Baby Boom

Ritorno di Diane Keaton alla commedia dopo alcune parentesi drammatiche. Una efficiente manager, al culmine del successo, lavora incessantemente per una importante società di New York. All’improvviso, si vede affidare una bambina di poco più di un anno, figlia di un suo lontano cugino morto in un incidente. La nuova arrivata le stravolgerà completamente la vita. Si trasferirà in montagna dove, oltre ad avere un successo immediato con la produzione di marmellate, trova anche l’amore del veterinario del posto… Il film, uno dei grandi successi dell’epoca, non può dirsi completamente riuscito, anche se la verve della Keaton lo rende comunque godibile.
(andrea tagliacozzo)

Vertenza inconciliabile

Una bambina di dieci anni trascina i propri genitori, in procinto di divorziare, davanti al giudice. Marito e moglie, entrambi appartenenti all’estamblishment hollywoodiano, sono costretti a rievocare gli eventi che hanno portato allo sfaldamento del matrimonio. Buon debutto del regista Charles Shyer (in seguito autore del recente rifacimento de
Il padre della sposa
) con una commedia agrodolce che si fa beffe dell’ambiente del mondo dello spettacolo americano. A distinguersi è soprattutto la giovanissima Drew Barrymore, che due anni prima era stata tra i piccoli protagonisti di
E.T.
di Steven Spielberg.
(andrea tagliacozzo)

Alfie

Via via che che il film procedeva il ricordo di quello precedente a sprazzi riaffiorava, e tutto a svantaggio di questo rifacimento. Perchè altro non è, l’attuale Alfie, che un dichiarato remake di quel lontano film di Lewis Gilbert (1966), con uno smaltatissimo Michael Caine e una pimpante e già attempata Shelley Winters (all’epoca 44 anni, portati maluccio).

Oggi i ruoli sono affidati a Susan Sarandon, splendida nella parte di assatanata di carne fresca, e a Jude Law, meno tipico, meno sfaccettato di Caine, un po’ troppo giovanotto-Variety o per dirla con una parola il cui uso oggi appare vomitevolmente esteso, troppo trendy. Come lo sfondo, che sostituisce la Londra tardo-swinging di Gilbert, con una New York splendidamente fotografata ma banalmente pettinata, da spot pubblicitario.

I primi trenta minuti sono terrificanti, per noia e disagio: il viso perfettino di Law, sempre in primo piano, che monologa con la camera e commenta ogni sua mossa, ogni scena, ogni atto, pedissequamente, inesorabilmente, che scopi, che minga o che mangi. Poi, per fortuna, questa monologazione teatrata e asfittica, pur rimanendo uno stilema (una croce) del film, diminuisce e il regista mostra di saper descrivere un ambiente, di saper drammatizzare personaggi e situazioni anche con acri sapori e veleni, come quando il protagonista teme di avere un tumore al pene, oppure quando la tardona (la Sarandon) lo tradisce con uno ancora più giovane di lui.

Al piglio irritante dell’inizio, da verboso play televisivo, si sostituiscono toni più sfumati, più acidi; la commedia diventa di costume. Ma di un costume che sa di vecchio, e che contrasta con la veste così trendy (di nuovo questa parolaccia) che il regista si è imposto, dagli ambienti alla colonna sonora. Perché, per esempio, tutte le ragazze, a parte la tardona, soccombono al fascino di uno squinzio e vengono lasciate o lo lasciano dopo amare disillusioni? Perché non ce ne è una che se lo porti a letto con divertimento, senza tanti pensamenti? E si arriva così all’altro grosso handicap di questo filmetto, così ben girato, così abile e presuntuoso: il suo moralismo e puritanesimo, che è sì una connotazione del cinema americano tipica in anni lontani ma che pensavamo abbandonata dopo il sessantotto (come avviene, per esempio in
Closer).
L’epoca Bush invece sembra stendere la sua ala su tutto, anche sull’ennesima variante di uno stupidello play-boy.
(piero gelli)