Fra Manisco cerca guai

Mentre l’arrivo di Garibaldi sembra imminente, Fra Pacifico e Fra Leone, giunti in paesino del napoletano con l’intenzione di costruirvi una chiesa, si ritrovano a proteggere una coppia d’innamorati, un antiborbonico e la figlia di un camorrista, dalle ire del padre di lei. Innocua commediola che si regge unicamente sui duetti comici tra Aldo Fabrizi e Carlo Croccolo.
(andrea tagliacozzo)

Cose da pazzi

Ligio e preciso, Giuseppe Cocuzza
(Maurizio Casagrande)
è un funzionario statale alle prese con la bella moglie Francesca
(Lidia Vitale)
che aspira a un tenore di vita più agiato, la figlia Giulietta
(Federica Sbrenna)
che sogna come tutti gli adolescenti un mondo griffato e la sorella dirimpettaia, Livia
(Teresa Del Vecchio),
che vive sola con il figlio un po’ lento, Renatino
(Domenico Aria),
frutto di una fuggevole relazione giovanile con un sedicente acrobata slavo (in realtà partenopeo) di nome Fedor
(Biagio Izzo).
Di ritorno dalle ferie, l’onesto statale comincia a ricevere per posta strani pacchetti, contenenti ognuno ben 50 mila euro. Il mittente è sconosciuto ma i soldi sono veri e scatenano gli appetiti dell’interna famiglia, che esercita ogni sorta di pressione sul povero Cocuzza, che deve fare riferimento a ogni energia morale (oltre alla paura di scoprire la provenienza del denaro) per non darsi alla bella vita. Nel frattempo, la famiglia comincia a ricevere le visite di equivoci personaggi – un falso ispettore dell’Inps, un postino, addirittura una suora – che ammiccano minacciosamente ai pacchetti. Fino all’agnizione conclusiva, nella quale l’autore del machiavellico piano, tale Felice Ci’
(Vincenzo Salemme),
non svela la sua identità e ricorda a Cocuzza di averlo incontrato molti anni prima, quando lui, comunista convinto, sconvolto dalla caduta del Muro e dal dissolvimento dei valori in cui aveva creduto per tutta la vita, si risolvette a chiedere la pensione per «invalidità morale». Il destino volle che proprio Cocuzza fosse il funzionario incaricato di verificare la sua posizione e infine rigettare l’istanza. Da quel momento, Felice Ci’ ripromise a se stesso che avrebbe dimostrato all’ignaro funzionario in modo irrefutabile che qualunque uomo, messo di fronte al crollo delle proprie certezze morali, si riduce a un invalido.

E sia. Detta così, la trama dell’ultima fatica cinematografica di Salemme & soci assume la veste suggestiva di operetta morale dove si ride per la comicità ampia e popolaresca ma anche si riflette sul tema del crollo delle ideologie (di cui, sia detto per inciso, caro Vincenzo, non frega più nulla a nessuno. Lo diciamo con tristezza, ma lo diciamo). Il problema è che se qualcuno avesse bisogno di dimostrare con un esempio che la recitazione teatrale e quella cinematografica sono due continenti agli antipodi, bene,
Cose da pazzi
ne sarebbe un campione perfetto.

Non funziona, non funziona la trasposizione sul grande schermo della commedia campione d’incassi a teatro, dove fu rappresentata per la prima volta nel 1992, in seguito alla drammatica «svolta» che archiviò il PCI, partorendo con dolore i fratelli-coltelli PDS e Rifondazione comunista. Fu quello un periodo di grande e vera ricerca di una nuova identità, che toccò i singoli nel profondo, provocando perfino – ricorda Salemme – la rottura di sodalizi d’amore a causa della disputa ideologica che si produsse tra i militanti o i semplici simpatizzanti della sinistra post-comunista. Tutto ciò accadeva però tredici anni fa e oggi abbiamo l’impressione che i primi a non voler rivangare quella stagione siano proprio coloro che più ne patirono.

Il film non funziona anche per un’altra ragione: la cesura netta, quasi si trattasse di un altro copione, tra la prima parte – in forma di commedia-farsa – e la seconda, drammatica e assurda, grottesca quasi. Tra le due, in quest’ultima si rintraccia se non altro un intenso assolo di Salemme che dimostra – ma lo sapevamo già – di essere un attore di non modesto talento, capace di praticare commedia e tragedia con uguale maestria, come gli ha insegnato un certo Eduardo. Con Salemme, che per il momento ha deciso di mettere da parte il cinema (tornerà a teatro l’anno prossimo con un nuovo spettacolo), nel film recita anche un cammeo l’immarcescibile
Carlo Croccolo,
spalla di Totò e anche sua «voce» in vecchiaia; interpreta con convincente laidezza la parte del nonno di Felice Ci’ (particolare curioso: a teatro, lo stesso personaggio è interpretato da un attore quarantenne, invecchiato dal trucco. Ma davanti alla macchina da presa si è preferito mettere un anziano vero). Sempre in tema di «spalle», Maurizio Casagrande tiene più che dignitosamente, dimostrando tempi comici perfetti (per il palcoscenico). Insomma,
Cose da pazzi
andate a vederlo a teatro. Per una serata al cinema si può trovare di meglio.
(enzo fragassi)

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Gli eroi del doppiogioco

Il podestà fascista di un paesino tosco-emiliano ha tre figli: i primi due hanno seguito le orme paterne inserendosi nell’ordinamento politico del regime, mentre il terzo, tornato piuttosto provato nel fisico e nel morale dalla campagna di Russia, manifesta atteggiamenti contrari alle idee fasciste. Un momento delicato della storia del nostro Paese affrontato con piglio ironico e sorridente. Peccato che, tranne qualche occasionale risata, il risultato non sia dei migliori.
(andrea tagliacozzo)

Miseria e nobiltà

Felice e Pasquale vivono con le rispettive famiglie nello stesso, misero appartamento. Un giovane nobile, innamoratosi della figlia di un cuoco arricchito contro il parere dei genitori, ingaggia le due famiglie per impersonare i congiunti. Da un classico di Eduardo Scarpetta (sceneggiato dal regista con Ruggero Maccari), uno dei migliori film di Totò (il suo capolavoro con
Totò, Peppino e la malafemmina
), che si esibisce in alcune sequenze a dir poco memorabili (la foto con gli sposini, la lettera con il cafone, il ballo con gli spaghetti). Non si contano le battute pronunciate nel corso della pellicola dal comico napoletano ormai entrate nella memoria collettiva («A casa nostra, nel caffelatte non ci mettiamo niente: né il caffè, né il latte»; Pasquale a Totò: «Non pigliare la pasta grossa ché non la digerisco». Totò: «Pasqua’, tu con questa fame digerisci pure le corde di contrabbasso»; o ancora Pasquale a Totò: «In questa casa si mangia pane e veleno! ». Totò: «No Pasqua’, solo veleno!). Nello stesso anno, Mattoli diresse il comico napoletano ne
Il medico dei pazzi
, sempre una commedia di Scarpetta.
(andrea tagliacozzo)

Mi manda Picone

A Napoli, un operaio dell’Italsider, tale Picone, si dà fuoco per protesta davanti al consiglio comunale. Dopo il fattaccio, però, il cadavere del poverino non si trova più e la vedova incarica Salvatore, un impiegato dell’obitorio, di ritrovarglielo. Discreta farsa di marca napoletana, con un Giancarlo Giannini perfettamente a suo agio nei panni grotteschi del protagonista. Nell’89, Giannini e la Sastri torneranno a far coppia in
La famiglia Buonanotte
.
(andrea tagliacozzo)

Tototarzan

Un uomo, vissuto selvaticamente fin da piccolo nei meandri della giungla e noto agli indigeni come «la scimmia bianca», eredita un ingente patrimonio. Tre avventurieri, desiderosi d’impadronirsi del denaro, si recano nella giungla e riescono a catturare il selvaggio. un suo parente si allea con i furfanti. Lo salverà l’amore di una donna… Trama labilissima compensata da un fuoco di fila di gag e da un Totò scatenatissimo. In una piccola parte appare anche una giovanissima Sophia Loren (accreditata come Sofia Lazzaro).
(andrea tagliacozzo)

Tre uomini e una gamba

Aldo, Giovanni e Giacomo partono da Milano per la Puglia, dove Giacomo deve sposarsi. Lavorano al Paradiso della Brugola, negozio del suocero di tutti e tre, che da sempre li comanda a bacchetta. Durante il rocambolesco viaggio incontrano Chiara e si rendono conto di volere cambiare vita. Un blockbuster della comicità anni Novanta, sempre piacevole a vedersi, anche se basato su gag già collaudate dal trio sui palchi teatrali di tutta Italia.

Ogni lasciato è perso

La forma diaristica, nel cinema italiano, ha una tradizione che parte da Otto e mezzo di Fellini e arriva fino al Nanni Moretti degli ultimi due film. Vi si cimenta anche Piero Chiambretti col suo esordio alla regia, decisamente atipico rispetto ad altri esordi di personaggi televisivi, troppo facilmente etichettabili come «comici». Una prova di coraggio: Chiambretti è spudoratamente sincero, come i suoi predecessori, e mostra se stesso e la propria vita in una chiave tutt’altro che idilliaca.
Chiaro da subito che i suoi modelli sono un certo Blake Edwards ( I miei problemi con le donne ), Woody Allen ( Io e Annie ) e, più recentemente, quell’ Alta fedeltà in cui non ci si faceva scrupolo di rivolgersi direttamente al pubblico per cercarne la complicità e il conforto. Perché è evidente che un film del genere è, prima di tutto, un tentativo di autoanalisi attraverso la spettacolarizzazione di un proprio dramma interiore. Chiambretti, lasciato dalla ragazza «della vita», attraversa tutta la conseguente via crucis, compresi il tentativo di suicidio, la mania ossessiva, un matrimonio di circostanza. La forma è quella della sua comicità: feroce, grottesca, disperata, con qualche spunto irresistibile, guidata dalla mano solida di due sceneggiatori di culto del cinema italiano e da quella – fin troppo affettuosa e complice – di una produttrice intelligente.
Ci si inchina alla coerenza con cui il piccolo torinese infierisce contro se stesso fino a scardinare le basi della propria vita e della propria autostima. Ci si irrita un po’ per il narcisismo compiaciuto che la divulgazione di un diario porta inevitabilmente con sé, ma il problema non è questo. Avere un amico che ti tormenta con i suoi guai amorosi è una iattura micidiale. Pagare anche un biglietto per trovarsi nella posizione dell’analista consolatore può diventare insopportabile. Cioè: se uno riesce a entrare in Chiambretti e partecipa del suo tormento (magari per averne vissuti di simili) il film è illuminante. Se solo per un momento ci si interroga sul perché uno dovrebbe sorbirsi un lamento del genere, il film può rivelarsi una tortura neanche tanto raffinata. (giacomo manzoli)