Aquamarine

Due ragazzine dodicenni trascorrono i loro pomeriggi nella piscina di un club situato a due passi da casa. Dopo un violento temporale scoprono che nella piscina si è insediata niente meno che una sirena. Le due ragazze entrano in confidenza con lei e l’aiuteranno a conquistare il bel proprietario del bar del club.

Innocua commedia per ragazzine ai primi bollori, mixa La Sirenetta e Baywatch, con memorie di Splash e una punta di malizia erotica non necessariamente etero.

La comunidad – Intrigo all’ultimo piano

In un condominio di Madrid un anziano signore vince un premio milionario alla lotteria, si chiude in casa e nasconde i soldi. I vicini, avidi, non aspettano altro che il vecchio tiri le cuoia per mettere le mani sul bottino. Non hanno però fatto i conti con Julia, agente immobiliare che riesce ad afferrare il gruzzolo: tra lei e gli altri inquilini si instaurerà una sanguinosa lotta all’ultima banconota. Álex de la Iglesia, dopo l’ultrahard Perdita Durango e lo strepitoso Muertos de risa (entrambi tuttora inediti da noi, ed è un grosso peccato), torna alle atmosfere grottesche spinte di El dia de la Bestia , ma l’operazione gli riesce assai meno bene: il girotondo delle violenze cartoonesche, degli imbrogli bramosi e dell’egoismo inaudito ha il fiato corto, dopo poco gira a vuoto, ripetendosi e accumulando notazioni e azioni senza accortezza per il ritmo e l’equilibrio generale del film. Accadeva un po’ la stessa cosa pure in Perdita Durango , ma almeno lì c’era un contorno di suggestioni davvero notevole; in La Comunidad invece si sente subito la pochezza dell’assunto, che rasenta la banalità e non dice niente di nuovo. Strano, ma questa sorta di kammerspiel da tinello e tromba delle scale, isterico e minaccioso (ma soltanto negli sguardi dei personaggi), prende il volo solo quando – negli ultimi venti minuti – esce dal condominio. Tutta la parte sui tetti, bellamente hitchcockiana, è girata con gusto della suspense e ottima scansione, risultando più allucinata e, volendo, più scorretta di ogni minuto precedente. Ma la perfezione calibratissima e acidissima di Muertos de risa , a tutt’oggi il miglior lavoro di de la Iglesia, non riesce a replicarsi. (pier maria bocchi)

La legge del desiderio

Un regista gay ha una relazione con un ragazzo. Contemporaneamente conosce e s’innamora di un altro giovane, un attore, possessivo e geloso. Questi, venuto a sapere del rivale, lo uccide. Un folgorante e originale melodramma intriso di humour nero; uno dei film che hanno contribuito alla nascita del «mito Almodóvar», esploso definitivamente nell’88 con Donne sull’orlo di una crisi di nervi . (andrea tagliacozzo)

Volver

Un film di Pedro Almodóvar

Volver. Un altro film al femminile ambientato nella Spagna rurale. Tra dramma e commedia, iperrealismo e sogno, con almeno due personaggi femminili che sarà difficile dimenticare, interpretati da Penélope Cruz e Carmen Maura. «La cosa più difficile nei miei film è scrivere la sinossi», ha detto il regista spagnolo presentando il suo film a Cannes.

I temi sono quelli tradizionali dell’universo almodovariano (superiorità femminile, solidarietà di classe e di sesso, inutilità del maschio per costruire un nucleo familiare) però distillati con maestria. Il film affronta le storie dei suoi personaggi “dal fondo”, per far emergere pian piano dal passato (“volver” dice il titolo, cioè tornare) le ragioni dei loro comportamenti, delle loro paure e nevrosi. Senza le provocazioni folcloristiche di alcuni lavori precedenti, ma con la consapevolezza che la giostra della vita è più ironica e sorprendente di ogni immaginazione.

Penélope Cruz protagonista

Il ruolo della protagonista inscrive definitivamente  la Cruz all’interno del parco muse del cinema, qui, in Volver, borderline senza mai perdere una goccia del suo fascino e della sua dolcezza. Idea subdola e intelligente, quella di Almodòvar di introdurre nel cast Carmen Maura (Irene), già protagonista dei film del regista spagnolo degli anni ’80: un ritorno dal mondo dei morti che aggiunge suspense e un tocco di gotico alla successione degli eventi narrati. Il paradossale buon umore del suo personaggio è un tocco surreale che si inserisce nel film con grande armonia.

Premio per la sceneggiatura e Prix d’interprétation féminine per il cast femminile (oltre a Penelope Cruz e a Carmen Maura, alle straordinarie Lola Dueñas, Chus Lampreave Blanca Portillo, Yohana Coboal.

Pepi, Luci, Bom e le altre ragazze del mucchio

Il primo lungometraggio di Almod&Aelig;var è la storia di Pepi (Maura), un’ereditiera vittima di uno stupro che diventa una dirigente pubblicitaria; nel frattempo, la casalinga Luci (Siva), il cui marito aveva stuprato Pepi, lo lascia e inizia una relazione lesbica con Bom (Gara), una cantante rock. Spinto e oltraggioso, ma realizzato con pochi mezzi e privo di risate.

Donne sull’orlo di una crisi di nervi

Una doppiatrice cinematografica, abbandonata da un collega con cui convive, ospita un’amica ricercata dalla polizia. Contemporaneamente, riceve la visita della moglie dell’ex amante, seriamente intenzionata a uccidere il marito. Candidata all’Oscar 1988 come miglior film straniero, una scatenata commedia che si fa apprezzare sia per il brio della realizzazione che per l’estroso gusto visivo. Grande (e meritato) successo di critica e di pubblico. (andrea tagliacozzo)

Valentin

Dopo poche sequenze ti coglie subito un dubbio: di stare vedendo un film come da piccolo ti capitava al cinema parrocchiale della domenica; tipo, che so, il famigerato Marcellino pane e vino. Ma il soggetto è troppo laico, allora pensi a quei film televisivi, per pomeriggi domenicali rispettabili, con nonne e nidiate di nipoti, che, abbandonati Bonolis e Costanzo e i loro contenitori da circo Barnum, si affidano alle commoventi traversie di un bambino che vive solo con la vecchia nonna. Malata, burbera, ma che tanto lo ama, questo bambino, nella fattispecie un saccente occhialuto Rodrigo Noya, mentre lei è l’almadovariana Carmen Saura, irriconoscibile e bravissima nel ruolo di vecchia assai acciaccata.
Siamo a Buenos Aires alla fine degli anni Sessanta (1967, per precisare, e non 1960 come scrive la sinossi che accompagna il materiale pubblicitario del film, visto che si allude alla morte di Che Guevara) ed è l’unico elemento di interesse, di novità in una caramellosa sequela di episodi che vedono il povero saccente Valentin alle prese con la sua solitudine e l’indifferenza dei grandi. Un padre odioso e stupido (interpretato dallo stesso regista e scrittore), un pretino rivoluzionario, qualche accenno antisemita, il mistero sulla madre, tocchi di colore locale, ogni tanto, fanno sperare che il film imbocchi una via drammaticamente significativa. Alla fine, per esempio, la nonna muore, e l’orrendo padre affida il figlio ad amici e vende la casa. Ci si aspetta quindi un po’ di sana crudeltà. Macché! L’intollerabile, querula felicità di Valentin sopporta tutto, con allegria. Noi un po’ meno. Il regista, si dice, tale Alejandro Agresti, è in patria un acclamato (da chi?) scrittore e con questo film racconta la sua dura infanzia, caramellandosela con goduria, sua naturalmente, non nostra. Il fanciullo, con il suo occhio storto, gli occhialoni e i capelli arruffati sarebbe simpatico, se non fosse doppiato da un’orribile voce di bambino italiano, che stride fuori campo commentando per tutti gli interminabili novanta minuti. Ma perché l’hanno tradotto, ‘sto film, importato e distribuito? (piero gelli)