La ragazza con la pistola

Una ragazza siciliana viene rapita e sedotta da un compaesano che, subito dopo, l’abbandona e fugge in Inghilterra. La ragazza si arma di pistola e lo segue, decisa a vendicare l’onore offeso. Primo ruolo brillante per Monica Vitti che si esibisce in una divertente caratterizzazione della ragazza siciliana. La sceneggiatura porta le firme di Luigi Magni (che in quello stesso anno esordirà nella regia con
Faustina
) e Rodolfo Sonego (abituale collaboratore di Alberto Sordi).
(andrea tagliacozzo)

Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa

Maria Sarti, un’attrice romana di poca fortuna, è costretta a improvvisarsi cantante in un cabaret di Napoli. Durante uno spettacolo, la donna inventa la famosa «mossa», con cui scandalizza i benpensanti e che le costa un processo per oscenità. Affettuosa rievocazione dell’Italia dei primi del Novecento, riuscita solo in parte, anche se può contare sull’apporto di una bravissima Monica Vitti nei panni della protagonista (che nella realtà si chiamava Maria Campi).
(andrea tagliacozzo)

Pinocchio

Rotola un tronco di pino nel borgo ottecentesco. Come una furia abbatte persone, animali, gendarmi, uomini galanti, bancarelle con la frutta… E si ferma davanti a una casa. La casa di Geppetto, il falegname. Che prende il tronco, gli dà un bacio perché la legna è bella e comincia a lavorare di scalpello. Vuol farne un burattino: «Ti chiamerò Pinocchio, dal pino». Così entra in scena Pinocchio con il suo abituccio bianco e rosso e il cappello a punta di pasta di pane. Prima aveva fatto la sua apparizione la Fata Turchina, su una carrozza bianca trainata da centinaia di topolini. E aveva regalato la luce a quel paesello toscano. Ma adesso cominciano le avventure di Pinocchio. «Quante ne ho fatte, quante me ne son capitate…», è il suo intercalare quando passa di avventura in avventura. E la storia è nota: Geppetto vende la giacca per comprare l’abecedario al suo figliolo e il suo figliolo lo rivende per entrare nel teatrino dei burattini. Nel teatro le marionette lo riconoscono e Mangiafuoco lo fa prigioniero, ma poi si intenerisce e gli regala cinque zecchini. Pinocchio è libero di tornare da Geppetto per aiutarlo, ma incontra il Gatto e la Volpe che lo raggirano per prendergli i soldi. E poi Lucignolo, il paese dei Balocchi, il Grillo Parlante, ma soprattutto la buona e bella Fata Turchina, e ancora il Pescecane, i ragazzi trasformati in ciuchini… Finché Pinocchio diventa buono, non dice più le bugie, ha capito cos’è il bene e cos’è il male. E allora vestito finalmente come un bambino, la giacchetta blu elettrico tutta abbottonata e i pantaloni corti, va finalmente a scuola. Ma la sua ombra, a scuola, non ci vuole entrare e, rasente i muri, si allontana, segue la farfalla azzurra e spazia sui meravigliosi colli toscani.

È il
Pinocchio
di Roberto Benigni, classico, ottocentesco, toscano. Di più, la maschera di Pinocchio secondo Roberto Benigni. Che ha fatto un film perfetto. Perfetto nella scenografia, nei personaggi, uno più azzeccato dell’altro, nei costumi, nei trucchi, nelle ricostruzioni del borgo toscano dei tempi di Collodi. Il massimo che Benigni potesse raggiungere grazie a Danilo Donati, che ha firmato le scenografie e che è scomparso durante la produzione (il film è dedicato a lui), grazie agli effetti speciali (il tronco, il naso che si allunga, i topolini digitali che tirano la carrozza, il Grillo Parlante piccolo piccolo, la balena…) e grazie agli attori che hanno fatto minuscole e grandi parti. Da Carlo Giuffré nei panni di Geppetto, ai Fichi d’India, indovinatissimi Gatto e Volpe, a Kim Rossi Stuart, credibile e simpatico Lucignolo, a Corrado Pani in una apparizione fugacissima dallo scranno del giudice con il lecca-lecca in mano. E ancora Peppe Barra che fa quell’antipatico del Grillo parlante, Alessandro Bergonzoni, il cattivo padrone del circo… E poi certo Roberto Benigni e Nicoletta Braschi. La signora Benigni, nei costumi strepitosi della Fata Turchina, è una fata leggiadra, ma che suona un po’ falsa e un po’ fredda, con le sue lezioncine e i suoi sorrisi sempre uguali. E Roberto Benigni, che dopo gli Oscar per
La vita è bella
è riuscito a mettere in piedi questo kolossal da 40 milioni di euro (4000 comparse, 28 settimane di lavorazione, una troupe di 150 persone, 477 giocattoli costruiti per il Paese dei Balocchi…), è finalmente Pinocchio. Un vecchio progetto Benigni-Fellini e primo amore letterario (e poi nelle versioni di Guardone e di Comencini): lui è un burattino in carne e ossa, che si agita, salta, sgambetta, inciampa, corre… alla Benigni. Non è ingenuo, è furbetto, anche cattivello (un po’ meno del monellaccio di Collodi), simpatico nel suo dirsi che cosa è bene fare e ostinarsi a fare quel che non deve. Ma non convince fino in fondo, forse perché, come ha detto Nicola Piovani, l’autore delle musiche (non indimenticabili come quelle de
La vita è bella),
il Pinocchio di Benigni «è una maschera». Il regista-protagonista, anche per evidenti questioni d’età non può fare lo scolaretto, né il monello. Ma fa la maschera del giamburrasca. È un’astrazione, è la sua idea di Pinocchio, più che la sua raffigurazione. E questo è un limite, anche perché gli altri personaggi sono molto più convincenti. Proprio per questo, nel
Pinocchio
di Benigni, si fatica a trovare la magia, l’atmosfera di favola, magari la malinconia, l’infanzia (già, dove sono i bambini?), il sogno…
(d.c.)