Sapore di mare

Negli anni Sessanta, i fratelli Paolo e Marina, in vacanza in Versilia, entrano a far parte di un affiatato gruppo di coetanei. Ma l’estate, scandita dalle canzoni e dagli inevitabili filarini amorosi, passa in fretta. Film prevedibile, quasi quanto la colonna sonora infarcita di successi dell’epoca, ma di grande successo. Eppure, nonostante la mediocrità regni sovrana, risulta tutto sommato sopportabile, specie se confrontato ai successivi film dei Vanzina come Via Montenapoleone o Miliardi . Nel 1983, verrà realizzato un ideale seguito di questa pellicola con il titolo Sapore di mare 2 , un anno dopo, per la regia di Bruno Cortini. (andrea tagliacozzo)

In questo mondo di ladri

Fabio, Monica, Nicola, Walter e Lionello sono vittime di una truffa immobiliare, impossibilitati persino a cercare di farsi giustizia per vie legali. Così, non rimane loro altro da fare se non trasformarsi da vittime in “carnefici”. Vanzina e il fratello trovano ancora una volta utile rifugiarsi nel solito calderone di gag e sketch. Sempre lo stesso cliché cinematografico, insomma. Ma, sotto sotto, c’è in realtà l’intenzione di agganciarsi, come per Febbre da cavallo — La mandrakata, al passato del padre Stefano.

Viuuulentemente… mia

Un poliziotto riesce a gabbare una finanziera, resistendo in modo impeccabile ai suoi corteggiamenti. Ma, come premio, viene trasferito in Barbagia. Buon per lui, ci sarà però un lieto fine. Purtroppo niente di simile a Eccezzziunale…veramente. Si salva Abatantuono, che in pratica ripete sempre le sue gag. Un film che, non avendo nulla da dire, non poteva far altro che riuscire noioso dal primo all’ultimo minuto.

Piedipiatti

Il brigadiere romano Vasco Sacchetti è sulle tracce di un trafficante di droga colombiano. Quando sta per incastrare il criminale, l’inefficienza di due colleghi manda all’aria l’operazione. Arrivato a Milano per proseguire le indagini, Vasco viene arrestato per errore da un brigadiere della polizia meneghina, Silvio Caporati. Deprimente mix di comicità e azione: poco divertente come commedia; tutt’altro che avvincente come poliziesco. Una sequenza è spudoratamente copiata da Sorveglianza… speciale di John Badham. (andrea tagliacozzo)

Sotto il vestito niente – L’ultima sfilata

Alla sfilata del famoso stilista Federico Marinoni, il pubblico va in visibilio per Alexandra, la splendida top model legata da anni alla griffe del couturier. Per la modella questa è una consacrazione e un trionfo… Ma anche l’ultima sfilata. Poche ore dopo, infatti, viene travolta da un pirata della strada, che fugge. A indagare sul caso è l’ispettore Vincenzo Malerba, non convinto dalla tesi dell’incidente. Intanto, lo stilista sostituisce la compianta icona Alxandra con Britt, il cui arrivo crea rivalità e ripicche in famiglia. La più gelosa è Cris, migliore amica e collega di Alexandra. Pensando che sarebbe stata lei a prendere il suo posto, ora medita vendetta. Non fa però in tempo a metterla in pratica che viene uccisa da un misterioso assassino. I presunti colpevoli, sospettati dall’ispettore Malerba, ora sono tanti…

I miei primi quarant’anni

Dall’omonimo libro autobiografico di Marina Ripa di Meana. Vivace e turbolenta fin dall’infanzia, Marina è iniziata al sesso dalla cameriera. Il matrimonio con il duca Caracciolo e la successiva nascita della figlia Lucrezia non riescono a soddisfare le ambizioni della donna che, dopo la sofferta ma inevitabile separazione dal marito, apre un atelier di moda. Definire cinema quest’accozzaglia di sequenze, una meno interessante dell’altra, tagliate e cucite alla meno peggio, è un’offesa mortale alla settima arte. (andrea tagliacozzo)

Eccezzziunale veramente – Capitolo secondo… me

Riprendono le avventure dei tre incalliti tifosi Donato (il milanista), Tirzan (lo juventino) e Franco (l’interista). Donato ha passato tutto questo tempo sull’isola di Ibiza e solo oggi decide di tornare nella sua amata Milano. Qui trova una situazione inaspettata: Ginevra, la sua fidanzata di un tempo, gli confessa di aver avuto un figlio da lui che, sfortunatamente per Donato, è uno sfegatato ultrà interista.
Tirzan invece ha passato gli ultimi vent’anni in un letto d’ospedale, a causa di un incidente stradale occorsogli mentre era alla guida del suo camion. Risvegliato dal coma non si ricorda più nulla, neanche della sua Juventus. Ritrova però la bella Nunzia, sua moglie, che nel frattempo si è legata all’uomo coinvolto vent’anni prima nell’incidente di Tirzan. Colpito da un pallone, riacquisterà la memoria.
Franco l’interista è sommerso dai debiti a causa della sua passione per il gioco. Il bar di cui è proprietario è preda dei creditori ma un giorno, durante una trasferta a Zurigo, scambia la propria valigia con quella di un malavitoso. All’interno trova centocinquantamila euro, cifra sufficiente a rimetterlo in piedi. Ma la mafia rivuole i suoi soldi e, per non finire con le scarpe di cemento, Franco dovrà scendere a patti con i boss.
Alla fine ce l’hanno fatta. Diego Abatantuono insieme a Carlo ed Enrico Vanzina, già autori del primo episodio, resuscitano un classico della commedia italiana realizzando un sequel di tutto rispetto. Un film comico all’italiana in senso tradizionale, non volgare e non sempre brillante ma dalla battuta puntuale e verace, esaltata da storpiature e sbeffeggiamenti calcisticamente corretti che si snodano lungo tutta la durata della pellicola. La sceneggiatura gioca molto su alcuni elementi e caratterizzazioni presenti nel primo Eccezzziunale (la situazione «sentimentale» da tifoso e non di Donato e i problemi di soldi di Franco, per esempio) e ne rimescola le carte nell’impostazione del nuovo episodio: i tifosi sfegatati e burloni sono ora i milanisti interpretati dal quartetto comico i Turbolenti, nessuno dei quali dimostra di essere un grande attore (nel primo episodio, invece, gli sfegatati e burloni erano gli interisti Abatantuono, Conti, Teocoli e Boldi, questi ultimi due oggi rimpiazzati da Mauro Di Francesco e, miseramente, da Raffaello Tonon), mentre ora al centro di un triangolo amoroso si trova l’ex camionista Tirzan che, risvegliandosi dal coma, ritrova la formosa moglie Nunzia, Sabrina Ferilli, accanto a un altro uomo (nel primo episodio era invece Donato a trovare l’amore in Loredana, fidanzata di Sandrino, smemorato capo ultrà interista, ora patrigno del figlio di Donato).
Un gioco ben riuscito e sapientemente dosato dai tre sceneggiatori, senza eccessivi colpi d’ingegno, qualche banalità del tutto concessa e una chiusura scontata ma dal sapore antico. Diego Abatantuono, ancora una volta uno e trino, non delude riprendendo un personaggio ormai sepolto nel suo passato (e qualche palata anche lui gliela aveva data) ma è chiaro, anche da questa prova, che ormai i ruoli che meglio interpreta sono quelli meno grotteschi: nel nuovo Eccezziunale gli calza perfettamente il personaggio di Franco, mentre è meno convincente in quello di Donato Ras della Fossa. Al tempo fu il contrario. Viuuulenza!!! (mario vanni degli onesti)

Un’estate ai Caraibi

Diversi personaggi della nostra Italia si scontrano ai Carabi per un film corale. Roby è un bancario meridionale ipocondriaco. Una lastra ai polmoni segna la sua condanna evidenziando un male inguaribile. Il suo medico, Giacomo, gli dà appena un mese di vita. Prima di morire decide però di andare ai Caraibi. Vincenzo è un dentista di Napoli. E’ sposato con una donna gelosissima che lo tiene sotto controllo. A ragione, perché l’uomo ha un’amante, Anna, sua ex infermiera. Ma non riesce mai a vederla. Angelo lavora come autista per un palazzinaro romano, Remo. In realtà, più che l’autista, Angelo è lo schiavo di Remo. Angelo, con la morte nel cuore, è costretto a rinunciare alle sue vacanze e ad accompagnare il padrone ai Caraibi. Max lavora in una radio privata di Livorno. Fa il disc jockey, in coppia con l’amico Tommy. Max è fidanzato con Laura, una giovane e bellissima commessa. Proprio nel giorno del loro primo anniversario, Max scopre che Laura ha un altro e ha deciso di lasciarlo. Alberto è un romano trapiantato ad Antigua. Trapiantato per modo di dire. E’ stato costretto a scappare da Roma a causa del suo amore per le carte. Oberato di debiti e inseguito dai creditori fugge ai Caraibi.

Febbre da cavallo – La mandrakata

Un quarto di secolo dopo ricompare Mandrake, sempre con il vizio delle corse, incline ancora una volta a una super truffa ippica. Un omaggio al padre, Stefano Vanzina, regista nel 1976 di Febbre da cavallo. Ma soprattutto un tentativo di rievocare la tradizione della vecchia commedia all’italiana nel nuovo millennio. Risultato? Un film che lascia a desiderare, anche se l’intenzione è buona. Mancano battute forti, il coraggio di osare e di creare quella vivacità, quello humor che invece erano caratteristica essenziale di certa commedia di venti, trent’anni prima.

Sotto il vestito niente

Un giallo ambientato nella “‘Milano da bere”. Un ranger americano ha una visione in cui sua sorella viene uccisa a forbiciate. Corre allora in Italia per verificare che lei sia ancora viva. Ma la sorella, che fa la fotomodella, è scomparsa. In compenso, il bel ragazzo conosce altre modelle, che lo aiuteranno nell’impressa di trovare la sorella, coinvolgendolo anche in qualche scenetta softcore. Pessima imitazione di Omicidio a luci rosse, che dalla prima all’ultima scena diventa un polpettone con quella giusta dose di eros e suspense che, in Italia, attirò anche un buon numero di spettatori al botteghino.

2061 – Un anno eccezionale

2061. In seguito a una tremenda crisi energetica dovuta all’esaurimento delle scorte petrolifere, il mondo è piombato in una sorta di Medioevo. L’Italia è un paese disunito, multietnico, quasi pre-risorgimentale: al nord è nata la Repubblica Longobarda difesa da un muro altissimo; nella Repubblica Popolare della Romagna la tassazione è al 100 per cento ma abbonda la benzina; la Toscana è tornata a essere un Granducato dove le fazioni dei Della Valle e dei Cecchi Gori lottano per il potere; al centro è rinato lo Stato Pontificio, un regime integralista dove domina l’Inquisizione; al sud regna il Sultanato delle due Sicilie dove le temperature oscillano tra i 32 e i 54 gradi. Da qui, un gruppo di avventurosi patrioti capitanati da un istrionicoProfessore (Diego Abatantuono), intraprende un viaggio grottesco e picaresco, con lo scopo di unirsi alla resistenza e con la “mission imbossible” di arrivare a Torino per rifare l’Italia.

I fichissimi

Come quasi in ogni film di Vanzina la trama rasenta la banalità: un posteggiatore si innamora della sorella del suo peggior nemico (Abatantuono) che nei suo confronti fa scoppiare la “viuuulenza” tipica del meridionale scalmanato interpretato da Diego Abatantuono. Ma proprio Abatantuono, con le peculiarità del suo personaggio, in mezzo a tanta retorica, riesce a portare una ventata di ironia e di sostanziale creatività a un film che altrimenti ci saremmo già dimenticati. Non a caso, per le gag di Abatantuono, questa pellicola fu un grosso successo al botteghino.

South Kensington

Londra è la città più italiana d’Europa. Giovani neolaureati che lavorano nella City, rampanti colletti bianchi, studenti fuori corso che imparano l’inglese, nullafacenti ricchi che saltano il servizio militare lontano da casa. In questo contesto si sviluppa la storia di South Kensinghton , film natalizio dei fratelli Vanzina. Il conte, in disgrazia, Nicholas Brett (Rupert Everett) affitta camere a un rampante colletto bianco romano (Enrico Brignano) e a un ragazzo napoletano (Giampaolo Morelli), spesato dai genitori albergatori per imparare l’inglese. Brignano è alla ricerca dell’amore eterno, mentre Morelli riesce a fingersi miliardario con la bella e ricca Camilla Fox (Elle Macpherson). Dopo i soliti colpi di scena che complicano temporaneamente le vicende, tutto si risolve con il solito happy end. Banale, scontato, prevedibile, a volte irritante, ma per fortuna non pecoreccio. Questa volta i Vanzina Bros evitano almeno la volgarità, ma producono il solito filmetto di Natale che, almeno ogni tanto, strappa qualche sana risata. A reggere il gioco comico è sicuramente Enrico Brignano, che davanti alla cinepresa mantiene la sua proverbiale verve. (andrea amato)

Yuppies – I giovani di successo

Un notaio, un dentista, un pubblicitario e un rivenditore d’auto, con il mito dei soldi, del potere, della fama, delle belle donne e, ovviamente, di Gianni Agnelli, tengono banco per oltre un’ora. Uno dei film più brutti e volgari del cinema italiano.

Eccezzziunale… veramente

Abatantuono superstar, qui impegnato in tre personaggi: Donato, capo degli ultrà del Milan obbligato però a rinnegare la sua fede calcistica per amore della fidanzata; Franco, tifoso interista sempre nei guai con la moglie e vittima di scherzi e scommesse iellate; e Tirzan, scalmanato camionista jueventino che per seguire la sua squadra si fa pure rubare il camion a Parigi. Vanzina crea personaggi riuscendo a disegnare lo spaccato di un’Italia cialtrona, ma comunque simpaticamente genuina. E lo fa grazie a un’interpretazione di Diego Abatantuono che qui crea definitivamente un’icona del cinema italiano: quella di un grande comico con trovate, modi di dire e battute ancora oggi irresistibili.

Sapore di mare 2 – Un anno dopo

Enrico e Carlo Vanzina tornano, stavolta solamente in veste di sceneggiatori, alla Capannina, sulla spiaggia della Versilia, nei favolosi anni ’60. Qualche personaggio del film precedente è rimasto, qualche altro manca, ma le situazioni sono invariate: le solite avventure sentimentali, i soliti scherzi in riva al mare. Insomma, niente di nuovo sotto il sole! Film stupido e scontato. Anche se messo a confronto a prodotti come Abbronzatissimi diventa quasi un capolavoro. (andrea tagliacozzo)

Il ritorno del Monnezza

Rocky Giraldi (Claudio Amendola) è il figlio di Nico Giraldi, poliziotto trucido della Roma che fu. Anche lui è nella polizia e usa gli stessi metodi disinvolti e arruffoni per contrastare la criminalità. Gli si presenta un nuovo caso, apparentemente banale: l’omicidio di un modesto ladro d’appartamenti. Spalleggiato dalla collega e amica  Betta e dal ladruncolo Tramezzino, scoprirà che dietro al caso si cela un complesso e torbido giro, che include politici e avvocati, droga e denaro sporco.
C’era davvero bisogno di dare un seguito alle avventure dell’ineffabile Nico Giraldi, poliziotto borgataro comparso per la prima volta nel 1976 ne Il trucido e lo sbirro di Umberto Lenzi? Che bisogno c’era di recuperare il mitologico Monnezza, osteso alle masse da Tomas Milian, per la voce di Ferruccio Amendola e le immagini di Bruno Corbucci? L’operazione è nata negli uffici della Cecchi Gori, dopo aver constatato il possente riscontro che l’epopea trash del Monnezza riscuote oggi nel circuito dell’home video. La prima urgenza che ha partorito questo sequel è stata economica, dunque, com’era immaginabile. Non è scandaloso, ma è un punto di partenza che è bene ricordare, soprattutto a coloro che sono particolarmente affezionati al poliziotto in tuta unta. Non che negli anni Settanta si girasse per beneficenza, beninteso. Ma quella era la stagione naturale di Nico Giraldi; riproporlo dopo venticinque anni di silenzio ha un significato diverso.
Carlo Vanzina alla regia, dunque, con Amendola junior, erede naturale del personaggio doppiato dal padre, che interpreta Rocky, il figlio di Nico che abbiamo visto nascere su un camper in Delitto a Porta Romana . La sceneggiatura passa ancora per le mani di Vanzina, che assieme al fratello Enrico e a Piero De Bernardi, cerca di attualizzare personaggio e vicende. Nelle intenzioni, più che il protagonista e il tono del film, dovrebbero cambiare i cattivi e il contorno sociale. Ma in realtà cambia un po’ tutto.
Claudio Amendola dovrebbe avere le migliori credenziali per impersonare un romanaccio, simpatico, villoso e con un parlata dialettale a prova di dna. Il problema è che, al contrario di Tomas Milian, fa ridere poco o niente. A penalizzarlo è la sceneggiatura, che gli cuce addosso un personaggio spuntato dal buonismo e dalla correttezza politica. Ne esce un «Robin Hood dei poveri» (parole di Amendola stesso) che difende extracomunitari e disabili, sorride tanto e sproloquia poco. Almeno rispetto all’originale. Tutto molto nobile ma francamente poco efficace. Anche Betta, la sua compagna, risulta affetta dallo stesso male: romantica  e de-volgarizzata, resta semplicemente bella e noiosetta. Le risate migliori – e sono comunque poche – le strappa Enzo Salvi, che con Tramezzino raccoglie l’impegnativa eredità di Bombolo. Non gli assomiglia, ma è il più fresco dei personaggi.
Vanzina filma senza acuti visivi una storia edificante, che col passare del tempo si allontana dall’immaginario monnezzaro per rientrare in quello tradizionale vanziniano. Dalle parti del finale il trentaduesimo inseguimento del film si svolge in motoslitta e diventa difficile non pensare ai vari Vacanze di Natale . Non basta disseminare il film di omaggi iconici e qualche battuta trapiantata dall’epoca d’oro.
Il risultato è che la versione riveduta e corretta delle avventure di Nico Giraldi è un insuccesso, o addirittura, un peccato. Soprattutto, un aggiornamento così «vanzinizzato» e buonista perde mordente e non fa ridere. La volgarità patinata perde il confronto con quella greve ma autocompiaciuta. Se il trash si regge sull’esasperazione, sul paradosso, allora questo film ha mirato troppo basso. Ma se non si voleva (o non si poteva?) calcare la mano – o perlomeno muoversi verso la direzione originaria – si torna alla domanda iniziale: che senso aveva quest’ostinato recupero?  (stefano plateo)