American Psycho

Patrick Bateman è un vicepresidente, ma più che sugli affari è concentrato ossessivamente sul corpo. Il proprio lo cura con una maniacalità degna di una sfiorita diva di Hollywood, mentre quelli degli altri, o meglio delle altre, li tortura, li sbrana e li mangia. Tratto dal libro di Bret Easton Ellis, è stato uno dei film più attesi degli ultimi anni (annunciato più volte, doveva essere diretto da Oliver Stone e interpretato da DiCaprio) ma ora, finalmente nelle sale, fa l’effetto di un reperto. Mary Harron, autrice del non memorabile
Ho sparato a Andy Warhol
, coadiuvata dalla sceneggiatrice di
Go Fish
Guinevere Turner, cerca una chiave originale per raccontare la trucida vicenda dello yuppy assassino. Rinuncia agli effettacci che il libro avrebbe autorizzato e inserisce qualche suggestione femminista, ma non basta per aggiornare la vicenda: vabbè che Bush jr. minaccia di rinverdire i fasti del babbo e del presidente attore, ma gli anni Ottanta ormai sono storia e la metafora del reaganismo cannibale appare un poco consunta. Il risultato è un film che non sa da che parte parare, sospeso in una via di mezzo che non riesce mai a diventare ambiguità. Rimane il protagonista, interpretato con efficacia da Christian Bale, effettivamente terribile nella sua gelida sostanza di macchina da stupro: sarebbe stato un ottimo punto di partenza, ma rimane l’unico atout del film.
(luca mosso)

Dancer in the Dark

Nanni Moretti avrebbe voluto realizzare un «musical su un pasticcere trotzkista nell’Italia conformista degli anni Cinquanta». Lars von Trier fa di meglio: un musical su una metalmeccanica dell’est (comunista?) quasi cieca, in un’America artificiale, fasulla e comunque razzista. Con gusto diabolico infila Catherine Deneuve in fabbrica, infagottandola come un’algida befana. Filma ridicole evoluzioni «musical» tra tribunali, rotaie, fabbriche, in una escalation che trova il suo apice lungo i centosette passi che dividono un essere umano dalla forca. Effettivamente gli manca solo la pasticceria.

Ci chiediamo cosa ci sia di attraente in un film che sembra l’incrocio tra i musicarelli della Caselli e
L’ultima neve di primavera
, anche se (ben inteso) realizzato mille volte meglio. A detrimento di ogni «dogma», l’abilità di von Trier nel manipolare a piacimento le immagini ha dell’incredibile. La sequenza dell’assassinio del poliziotto – interminabile, lacerante, disumana – è lì a dimostrarlo: si tratta di un vero pezzo di bravura. Proprio questo fa problema. L’idea è che Lars von Trier stia giocando sporco. Con il digitale e le cento camere utilizzate nella scena del treno, con l’idea di girare a caso, con la storia del Dogma e del voto di castità, ci sta prendendo in giro. Il più è accorgersene. Nessun film è più controllato di
Dancer in the Dark
. Nei momenti chiave le inquadrature sono precise al millimetro. Spingono sull’emozione fino alla crisi di pianto. È facile immaginare il numero di spettatori che usciranno dalla sala con i fazzoletti in mano, cercando di asciugare le lacrime. E invece bisogna avere il coraggio di restare lucidi, per scoprire il bluff (vedi il ritratto di Lars von Trier di Alberto Pezzotta).

In più – come Spielberg, come Cameron, come Greenaway – Lars von Trier fa parte di quella stirpe di cineasti che Serge Daney considererebbe
promautori
: «Siccome il promautore realizza spesso i suoi film, non gli tocca più il compito di impersonare il ruolo del pubblico e del denaro di fronte all’autore. Conosce perfettamente ciò che vi inserirà» (Serge Daney, «L’exercice à été profitable, Monsieur», Paris, P.O.L., 1993). Come Kubrick, Lars von Trier è una macchina. Ma se Kubrick sapeva di dover restare (come ogni buona macchina) necessariamente distante da ciò che filmava, lasciando allo spettatore lo spazio dialettico per confrontarsi con le immagini, al contrario il danese – con la freddezza di un sadico killer travestito da anima bella – dirige e manipola lo sguardo dello spettatore fin dove gli fa più comodo, spingendo l’acceleratore verso un disgustoso patetismo. Siamo convinti che, al montaggio, egli avesse già ben chiaro il punto esatto in cui lo spettatore avrebbe allungato la mano in tasca, per cercare il fazzoletto.

«E qui parte l’applauso», affermava sicuro di sé Nando Moriconi (alias Santy Bailon) in
Un americano a Roma
, dopo il passo di tip tap. «E qui parte la lacrima», avrà pensato Lars von Trier. Davanti a
Dancer in the Dark
, voi comportatevi come lo spettatore «romanaccio» nella platea del teatro di periferia. Non fatevi fregare, fate partire una pernacchia.
(rinaldo censi)

Hotel Rwanda

Quando una montagna di cadaveri colma l’abisso tra la banalità e il male, allora siamo di fronte a un genocidio. È accaduto con l’Olocausto, è accaduto in Rwanda. Lì, Paul Rusesabagina
(Don Cheadle)
dirige un hotel di lusso della catena Sabena, dove è maestro nel soddisfare i desideri della clientela internazionale e rabbonire con piccole regalie i potenti locali.

Nel Paese va montando la rabbia dell’etnia Hutu – cui Paul appartiene – contro i Tutsi, fomentata dalla radio RTML, una delle poche – e da quando cominceranno i massacri, l’unica – trasmessa in tutto il piccolo Paese centrafricano. Paul ha paura perché sua moglie Tatiana
(Sophie Okonedo)
è Tutsi, come altri membri della sua famiglia. Dopo una pace di facciata e l’assassinio del Presidente Habyarimana, scatta la ferocia. Dal 6 aprile 1994 al luglio dello stesso anno, quasi un milione di Tutsi e Hutu considerati collaborazionisti saranno massacrati, per lo più a colpi di machete, i loro corpi abbandonati per le strade di Kigali, lungo i sentieri che si addentrano nella foresta, gettati nei fiumi e nei pozzi, in balia degli animali.

La comunità internazionale, assolutamente impreparata a una tale carneficina, reagirà traendo in salvo i soli cittadini esteri e abbandonando al loro destino tutti gli altri. Il contingente delle Nazioni Unite, già presente nel Paese, sarà ridotto da 2500 a sole 270 unità. In questo inferno di odio cieco e insensato, il direttore dell’Hotel Diplomat e in seguito anche del Milles Collines, realizzato che nulla e nessuno potrà salvare il suo Paese dal macello, si prodiga per accogliere alla meglio quanti più profughi gli è possibile, senza distinguere tra Hutu e Tutsi, sfruttando fino in fondo tutte le risorse disponibili e ponendo a rischio la sua incolumità. In questo modo, al termine del genocidio, sarà riuscito a salvare, oltre alla propria famiglia, 1268 persone. Una goccia nel mare del genocidio, un tesoro di vita e speranza di inestimabile valore.

Quando la follia prevale, ci sono sempre uomini che coi loro gesti gettano piccoli e malcerti ponti di speranza sull’abisso d’odio sottostante. Il regista Terry George
(Nel nome del padre, the Boxer, Sotto corte marziale)
ha compreso subito che la storia di questo Schindler africano andava assolutamente raccontata. E l’ha fatto con tatto, quasi con discrezione, glissando sulle scene più crude ma riuscendo comunque a trasmettere il terrore non umano e il senso di impotenza che colse il mondo intero di fronte al deflagrare di tanta insensata violenza. Presentato a Berlino e candidato a tre Oscar – per le straordinarie interpretazioni di Don Cheadle e Sophie Okonedo e per la sceneggiatura –
Hotel Rwanda
racconta una storia che merita di essere mandata a memoria. Non ha forse la grandezza del racconto epico, ma è onesto sulle complicità e le indifferenze del mondo progredito e globalizzato, colto ancora una volta – ancora in Africa – con le sue mani bianche pulite e profumate, appena lavate dal sangue di un popolo che vive in un eden trasformato, da secoli di colonizzazione diretta e indiretta, in un inferno. Da vedere.

Sul genocidio in Rwanda, sulle sue cause storico-politiche e sul difficile percorso di ricostruzione, dei manufatti ma soprattutto delle coscienze, segnaliamo anche un paio di libri, tra i molti che sono stati pubblicati:
Una domenica in piscina a Kigali,
di Gil Courtemanche (Feltrinelli, 2005) e
Lo sguardo oltre le mille colline,
di Ivana Trevisani

(Baldini Castoldi Dalai editore
, 2004).
(enzo fragassi)

Guarda la

photogallery
del film.