverso per i suoi gusti stravaganti e la sua passione per il gioco e per l’amore. Andata in sposa giovanissima al più anziano e freddo Duca del Devonshire, amica intima di ministri e principi, Georgiana fu un’icona dell’eleganza, una madre devota, un’abile attivista politica, e la beniamina della gente comune. Ma al centro della sua storia c’è soprattutto una disperata ricerca dell’amore. Dalla relazione appassionata e infelice di Georgiana con il Conte Grey, al complicato ménage à trois con il marito e con la sua migliore amica, Bess Foster.

Le chiavi di casa

Per una serie di occasioni collegate alla manifestazione veneziana, una pioggia di osanna ha salutato il film di Amelio.
Ancor prima di averlo visto, al Lido, si mormorava con asseveratezza che era bello. E come poteva non esserlo: il romanzo di Pontiggia da cui derivava, Nati due volte, lo è; il tema, quello del rapporto tra un padre e un figlio con handicap, importante e lancinante; il regista, di quelli che non deludono mai sull’impegno e sul rigore. Ora, non intendo fare il bastian contrario, né asserire che l’appuntamento è mancato, ma solo sottolineare quanto l’uggioso coro degli assensi, e politici e critici, generi una sorta di fastidio che riverbera negativamente sul film, per quel troppo che è stato detto e soprattutto predetto.
Il quale film a me sostanzialmente è piaciuto, per l’asprezza e l’asciuttezza con cui Amelio tratta un argomento che nel cinema di solito genera lacrimose consolazioni (basta pensare a quell’ Ottavo giorno che qualche anno fa fu premiato a Cannes).
Qui ogni antefatto è eliminato o ridotto al minimo, ogni snodo narrativo è essenzializzato al massimo; per concentrare l’attenzione unicamente sul rapporto padre/figlio, il regista sceglie di ambientare il film a Berlino e nessuno dei due parla il più spiccio basic tedesco. Unica voce a interloquire, e a illuminare la coscienza dello sprovveduto genitore protagonista (e di noi spettatori) è quella della madre di una ragazza afflitta da una ben più grave disabilità. La madre, una stupenda Charlotte Rampling, consiglia al giovane padre di leggere il libro di Pontiggia, «perchè ci riguarda» gli dice. Ed è l’unico riferimento diretto al romanzo in questione, mentre la promozione Rai aveva accreditato e contrabbandato una trasposizione più o meno fedele.
Di fedele invece c’è solo spirito, e l’esplicazione di quell’intuizione che il bellissimo emozionante racconto di Pontiggia evidenzia fin dal titolo; e che il film invece in qualche modo banalizza – nel film la giovane madre muore mettendo al mondo il figlio e il padre per oltre quindici anni non vuole neanche vederlo e si rifà un’altra moglie e un altro figlio; beh! siamo ben lontani dal libro! Senza indulgere in facili effetti patetici, con grande linarità e concentrazione, Amelio segue l’evolversi di un dialogo difficile, con crescente tensione, affidando il ruolo coreutico (che commenta e spiega) alla madre francese interpretata dalla Rampling, e alterna scene di angosciosa drammaticità ad altre ricche di tenerezza e perfino di comicità.
Il merito qui è dell’adolescente protagonista, Andrea Rossi, che sa rendere perfettamente luci e ombre di una mente oscura e lontana ed è merito anche del bravissimo Kim Rossi Stuart, quasi soffocato dall’imbarazzo e dal senso di colpa, disperato e goffo nei suoi tentativi di instaurare un rapporto col ragazzo; rapporto difficile, forse impossibile, che il regista chiude ambiguamente col pianto dirotto del padre, consolato dal figlio, come un trapasso di maturità. Grande scena, come tante altre. Eppure, eppure, qualcosa, nel film, non funziona, non convince, non coinvolge. Il film ha qualcosa di troppo dimostrativo, di troppo didattico, di troppo freddamente ragionato, vi manca quel tocco di trasgressività poetica che c’era invece ne Il ladro di bambini e ne Il piccolo Archimede. (piero gelli)

Angel Heart – Ascensore per l’inferno

Il detective privato Harry Angel (Mickey Rourke) viene assoldato dall’enigmatico Louis Cyphre (Robert De Niro) per ritrovare Johnny Favorite, un cantante che diversi anni prima, dopo essere stato dimesso con uno stratagemma da un clinica psichiatrica, ha lasciato perdere ogni traccia di sé. Una volta iniziate le indagini, per l’investigatore inizia una lenta, ma inesorabile discesa verso l’inferno. Thriller satanico dalle grandi ambizioni, ma dai risultati tutto sommato modesti. Intrigante nelle premesse e splendidamente fotografato da Michael Seresin, il film alla lunga diventa sempre più manierato e involuto, fino a giungere a un finale a sorpresa non del tutto imprevedibile. Scritto dallo stesso Parker da un romanzo di William Hjortsberg intitolato
Falling Angel
.
(andrea tagliacozzo)

L’orca assassina

Un’orca si vendica di un cacciatore (Harris) e dei suoi compagni che hanno ucciso la sua compagna incinta. Per quei fan del cinema d’azione che non fanno troppa selezione, e la cui idea di intrattenimento è guardare la Derek che si fa strappare una gamba a morsi.