Irma Vep

Appassionata e penetrante satira del cinema e del disordine che circonda il processo della creazione cinematografica. Un’attrice hongkonghese di film d’azione (Cheung, nella parte di sé stessa) arriva a Parigi per lavorare in un remake della serie Les Vampires (1915-16) di Louis Feuillade. Comunque, l’ispirazione per il suo personaggio non è tanto Feuillade quanto la Catwoman di Michelle Pfeiffer di Batman — Il ritorno. Zeppo di riferimenti cinematografici e di critica mordente della cinematografia contemporanea. Per inciso, il titolo è l’anagramma di “Vampire”.

Il fascino discreto della borghesia

Un gruppo di borghesi (due coppie, una ragazza e l’ambasciatore di una nazione latinoamericana) non riesce a ultimare un pranzo di società, e passa attraverso una serie di assurde vicissitudini. Di tanto in tanto, li ritroviamo a camminare per una strada di campagna. Nel pieno della sua seconda giovinezza (tra i sessanta e gli ottant’anni), Buñuel rimane il vecchio surrealista di sempre – anzi, forse il maggior artista surrealista di tutti i tempi – anche quando abbassa il tono del racconto e approda a un capolavoro di understatement. Una sceneggiatura piena di un continuo, quieto e devastante senso dell’umorismo; la sordina messa a tutti i movimenti; l’arma micidiale dell’ironia – una delle più terribili a disposizione del borghese, diceva Pasolini – rivolta contro la borghesia stessa. La rabbia ha fatto posto a un sentimento amarissimo e nichilista, che preserva il film dall’invecchiamento. Magistrali i momenti sadomaso, indimenticabile il prete giardiniere armato di fucile. Oscar per il miglior film straniero, ma ovviamente Buñuel non andò a ritirarlo. (emiliano morreale)

Belle toujours

Husson e Severine sono due vecchi amici che dopo tanti anni si rincontrano per caso a un concerto sinfonico a Parigi. Hanno entrambi una sessantina d’anni e le loro vite si sono ormai separate da molto, tanto da essere divenuti quasi estranei. Quando Husson scorge Severine irrompe in lui un’irrefrenabile desiderio di incontrarla, ma lei fugge ai suoi pedinamenti. Lui è un uomo distinto, elegante e affascinante, ma con problemi di alcolismo; lei una donna bellissima, misteriosa, ma avvolta nella completa solitudine. Finalmente Severine accetta un invito a cena corrotta dalla promessa di lui di confessarle un segreto che riguarda la sua vita da ragazza, quando ancora era sposata. Durante la cena ricorderanno i loro trascorsi: con astuto sadismo l’uomo tiene la bellissima donna in trepidante in attesa del disvelamento di ciò che ha condizionato definitivamente la sua vita. Tuttavia questo momento non arriverà mai…

L

Out 1: Noli me tangere

Out 1: Noli me tangere
è il film ideale per avvicinarsi all’arte di Jacques Rivette. Sia l’amore per la messa in scena di Howard Hawks, sia il fascino esercitato dalle pellicole di Jean Renoir diventano due veri poli capaci di orientare la struttura dell’opera. Ciò che accomuna i due autori – così diversi – nel lavoro di Rivette è la funzione attribuita al regista: non più demiurgo ma spettatore/traghettatore, attento a cogliere e a riprodurre le dinamiche che si creano nel tournage. Tanto nelle improvvisazioni dei due gruppi teatrali, quanto nelle scorribande parigine di Juliet Berto o di Jean-Pierre Léaud, il regista fa di tutto per occultarsi. Lascia che la trama, sorretta da un filo flebile quanto lo è l’idea di intrigo espressa ne
L’histoire des Treize
di Balzac, si dipani attraverso il tempo (che non è durata pura, ma accumulo inesausto di particolari). Come in un’improvvisazione di teatro, si attendono le reazioni tra i performer. A ciascun attore il compito di creare il proprio personaggio. Noi, come Rivette, restiamo a guardare. Ora dopo ora (il film ne accumula dodici!), diamo un senso – che è essenzialmente ritmico – a ciò che accade. Creiamo, a ogni visione, una storia nuova.
(carlo chatrian
)