Lost In Translation

Due americani a Tokyo. Lui è Bob Harris, una star del cinema giunta in Giappone per girare uno spot pubblicitario per una marca di whisky. Lei è Charlotte, a Tokyo per accompagnare il marito fotografo. Lui è sposato da venticinque anni e ha due bambini. Lei si è appena laureata e sposata. Inizialmente hanno in comune l’hotel e l’insonnia. Per questo si incontrano al bar dell’albergo: diventano amici, girano Tokio di notte, si divertono come matti, riscoprono la gioia di vivere.
Spesso i figli d’arte si portano sulle spalle il macigno del loro cognome importante. Devono combattere contro inevitabili paragoni e spesso finiscono per perdere il confronto. Invece Sofia Coppola, dopo il positivo esordio de Il giardino delle vergini suicide, conferma con Lost In Translation il suo talento e si costruisce un percorso artistico indipendente da quello del padre Francis Ford. Questa ragazza laureata in Storia dell’arte al California Institute of the Arts possiede un gusto del colore e della luce non comuni, di forte ispirazione pop. Il film racconta dell’incontro di due solitudini. Un uomo e una donna riescono ad essere amici senza bisogno di fare sesso. Tokyo diventa il loro piccolo paradiso perduto, un’isola di tempo dove dividere e aggiungere momenti alle loro esistenze. Non è un deserto, ma un caos di luci, locali, odori e sapori, grattacieli e taxi a ogni angolo di strada. La tristezza arriva nel vuoto delle loro stanze d’albergo. Lei lasciata troppo spesso sola dal marito senza progetti per il futuro. Lui pacco commerciale portato qua e là dall’ufficio stampa giapponese. Notevole anche la colonna sonora: si va da Scarborough Fair di Simon e Garfunkel a God Save The Queen dei Sex Pistols, da More Than This di Brian Ferry a Brass in Pocket dei Pretenders. Molte canzoni sono cantate in versione jazz da Catherine Lambert, che nel film interpreta la cantante del piano bar dell’hotel. Altre volte la Coppola si diverte a proporle in karaoke, facendo cantare gli attori a una festa. Preziosa è stata la collaborazione di Kevin Shields dei My Bloody Valentine, una delle band preferite dalla regista, che ha scritto i brani originali per il film. Oscar 2004 come migliore sceneggiatura originale. (francesco marchetti)