Le avventure di Oliver Twist

La migliore versione cinematografica del celebre libro di Charles Dickens, già portata due volte sullo schermo: nel ’22 da Frank Lloyd e nel ’33 da William Cowen. Oliver è un trovatello che vive alla giornata negli ambienti della malavita londinese. Impara a rubare in una «scuola di furto» e subisce le violenze della vita di strada fino a scoprire le sue nobili origini. Lean restituisce abilmente l’atmosfera del romanzo di Dickens, come del resto aveva già fatto con
Grandi speranze
l’anno precedente. Alcune soluzioni tecniche sono a dir poco strepitose (clamorosa, per l’epoca, la quasi soggettiva del pugno che colpisce Oliver in pieno volto).
(andrea tagliacozzo)

A Christmas Carol

Anche quest’anno Scrooge non ha intenzione di godersi il Natale. Durante il ritorno verso casa però, incontrerà il fantasma del suo vecchio socio in affari, Joseph Marley, che cercherà di aiutarlo a riparare gli errori del passato. Rivisitazione del famoso romanzo di Charles Dickens in una moderna animazione 3D.

Oliver Twist

Charles Dickens e Roman Polanski: sulla carta l’accoppiata sembrava vincente: il sadismo necrofilo dello scrittore inglese con la necrofilia sadica del regista polacco: roba da far venire l’acquolina in bocca, da leccarsi i baffi.

Invece, per le oltre due ore che dura il film, si passa da un’attesa speranzosa a una strisciante progressiva sbadigliosa noia. Certo, il fanciullo prescelto dal regista come protagonista ha l’espressività di un polpo e meriterebbe di essere picchiato e maltrattato più di quanto già non gli capita. Ma il guaio non sta lì. E intanto ci si chiede:
Mais ou sont les neiges d’antan?
Dove è finito il regista magistrale de
Il coltello nell’acqua
(1962), di
Repulsion
(1965), di
Rosemary’s Baby
(1968), per citarne solo alcuni?

Forse troppi anni sono passati e Polanski è uscito dal giro, forse i quattrini scarseggiano insieme al coraggio; così lui punta su uno spettacolone per famiglie televisive e, magari, il pubblico gli darà ragione. Ma ne dubito: a chi interessano oggi i patemi d’un orfanello legnoso, impostato e antipatico? La soluzione avrebbe potuto correre solo sul filo del «grottesco», su cui entrambi, scrittore e regista, la sanno lunga. E il
grotesque,
si sa, dopo gli sberleffi di Wilde e la sufficienza di Huxley, è la chiave che ha permesso di rileggere e recuperare tutta la grandezza di Dickens; e rimando per questo alle pagine magistrali di Giorgio Manganelli. In ogni caso, di tutti i romanzi dickensiani in cui si narrano le peripezie di orfanelli seviziatissimi,
Oliver Twist
è il più tetro e il più filantropicamente didattico – nell’intenzione di insegnare ai lettori quale sia la scuola di delinquenza dei ragazzi di strada, oppure di quali nequizie e ipocrisie si travesta la classe borghese per sfruttarli – proprio per questo, Polanski, per lo meno il Polanski degli anni Sessanta e Settanta, avrebbe saputo rileggerlo e ritrovare in filigrana attuali consonanze, e non limitarsi a un’illustrazione pedissequa, senz’altro ben decorata, con tanti richiami all’oleografia ottocentesca e alle incisioni delle prime edizioni, figurativamente efficace ma adagiata sulla sicurezza di un prodotto per tutti. Perfino fastidiosamente ipocritamente
politically correct.

Uno dei personaggi più celebri e memorabili del romanzo è l’ebreo Fagin, il sinistro ricettatore con la sua banda di ragazzi. Una figura della potenza e della forza dell’
Ebreo di Malta
di Marlowe, o di Shylock dello shakespeariano
Mercante di Venezia,
o dell’Isacco dell’
Ivanhoe
di Walter Scott. Nel film, superbamente interpretato da Ben Kingsley, non si allude mai alla sua ebraicità, nel timore di accuse di antisemitismo. Inoltre, quello che nuoce a Polanski sono gli inevitabili confronti, perché Oliver Twist, dal dopoguerra a oggi ha avuto almeno tre versioni cinematografiche. http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?xml=leavventurediolivertwist La prima, del 1948, in bianco e nero, è di David Lean (con un grande Guinness nel ruolo di Fagin), ed è la migliore. Poi nel 1968 Carol Reed girò la versione del musical (Fagin era Hugh Griffith); infine, per la regia di Clive Doner, un’altra edizione modestissima nel 1982, comunque più svelta e sapida del film di Polanski.

Che segue la vicenda con aderenza al testo, sacrificando però l’agnizione finale per semplificare, col risultato che tante allusioni al
deja-vu
di molti personaggi rimangono come sospese. Insomma, a parte alcuni momenti iniziali, come le scene dell’ospizio e la caratterizzazione apolide di ben Kingsley, la pellicola (come si diceva ai tempi del fascio), è una muffa da dimenticare volentieri.
(piero gelli)

Paradiso perduto

In questa storia moderna basata sul classico di Dickens Grandi speranze un tale Finn (in origine Pip) aiuta un detenuto nelle zone paludose della Florida, e poi viene convocato in una casa decrepita da un’altrettanto decrepita Miss Dinsmoor (in origine Havisham) dove incontra l’amore della sua vita, la bellissima ma insensibile Estella. In seguito viene scaraventato a New York in cerca di fama e fortuna come artista. Realizzato con tale eleganza che è una vergogna che non vi aggiunga molto altro. Lo scheletro del racconto di Dickens c’è, ma nessuna risonanza. Panavision.