Transamerica

Felicity Huffman, sii mia amica! L’attrice americana, ben conosciuta in Italia come la manager-mamma-casalinga-disperata-di-nuovo-manager Mrs. Scavo, va oltre il metodo Stanislawsky nell’interpretazione di Bree, un transessuale in attesa dell’operazione che finalmente lo libererà dal corpo che non sente proprio da quasi vent’anni. Si può dire diciassette, in effetti. Ossia l’età del figlio che scopre all’improvviso di avere, e che non immaginava neppure di aver concepito. Lei (lui) così a disagio nel suo corpo di uomo, lei che ha già affrontato decine di piccole operazioni dolorose e costose, umiliazioni e crudeltà, riceve la telefonata che mai avrebbe voluto ricevere a solo una settimana dall’ultima operazione che le permetterà finalmente di vivere come vorrebbe: libera e (forse) felice.

La chiamano da New York, suo figlio si è messo in qualche guaio, e ha bisogno di lei. Il suo “sbaglio” la reclama, e lei non può sottrarsi per non rischiare di perdere il nulla osta all’operazione di cambio del sesso. Prende una pausa dai suoi due lavoretti con i quali sopravvive e vola a incontrarlo, senza svelare chi sia. Inizia qui un viaggio di ritorno da una costa all’altra verso Los Angeles assieme al figlio ignaro che vuole cercare fortuna a Hollywood, attraverso la provincia americana più chiusa e meno scintillante che conosciamo.

Goffa, timida, con vestiti fuori moda che la invecchiano, mal truccata, Bree è una dolce tenera sfigata. Non solo il suo essere transessuale fa sì che l’america puritana in cui sbarca il lunario la respinga, ma lei è pure una perbenista bacchettona che si imbarazza perfino quando deve andare in bagno, e si inventa giri di parole per dirlo perché si vergogna.

A complicare tutto appare Toby, suo figlio, che è il suo esatto opposto. Disinibito sessualmente, sboccato, variamente tossico, pensa all’inizio che Bree sia un membro di qualche congregazione religiosa, e accetta il passaggio in macchina da New York a Los Angeles solo perché non ha i soldi per andarci altrimenti. Il confronto fra i due è l’ossatura principale di questo film intelligente e ben girato, divertente e drammatico, triste e gioioso.

La provincia americana fa paura, alle volte, e il pregiudizio e l’ignoranza emergono anche da chi può sembrare più aperto al dialogo e a comprendere l’altro da sé. Non solamente Bree, ma la stessa Felicity Huffman se ne rende conto di persona nel tour di presentazione del film e nei vari talk show ai quali partecipa. E il suo approccio all’interpretazione, da Actor’s Studio, la segue poi anche nelle interviste, alle quali risponde imbarazzata e non complice alle battute grevi e da ?macho? (uno per tutti: David Lettermann).

Strepitosa dunque la Huffman (buono anche il doppiaggio rispetto all’originale), e bravo Kevin Zegers (Toby): bello, sporco e sudaticcio, alle volte estremo, ricorda il giovane Leonardo DiCaprio nei suoi primi ruoli da adolescente difficile. Bella e adeguata infine la colonna sonora country.
Si esce dal cinema danzando.

(gerardo nobile)

Rocky Balboa

Rocky Balboa

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L’incontro tra Dixon e Rocky

Vedovo dell’amata moglie Adriana e ormai sessantenne, Rocky Balboa (Sylvester Stallone) ha abbandonato il mondo della boxe per dedicarsi alla gestione di un ristorante a Philadelphia. L’uomo vive tra i ricordi della gloria passata e lo sconforto del presente, affiancato dal cognato Paulie (Burt Young).

Ma il passato a volte ritorna e il campione del mondo Mason Dixon (Antonio Tarver) scopre che Rocky vorrebbe tornare sul ring. Di conseguenza, lo sfida e Balboa accetta di battersi con lui. E chi dei due avrà la meglio? Il giovane e prestante Dixon o il più anziano ma esperto Rocky, il quale vanta una serie di trionfi memorabili alle spalle? Chi sarà il vero campione?

Curiosità

  • L’idea di proseguire la saga di Rocky nasce alla fine degli anni ’90 dallo stesso Sylvester Stallone, volto del celebre campione di boxe italoamericano. Stallone ha infatti due propositi: riscattare l’insuccesso di Rocky V e riconquistare popolarità dopo un lungo periodo lontano dalle scene.
  • La casa di produzione MGM, la quale detiene i diritti della saga, blocca inizialmente il progetto, ma poi i Revolution Studios si offrono come finanziatori del film, attraverso una collaborazione tra MGM e Columbia. Viene quindi stanziato un budget di 25 milioni di dollari.
  • La sceneggiatura di Rocky Balboa è in parte influenzata dalla vita personale di Stallone. L’attore, infatti, ha appena attraversato una crisi nella sua carriera ed è in cerca di qualcosa per cui combattere, proprio come il suo alter ego Rocky.
  • Inoltre, la trama prende ispirazione da George Foreman, il quale ha riconquistato il titolo di campione mondiale dei pesi massimi all’età di 45 anni, diventando così un caso mediatico.
  • Per il cast, Stallone rifiuta di ingaggiare attori famosi, sostenendo che «Si perde il senso della realtà quando si utilizzano dei volti troppo familiari».
  • Con delle risorse limitate e solo cinque settimane per le riprese, Stallone ha optato per uno stile registico molto parsimonioso e poco elaborato, che a suo avviso si sposava bene con i principi fondamentali del film. «Nessun carrello, molta macchina a mano, niente gru e in generale nessuna inquadratura troppo complicata» ha dichiarato.

La terra dell’abbondanza

Wim Wenders propone la sua visione dell’America dopo l’11 settembre. L’America degli emarginati. Questa fiction confronta due personaggi, Paul e Lana, a Los Angeles, città tentacolare, ambigua nel far convivere ricchi e miseri: Paul (John Diehl), patriota veterano paranoico della guerra del Vietnam che vive ancora in stato di guerra, e Lana (Michelle Williams) sua giovane nipote cristiana appena tornata da missioni umanitarie in Medioriente e Africa, che viene a Los Angeles per aiutare i poveri. La storia presenta la visione opposta di questi due esseri. Divisi come l’America è oggi fra i partigiani della violenza e quelli che cercano di curare il male. Si ritrovano quando assistono per caso all’omicidio per strada di un pakistano e cercano insieme di comprendere il motivo di quella morte.
Paul, dopo l’11 settembre, si crede di nuovo in guerra. Sono risorti i fantasmi del suo passato in Vietnam. Si veste da militare. Percorre in lungo e largo la città con il suo camioncino equipaggiato di videocamere e armi, cercando improbabili arabi sospetti. Crede ciecamente nel suo Paese. Lana, invece, crede arditamente in Dio. Collabora alla gestione di una missione cattolica a Los Angeles ed è tornata in America per ritrovare le tracce del suo passato e dell’unico membro ancora vivo della sua famiglia, lo zio Paul. Lo cerca ma lui non la vuole conoscere. La sua vita è dedicata prettamente alla guerra. Lei lo ritrova, lo ascolta, prova a comprenderlo. Solo la morte del pakistano sospettato da Paul (Shaun Toub), che decede per caso davanti alla missione cattolica di Lana, fa sì che i due si ritrovino. Paul decide di accompagnare Lana per portare il corpo del morto a suo fratello. Partono insieme per un viaggio. Si scoprono. Il film termina come una comunione.
Wenders ha voluto offrirci una sua ulteriore visione di un’America, riconosciuta come un modello vincente a livello internazionale, ma che dentro è vuota, persa. Un’America con una povertà eclatante, senza identità. Un’agonia che solo la religione cattolica riesce a placare, ma che la politica ferisce con violenza. Un’America malata dell’attacco dell’11 settembre e che non sa più come gestire se stessa, che cerca un nemico. Un’America, una volta terra di libertà, l’american dream, che non è più capace di accogliere gli stranieri.
Il regista tedesco, innamorato da sempre degli Usa, propone un discorso che potrebbe essere interessante se la sua meravigliosa sensibilità, dimostrata in tante pellicole – come Alice nelle città o Paris, Texas – fosse ancora in attività. Il problema è che da quando ha girato Fino alla fine del mondo (documentari a parte – Lisbon Story, Buena Vista, ecc… -) le sue fiction hanno perso di interesse. Questo film lo dimostra ancora una volta. La terra dell’abbondanza è imbarazzante, sbagliato. La trama è naif e scolastica. Il film noioso e presenta una mancanza di sottigliezza sconfortante. È girato benissimo in digitale e con una fotografia indiscutibile. Lanciamo un grido allora. Wim Wenders deve concentrarsi sul documentario. Lasci perdere la fiction perché l’ispirazione non c’è più. Sta sporcando il suo nome in lavori indifendibili. Non vorremmo avesse ragione Paul Valéry, quando diceva che che la bellezza è quello che fa disperare. (isabelle mical)

Rocky V

Il campione di un tempo ha toccato il fondo (di nuovo). Finisce nel suo vecchio quartiere, al verde e ostracizzato (di nuovo). Allena un giovane pugile che si rivela un ingrato, e nonostante il suo danno cerebrale (dopo il combattimento di Rocky IV) desidera rischiare il tutto per tutto in un altro incontro. Di nuovo. Si paga il biglietto e si ottiene quel che ci si aspetta da questa sceneggiatura di Stallone, ma il brivido è svanito. Il vero figlio di Stallone interpreta Rocky jr.

Pluto Nash

2087: Eddie Murphy è il proprietario di un night-club situato sulla Luna, in pericolo a causa di un boss della malavita che vuole trasformarlo in casinò. Costoso flop: paragonato a fiaschi storici come quelli di Howard the Duck e Ishtar, è stato il più grande fallimento al botteghino della carriera del comico afro-americano. Cammeo di Alec Baldwin.

She’s So Lovely – Così carina

L’ultima follia di un marito bislacco lo fa finire all’ospedale psichiatrico. Intanto la moglie un po’ matta si risposa, mette a posto la sua vita e cresce tre figli. Quando il marito numero uno viene dimesso dieci anni dopo, non vede motivo per cui lui e la sua ex non debbano ricomiciare da dove si erano lasciati. Questa spigolosa commedia drammatica estremamente ben recitata poteva essere scritta solo da John Cassavetes, e così è; il figlio l’ha diretta e la vedova (Rowlands) appare in una piccola parte. Produttori esecutivi Sean Penn, Travolta e Gérard Depardieu. 2.35 Research PLC.

Rocky V

Quinta (ed ultima?) puntata della fortunata, ma ormai stanca serie sul pugile italo-americano Rocky Balboa. Rocky apprende che a causa di alcune gravi lesioni al cervello deve abbandonare il ring. Come se non bastasse, il suo commercialista lo ha lasciato senza un soldo. L’ex campione decide quindi di diventare l’allenatore di un promettente boxeur. In cabina di regia torna John G. Avildsen, regista del primo episodio della serie, anche se la magia dell’originale è ormai definitivamente perduta. Nella parte del figlio del protagonista, Rocky Jr., recita il vero figlio di Sylvester Stallone.
(andrea tagliacozzo)

Rocky

Rocky, giovane pugile di Philadelphia, sbarca il lunario con qualche sporadica vittoria sul ring e lavorando per un piccolo boss locale. Quando il campione del mondo dei pesi massimi Apollo Creed decide di dare a un qualsiasi esordiente l’opportunità di sfidarlo, il giovanotto, preso sotto l’ala protettrice di un anziano boxeur, coglie al volo l’occasione. Scritta dallo stesso Sylvester Stallone (fino ad allora un perfetto sconosciuto), una parola del Sogno Americano fin troppo scoperta, ma tutto sommato sincera, commovente ed efficace nella sua pur prevedibile struttura narrativa. Del film, vincitore di tre premi Oscar (film, regia e montaggio), verranno realizzati ben quattro seguiti, nessuno dei quali minimamente all’altezza dell’originale. (andrea tagliacozzo)

C’era una volta in America

C’era una volta in America

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Una scena del film

Diretto dal grande regista Sergio Leone, C’era una volta in America (1984) è ambientato nella New York degli anni ’30. Quattro sicari sono alla ricerca di David “Noodles” Aaronson (Robert De Niro), il quale tenta di sfumare nell’oppio i ricordi legate alla morte dei suoi tre amici: Max (James Woods), Cockeye (William Forsythe) e Patsy (James Hayden). Appena prima di essere catturato, Noodles riesce a fuggire, sparendo quindi dalla città per molti anni.

Nel 1968, Noodles fa ritorno a New York sotto falso nome. Eppure, il suo arrivo potrebbe comunque essere stato notato. Tra flashback ed eventi in tempo reale, Noodles ripercorre la storia della sua vita, nel tentativo di non cadere preda dei malavitosi della Grande Mela. Una donna mai conquistata, una vita pericolosa, un disperato tentativo di far perdere le proprie tracce: come si concluderanno le vicende di Noodles?

Curiosità

  • Strutturato su un ampio ricorso alla formula dell’analessi e della prolessi, che lascia tuttavia spazio a un finale aperto, il film si presta a diverse interpretazioni. L’alto significato allegorico, la perfezione tecnica, l’atmosfera e il suo modo di trattare le più grandi emozioni come amicizia, amore e malinconia lo rendono unico e inarrivabile. Col passare del tempo il film è stato definito da una maggioranza sempre più ampia “un capolavoro assoluto”, uno dei migliori lavori cinematografici del secolo.
  • «Quando scatta in me l’idea di un nuovo film ne vengo totalmente assorbito e vivo maniacalmente per quell’idea. Mangio e penso al film, cammino e penso al film, vado al cinema e non vedo il film ma vedo il mio. Non ho mai visto De Niro sul set, ma sempre il mio Noodles. Sono certo di aver fatto con lui C’era una volta il mio cinema, più che C’era una volta in America.» Così parlò Sergio Leone riguardo al film e alla collaborazione con Robert De Niro.
  • La pellicola è tratta dal romanzo The Hoods (1952) di Harry Grey.
  • Avendo a disposizione un budget elevato Sergio Leone si avvalse di un cast misto, composto da grandi stelle internazionali e da attori debuttanti o poco conosciuti. Il personaggio della piccola Deborah, infatti, è interpretato dalla giovanissima Jennifer Connelly.
  • Il regista per la prima e unica volta nella sua carriera non usò il formato 2,35:1 durante le riprese (grazie a questo formato aveva ottenuto grande fama per via dei suoi primi piani) sostituendolo con il 1,85:1.

Il nascondiglio

22 dicembre 1957. Nel corso di una violenta tormenta di neve, una grande casa isolata in una cittadina dell’Iowa è sconvolta da un terribile delitto. Cinquantacinque anni dopo, in quella medesima abitazione rimasta chiusa per mezzo secolo, una donna di origini italiane decide di aprire un ristorante. È appena uscita dalla clinica psichiatrica dove è stata ricoverata per quindici anni in seguito al suicidio del marito, ed è decisa a costruirsi una nuova vita, ma non appena mette piede nell’edificio, i fantasmi del passato tornano a tormentarla.

Sembra un horror anni Settanta, con un cast di caratteristi dolorosamente invecchiati. Ma Avati evita il soprannaturale e sceglie la soluzione più crudele, beffando la sua eroina. Anacronistico e con varie ingenuità, è privo del sentimentalismo vischioso di un regista a cui preti e suore, inconsciamente, fanno più paura dei fantasmi.