Casotto

Una spaziosa cabina della spiaggia libera di Ostia fa da sfondo a un campionario di umanità varia che, di volta in volta, si alterna all’interno del casotto. Sergio Citti, allievo prediletto di Pier Paolo Pasolini, si serve in maniera eccellente del notevole gruppo d’interpreti (tra i quali spicca Jodie Foster, reduce dal successo di Taxi Driver, che le valse una nomination agli Oscar) e dell’angusto spazio in cui i suoi attori sono costretti a muoversi. In grande evidenza soprattutto Gigi Proietti e Paolo Stoppa. (andrea tagliacozzo)

Bella di giorno

La vicenda è scioccante: una giovane sposina dall’aria virginale lavora durante il giorno in un bordello di lusso nel centro di Parigi, all’insaputa del paziente (e non ancora soddisfatto) marito. Il film tratta in modo molto diretto alcuni temi sensibili, con dialoghi piuttosto duri. La migliore interpretazione della Deneuve.

Ritorno a casa

Tre testi diversi (Ionesco, Shakespeare e Joyce). Tre episodi e i loro corollari nella vita di un’anziano attore di teatro. Tra sciagure improvvise, malintesi con il proprio agente e piccole gioie. De Oliveira, l’infaticabile, sorprendente creatore di omaggi alla mente dell’uomo (ogni suo nuovo film apre una nuova stanza nel nostro angusto orizzonte), capace di impilare film completamente opposti, uno dietro l’altro. Quest’ultimo lavoro era già stato annunciato durante la presentazione di
Palavra e utopia
. In quell’occasione il maestro portoghese aveva ricordato un avvenimento accaduto durante le riprese, quando un attore, non riuscendo a elaborare il lungo monologo affidatogli, aveva espresso l’intenzione di abbandonare il set. L’episodio dal sapore beckettiano si è allargato in un’affascinante disamina della debolezza umana e dei modi per combatterla. Esercitare la memoria, regolare la vita secondo misure ben precise, vivere una vita secondo le regole (quelle imposte dalla consuetudine o quelle dettate dal proprio intimo) sono modi con cui l’uomo si difende dall’imprevisto, rivelando al tempo stesso la sua debolezza e la sua forza (questo è probabilmente il vero soggetto degli ultimi film del regista). Tra regola ed eccezione sta De Oliveira, che alterna momenti tradizionali (la prima scena di teatro) a soluzioni eccentriche (la chiacchierata di Piccoli al suo agente nel bar, ripresa con un piano fisso sulle scarpe dell’attore francese). E regola ed eccezione modulano anche il percorso dello spettatore, costretto a muoversi da un piano all’altro del discorso, ora godendo per la verve del dialogo, ora immergendosi in affascinanti fuochi incrociati tra teatro e vita ordinaria. De Oliveira, lui, sta a metà strada: un po’ complice del suo mattatore (Piccoli in stato di grazia), un po’ burattinaio sopra le righe. In questi andirivieni risiede la grazia di
Vou para casa
, film capace di emozionare, divertire, intrigare la mente dello spettatore.
(carlo chatrian)

Potiche – Quel genio di mia moglie

1977, Sainte-Gudule, Francia settentrionale. Robert Pujol, ricco industriale, dirige con pugno di ferro la sua fabbrica di ombrelli, mostrandosi dispotico anche con i figli e con Suzanne, la “moglie-trofeo”, sottomessa e costretta alla vita domestica. Quando gli operai entrano in sciopero e sequestrano Robert, Suzanne lo sostituisce alla guida della fabbrica. A sorpresa, la donna rivela una gran competenza e capacità d’azione. Ma Robert torna dal suo viaggio di riposo in forma smagliante e tutto si complica…

Dancer in the Dark

Nanni Moretti avrebbe voluto realizzare un «musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta». Lars von Trier fa di meglio: un musical su una metalmeccanica dell’est (comunista?) quasi cieca, in un’America artificiale, fasulla e comunque razzista. Con gusto diabolico infila Catherine Deneuve in fabbrica, infagottandola come un’algida befana. Filma ridicole evoluzioni «musical» tra tribunali, rotaie, fabbriche, in una escalation che trova il suo apice lungo i centosette passi che dividono un essere umano dalla forca. Effettivamente gli manca solo la pasticceria.

Ci chiediamo cosa ci sia di attraente in un film che sembra l’incrocio tra i musicarelli della Caselli e
L’ultima neve di primavera
, anche se (ben inteso) realizzato mille volte meglio. A detrimento di ogni «dogma», l’abilità di von Trier nel manipolare a piacimento le immagini ha dell’incredibile. La sequenza dell’assassinio del poliziotto – interminabile, lacerante, disumana – è lì a dimostrarlo: si tratta di un vero pezzo di bravura. Proprio questo fa problema. L’idea è che Lars von Trier stia giocando sporco. Con il digitale e le cento camere utilizzate nella scena del treno, con l’idea di girare a caso, con la storia del Dogma e del voto di castità, ci sta prendendo in giro. Il più è accorgersene. Nessun film è più controllato di
Dancer in the Dark
. Nei momenti chiave le inquadrature sono precise al millimetro. Spingono sull’emozione fino alla crisi di pianto. È facile immaginare il numero di spettatori che usciranno dalla sala con i fazzoletti in mano, cercando di asciugare le lacrime. E invece bisogna avere il coraggio di restare lucidi, per scoprire il bluff (vedi il ritratto di Lars von Trier di Alberto Pezzotta).

In più – come Spielberg, come Cameron, come Greenaway – Lars von Trier fa parte di quella stirpe di cineasti che Serge Daney considererebbe
promautori
: «Siccome il promautore realizza spesso i suoi film, non gli tocca più il compito di impersonare il ruolo del pubblico e del denaro di fronte all’autore. Conosce perfettamente ciò che vi inserirà» (Serge Daney, «L’exercice à été profitable, Monsieur», Paris, P.O.L., 1993). Come Kubrick, Lars von Trier è una macchina. Ma se Kubrick sapeva di dover restare (come ogni buona macchina) necessariamente distante da ciò che filmava, lasciando allo spettatore lo spazio dialettico per confrontarsi con le immagini, al contrario il danese – con la freddezza di un sadico killer travestito da anima bella – dirige e manipola lo sguardo dello spettatore fin dove gli fa più comodo, spingendo l’acceleratore verso un disgustoso patetismo. Siamo convinti che, al montaggio, egli avesse già ben chiaro il punto esatto in cui lo spettatore avrebbe allungato la mano in tasca, per cercare il fazzoletto.

«E qui parte l’applauso», affermava sicuro di sé Nando Moriconi (alias Santy Bailon) in
Un americano a Roma
, dopo il passo di tip tap. «E qui parte la lacrima», avrà pensato Lars von Trier. Davanti a
Dancer in the Dark
, voi comportatevi come lo spettatore «romanaccio» nella platea del teatro di periferia. Non fatevi fregare, fate partire una pernacchia.
(rinaldo censi)

L’eletto

Mongolia, quarant’anni fa. Una coppia di occidentali libera un uomo tenuto prigioniero, ma durante la fuga i due sono fermati e uccisi. Parigi, oggi. Laura, un’interprete dal russo, si accorge che lei e suo figlio sono al centro di strani fenomeni: la notte fanno gli stessi incubi con i medesimi animali e inoltre sul petto del ragazzo, adottato sette anni prima in un orfanotrofio della Mongolia, è apparso uno strano segno. Una notte i due hanno un incidente in macchina e il ragazzo rimane in coma. Laura inizia ad avere allucinazioni in cui vede animali feroci, conoscenti e persone direttamente coinvolte nell’adozione muoiono e, come per miracolo, Liu-san guarisce. La donna inizia delle ricerche sulle vere origini del figlio e scopre che gli amici che l’avevano aiutata ad adottarlo facevano parte di un gruppo di ricercatori nel quale lavoravano anche i suoi genitori, morti tragicamente. Liu-san viene rapito e la madre si mette alla sua ricerca in una zona della Mongolia in cui un tempo viveva una tribù di stregoni con poteri taumaturgici.

Un film parlato

Esiste, anzi esisteva una «mediterraneità» che per secoli ha unificato lingua e culture diverse, nate però da un unico grembo. Parafrasando Predrag Matvejevic, Manoel de Oliveira filma una stupefacente parabola, per capire a fondo la quale si devono attendere gli ultimi cinque minuti che ne ribaltano la prospettiva e, innanzi tutto, bisogna recuperare la nostra sepolta «naivetè», ovverosia la capacità di tornare a vedere la realtà come se fosse la prima volta, come fossimo bambini. Ed è infatti con gli occhi di una bimba di otto anni che, per buona parte del film, vengono colte le immagini dei luoghi topici della nostra civiltà.

Una giovane professoressa universitaria di storia coglie l’occasione di ritrovarsi a Bombay col marito, pilota di linee aree civili, per fare una crociera e visitare con la figlia Maria Joana tutti quei luoghi che lei finora ha conosciuto solo sui libri. Si parte da Lisbona e dalla sua Torre di Belèm, si scorge Ceuta lontana, si scende a Marsiglia, a Napoli si visitano le rovine di Pompei, poi Atene e il suo Partenone, Istanbul, l’Egitto e le sue piramidi e infine Aden, come ultima tappa, dopo la quale il viaggio si interrompe e non vi racconto perché. Durante queste soste «turistiche», scandite dal primo piano della prua della nave che solca il mare, salgono a bordo tre donne in carriera, una francese (Catherine Deneuve), ricca donna d’affari, un’italiana (Stefania Sandrelli), ex-modella famosa e una greca (Irene Papas), attrice e cantante. Il comandante della nave (John Malkovich) gentiluomo e charmeur, americano ma di origine polacca, le invita come ospite alla sua tavola cui, in un secondo momento, si aggregheranno anche la professoressa e la piccola figlia.

Questa seconda parte del film, prima della sorpresa finale, è costruita quasi come un’unica sequenza, con pochi stacchi di macchina, spesso fissa, come nel grande Ozu, ed è un solo inno – sotto la forma di una conversazione anche sempliciotta, quasi banale, da chiacchiera da tavola – alla nostra civiltà in declino, una civiltà fondata sui valori della cultura greca, dove tutti si capiscono pur parlando lingue diverse, perché la cultura unifica nella diversità democratica, dove tutte le opinioni sono accette, dove l’educazione, la gentilezza, l’arte di intrattenere predominano. Ci si rende conto che a quel tavolo siede un’umanità in via di estinzione, che la nave è una narrenschift, se si sostituiscono ai narren, ai folli, quei superstiti laudatores di valori non più in commercio. Con il suo modo essenziale, forse un po’ tanto semplicistico, ma disarmante, incantato e struggente di raccontare, il «grande vecchio» del cinema riesce ancora una volta a commuoverci e a lasciarci, grazie alla sequenza finale, con l’animo ulcerato e sgomento.
(piero gelli)

Pola X

Un giovane aristocratico (Depardieu), autore di un romanzo di culto, è fidanzato con una ragazza bella e dolce, ma poi un’altra donna entra nella sua vita. Questa è pazza, incoerente, e afferma di essere la sua sorellastra. Un ritratto psicologico che è anche una esplorazione di ossessione, identità e pazzia, ma è fin troppo lungo e trasuda pretenziosità. Ambizioso, ma terribilmente difficile da vedere fino alla fine. Basato su un poco conosciuto romanzo di Herman Melville, Pierre o delle ambiguità.

8 donne e un mistero

Natale 1950, in una magione dispersa nella campagna francese, sommersa dalla neve, sette donne si apprestano a passare tutte insieme le feste: la nonna inferma, la zia zitella e acida, la padrona di casa madre di due figlie, la governante e la cameriera. Al piano di sopra c’è il capofamiglia Marcel, uomo d’affari. In tarda mattinata la cameriera scopre il corpo di Marcel accoltellato a morte nel suo letto. Le sette donne diventano le sospettate del delitto e a loro si aggiunge Pierrette, sorella della vittima, donna affascinante dalla vita poco chiara. Tutte hanno un movente, tutte nascondono qualcosa, nessuna se ne può andare dalla casa. Fino a quando…
Otto donne e un mistero,
tratto da una piéce teatrale di Robert Thomas degli anni Sessanta, è un thriller classico, una giallo in perfetto stile Agatha Christie, una commedia musicale alla Vincente Minelli e un film con forti tratti umoristici e surreali. Questo frullato di generi dà vita a una pellicola piacevole, girata molto bene e recitata magistralmente dal meglio del cinema francese al femminile. Lotta di classe, trasgressioni sessuali, squallore famigliare, il tutto vissuto con la mentalità anni Cinquanta, ma visto con la giusta ironia dei nostri tempi. Una giornata surreale per capire le donne, tra sconcertanti rivelazioni e piccole vendette. Esilaranti le interpretazioni delle canzoni e i balletti delle protagoniste e da non perdere il bacio saffico tra la Ardant e la Deneuve. Trent’anni fa avrebbe fatto scalpore, oggi fa sorridere.
(andrea amato)

La cagna

Stanco della società, un disegnatore di fumetti decide di rifugiarsi in un isola nella più completa solitudine, ben presto interrotta dall’arrivo di una ragazza. Una commedia satirica e paradossale nel più tipico stile di Marco Ferreri, tratta dalla novella
Melampus
di Ennio Flajano (che figura anche tra gli sceneggiatori del film assieme al regista e a Jean-Claude Carrière). Catherine Deneuve tornerà a lavorare con Ferreri in
Non toccate la donna bianca
, ancora una volta accanto a Marcello Mastroianni (all’epoca compagno anche nella vita dell’attrice francese).
(andrea tagliacozzo)

Tristana

Una giovane donna (Deneuve) va a vivere con il suo tutore (Rey) dopo la morte della madre. Lui si innamora di lei, ma ha un rivale (Nero). Uno degli studi più sereni, seri eppure perversi di Bunuel sul cattolicesimo, la vecchiaia, il desiderio e la deformità. Girato splendidamente a Toledo. Distribuito in Europa in una versione di 105 minuti. Nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero.