Il cielo sopra Berlino

Avvincente, poetico e affascinante, una fiaba che fa meditare: due angeli vagano per le strade di Berlino Ovest, osservando la vita che li circonda e immaginando come potrebbe essere sentirsi umani. Sceneggiato da Wenders e Peter Handke e in parte ispirato ad alcune poesie di Rainer Maria Rilke. Un “must”. Con un sequel (Così lontano così vicino!) e un remake americano (City of Angels — La città degli angeli). Miglior Regia a Cannes e nomination alla Palma d’Oro.

La caduta

In occasione dell’uscita di questo film, che racconta gli ultimi giorni di Hitler, la stampa e la televisione italiana stanno cercando come al solito di creare un evento, e siccome critici e storici cinematografici sono ormai relegati sempre più ai margini, i «pezzi» sono affidati a cronisti dello spettacolo che conoscono solo quello che gli è capitato di vedere nel corso dello loro breve e oziosa vita. Così strillano che per la prima volta la Germania analizza «il periodo più oscuro della sua storia» e per la prima volta mette in scena Hitler.

Il che è assolutamente falso, perché già nel 1955 il grande regista Georg Wilhelm Pabst, con la sceggiatura dello scrittore Eric Maria Remarque, aveva diretto
L’ultimo atto
, e cioè gli ultimi dieci giorni del dittatore e della sua corte; poi nel 1977, l’indimenticabile affascinante infinito (oltre sei ore)
Hitler, ein Film aus Deutchland
di Hans-Jurgen Syberberg, visto, ricordo, con la schiscetta appresso e termos di caffè. Poi si può citare anche un documentario contemporaneo (1977),
Hitler, una carriera,
di Christian Herrendoerfe, che è basato sulla biografia notissima anche in Italia di Joachim Fest, quello stesso Fest che «presiede» il film attuale di Oliver Hirschbiegel, che ha al suo attivo una schiera di attori notevoli e un outsider del calibro di Bruno Ganz, nel ruolo di un Fuhrer ormai via di testa.

Il regista, inizialmente, sembra prefiggersi di raccontare i giorni finali nel bunker attraverso gli occhi della giovanissima ultima segretaria, Traudi Junge, morta pochi anni fa. Tra l’altro, con grande efficacia, alla fine del film  vengono mostrati alcuni momenti in cui, ormai anziana, si giustifica e si accusa in un’intervista rilasciata alla televisione: «io non sapevo – dice – ma avrei dovuto capire». In realtà, Hirschbiegel – che sembra un modesto artigiano di fiction televisive più che un regista autoriale di film con un minimo di struttura o di stile coerenti – abbandona subito l’idea della soggettiva, del punto di vista del personaggio minore e la usa di tanto in tanto per mostrare la fanciulla a occhioni sgranati, a indicare l’orrore innocente e gira alla piatta carlona.

Il risultato è un buon polpettone da artigianato Cantù, di grana grossa, con buoni attori e dovizia di mezzi: così il successo è assicurato, per lo meno in Germania. E perfino un po’ di scandalo, artatamente creato. Si vocifera infatti che in Germania il film sia stato accusato di mostrare un Hitler troppo buono, troppo umano. Non è vero. Oquello che era, quello che racconta Fest, quello che abbiamo stravisto in tanti documentari: lui che accarezza il cane, che ride con amiche e amici, lui tenero con i bambini e iconografia simile. Purtroppo, il punto più basso del film consiste proprio nell’interpretazione di Bruno Ganz, il mitico attore che ricordiamo splendido interprete de
L’amico americano
e, di recente, di
Pane e Tulipani
. Qui con i baffetti di rito, con una frangia-frangiona da fumetto, sembra fare la caricatura di Chaplin, e cioè la parodia di una parodia. In certi momenti sembra essere sul palcoscenico di Zelig, in altri, soprattutto per colpa della voce italiana, ricorda Walter Chiari quando faceva uno dei fratelli De Rege. Però, per chi si accontenta, lo spettacolo c’è.
 (piero gelli)            

L’amico americano

Riflessione a volte un po’ fumosa sui film di gangster statunitensi, e sull’americanizzazione dello stile di vita (e del cinema) europeo. Protagonista un giovane corniciaio, assoldato per uccidere un malvivente. Un misterioso Hopper è il personaggio del titolo. I registi Ray e Fuller interpretano alcuni gangster. Tratto dal romanzo Il gioco di Ripley di Patricia Highsmith: quest’ultimo sarà il titolo del remake, del 2003. Il personaggio interpretato da Hopper, Tom Ripley, appare anche in Delitto in pieno sole e nel suo remake, Il talento di Mr. Ripley. Nomination alla Palma d’Oro per Wenders.

The Manchurian Candidate

Remake del film di John Frankenheimer del 1962, uscito in Italia col titolo Va’ e uccidi. Il capitano Bennet Marco (Denzel Washington), reduce della guerra del Golfo (quella del ’91), sbarca il lunario tenendo conferenze per conto dell’esercito. Viene così casualmente in contatto con un suo ex sottoposto che, visibilmente toccato nella psiche, gli rivela uno strano sogno che lo perseguita ogni notte, sempre identico e terrificante. Anche Marco accusa le stesse allucinazioni, giustificate dai medici militari che l’hanno in cura come «sindrome del Golfo». Marco comincia a indagare, cercando di recuperare i contatti con i superstiti della sua unità. Ma sono tutti morti. Tranne uno, Raymond Prentiss Shaw (Liev Schreiber), eroe di guerra, figlio di un’agguerrita senatrice (Meryl Streep), le cui ambizioni sono finanziate da una potente e misteriosa multinazionale, la Manchurian Global. Quando Shaw viene nominato a sorpresa candidato vice-presidente degli Stati Uniti alle primarie del suo partito, Marco ha la prova che anche il suo ex-sottufficiale – come lui e tutta la squadra – è stato sottoposto durante la guerra a un trattamento di lavaggio del cervello che fa parte di un complotto. L’obiettivo è mettere a capo dell’iperpotenza americana un fantoccio manovrabile a piacere, come un automa.
Certo non era facile confrontarsi con il film di Frankenheimer. Non certo per ragioni di «nobiltà cinematografica». Demme è regista di valore assoluto, avendo vinto un Oscar con Il silenzio degli innocenti e avendone fatto vincere un altro a Tom Hanks con Philadelphia. Qui realizza un film dove la tensione viene sempre tenuta alta, tranne alcune lentezze iniziali. Tuttavia non vince il confronto. Il clima da guerra fredda magistralmente evocato da Frankenheimer tra i postumi della guerra di Corea, viene attualizzato da Demme sostituendolo con la guerra del Golfo; l’ossessione dell’asservimento totale delle forze armate ai loro capi è tradotto nella corruzione dell’ambiente politico e istituzionale, entrambi asserviti alla dittatura dell’immagine (televisiva). Infine, la mela marcia viene trasferita dal cesto pubblico (l’esercito e il governo degli Stati Uniti) a quello privato (la multinazionale che istalla nei corpi dei soldati-cavie microchip in grado di annullarne la volontà a comando).
Non basta a Demme affidare a una Meryl Streep, come sempre fino irritante nella sua bravura – eccessiva come il personaggio di una tragedia classica – il ruolo della senatrice arrivista e malefica che sfrutta lucidamente il proprio figlio per raggiungere il potere supremo che a lei – solo in quanto donna – non sarebbe mai concesso. Il film è come bloccato su un altalenare di registri: dal thriller poliziesco alla fantascienza; dalla denuncia sociopolitica fin quasi sull’uscio del grottesco. E se il candidato manciuriano del ’62 provocò le critiche della destra come della sinistra, venendo perfino bandito dalle sale perché accusato di aver «ispirato» l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy, quello di Demme è quanto meno tacciabile di cerchiobottismo. Infatti, questa volta non si è arrabbiato nessuno.
(enzo fragassi)

Ultimi giorni da noi

Un’aspirante scrittrice con figlia adolescente entra in crisi coniugale quando la sorella minore, che non sa dove andare, si trasferisce a casa sua. La regista torna alle proprie radici con questo film interessante anche se non completamente riuscito, che affronta le relazioni coniugali, quelle fra fratelli e quelle fra genitori e figli. Il difetto peggiore è un personaggio principale enigmatico e poco affascinante. Un lavoro maturo, anche se manca della forza emotiva di La mia brillante carriera. Ambientato nella parte più desolata di Sydney, che solitamente non si vede al cinema.

La domenica specialmente

Tre cortometraggi ambientati nella campagna italiana. Il primo, di Tornatore (con Noiret barbiere che viene comicamente disturbato da un cane), è inconsistente. Il secondo, di Bertolucci (in cui un Ganz di mezza età dà un passaggio a una giovane donna avvenente e al suo fratello ritardato), è banale. Il terzo, di Giordana (la vedova Fellini sviluppa un legame alquanto insolito con la sua nuova nuora), è il migliore, una ponderata riflessione sulla solitudine. Il quarto, di Barilli (un uomo cerca l’amore nelle discoteche romagnole) è piatto. La Fellini è la sorella di Federico, al debutto come attrice.

L’eternità e un giorno

L’ultima giornata, prima del ricovero ospedaliero, per lo scrittore Alexander: nelle sue peregrinazioni, reali e interiori, salva un piccolo lavavetri albanese dall’adozione coatta, ripensa alla moglie che ha trascurato per scrivere il poema della sua vita, incontra un poeta ottocentesco intento a comprare le parole che gli mancano e soprattutto stila un bilancio amaro della sua esistenza. Sceneggiato da Tonino Guerra col regista, il film è l’ennesika variazione sui temi cari ad Angelopulos, ma qualcosa nella messa in scena non funziona più come prima (soprattutto il binomio paesaggio/anima, ormai un po’ troppo meccanico) e il manierismo che da tempo minaccia  l’opera del regista greco questa volta ha la meglio sulla sincerità delle emozioni. Palma d’Oro a Cannes.

Così lontano, così vicino!

Il cast perfetto di Wenders (se non il film perfetto di Wenders) riprende da dove aveva lasciato il più riuscito, Il cielo sopra Berlino. Stavolta è l’angelo Sander a divenire mortale, unendosi al vecchio amico celeste Ganz: il quale è ora sposato con l’acrobata di circo Dommartin, con cui sta crescendo una figlia e gestisce una pizzeria nella Germania riunificata. Il film procede in maniera più leggera del precedente, ma anche più superficiale; nelle parti iniziale e finale è sempre una prova ai limiti, pur essendo stato ridotto da 164 minuti.

Luther

Germania-Italia 1 a 0. Palla al centro. Agli albori del XVI secolo, il giovane Martin (Joseph Fiennes), sconvolto per essere scampato alla morte durante una tempesta, decide di prendere i voti e si fa ammettere nel monastero agostiniano di Erfurt. Il monaco Johann von Staupitz (Bruno Ganz), suo padre spirituale, lo accudisce con amore e ne incoraggia gli studi, intravvedendo le sue potenzialità. Durante un pellegrinaggio a Roma, Martin viene profondamente turbato dalla dissolutezza dei costumi imperante nell’urbe e dallo scandaloso mercimonio delle indulgenze. Abili monaci-imbonitori promettono la remissione dei peccati in cambio di denaro, costituendo di fatto la principale fonte di finanziamento della sterminata corte papale, preoccupata dal canto suo di preservare il culto cattolico dalle orde turche che premono a oriente e ansiosa di estendere il proprio dominio sulle terre nuove, appena scoperte da Cristoforo Colombo. Laureatosi in Teologia presso l’università di Wittenberg, Lutero comincia ad elaborare le famose 95 tesi che, affisse sul portale del duomo della cittadina tedesca, costituiranno il più pesante atto di accusa contro la corruzione della Chiesa di Roma mai vergate da mano umana. Le tesi, diffuse anche grazie alle nuove tecniche di stampa che a quel tempo facevano la loro comparsa, si diffondono rapidamente e provocano un vero sconquasso nella città eterna. Il Papa Leone X scomunica Lutero e vorrebbe convocarlo a Roma per sottoporlo al giudizio dell’Inquisizione, ma Martin si giova dell’intervento in sua difesa di Federico di Sassonia detto Il saggio (Peter Ustinov) che ottiene per lui un salvacondotto fino a Worms. Lì Lutero, posto di fronte alla richiesta di revocare tutti i suoi scritti, opporrà alla fine il suo rifiuto, sancendo anche simbolicamente quella frattura non solo teologica ma anche politica che porterà la Germania ad essere il Paese dove si svilupperà il Protestantesimo, grazie anche alla traduzione in lingua tedesca della Bibbia alla quale Lutero, braccato dalle truppe imperiali di Carlo V, mentre infuria la rivolta dei contadini che mieterà migliaia di vittime, lavorerà instancabilmente, comprendendo come solo la parola di Dio, porta direttamente ai fedeli, avrebbe potuto svelare gli inganni perpetrati ai danni della Fede da uomini di chiesa corrotti e avidi di potere.

Film denso e impegnativo (due ore filate filate), senza cedimenti apprezzabili e viceversa con qualche momento di buon cinema, il Lutero girato da Eric Till convince per l’ambientazione, la ricchezza dei costumi e la larghezza dei mezzi messi a disposizione dalla produzione. Qualche dubbio ci rimane di fronte alla scelta di affidare la parte del monaco nato ad Eisleben nel 1483 all’aitante Joseph Fiennes, fratello di Ralph – attore pure lui -. Intendiamoci, il trentaquattrenne Joseph non sfigura, forte anche dei suoi trascorsi shakespeariani, ma chi ha nella testa la figura tracagnotta e il profilo adunco del vero Martin Lutero (almeno quella tramandata dai manuali di Storia) stenterà parecchio nell’identificazione. Dal punto di vista filologico anche altrove il film si prende delle libertà che probabilmente giovano al ritmo della narrazione ma penalizzano la tenuta complessiva dell’operazione culturale. Sì, operazione culturale, perché questo film, che uscirà nelle sale italiane il prossimo 30 aprile, segue di pochi giorni un’altra pellicola che ha fatto parlare molto di sé,
La Passione di Cristo
di Mel Gibson. Sarà un caso che, in tempi di profonde lacerazioni sociali, di tumultuosi incontri-scontri di civiltà, di richiami per nulla velati a crociate e riconquiste (vero
madame
Oriana?) due film, pure profondamente diversi nel messaggio che veicolano, facciano comunque richiamo a quei valori religiosi ai quali da sempre l’umanità si aggrappa quando si sente smarrita?

Luther
vede anche l’ultima interpretazione (non memorabile, corre obbligo di segnalarlo) di sir Peter Ustinov, che per fortuna sua e nostra in carriera ha saputo lasciare il segno in molte altre pellicole. Il cast è completato da Bruno Ganz, efficace nella parte del monaco che assiste Martin durante i suoi studi, lo incoraggia ad andare nel mondo e gli insegna come tener ferma la fede anche nei momenti di crisi e Claire Cox, che impersona la suora Katerina von Bora, che lascia i voti con alcune sue consorelle per dedicarsi al nuovo credo, diventando poi la sposa di Lutero. Come prevedibile, il film sta facendo registrare ottimi incassi in Germania. Visto dal campanile romano desterà invece qualche mal di pancia. Anche se da allora i ponti sul Tevere hanno visto passare milioni e milioni di metri cubi d’acqua, le frequenti dispute teologiche che vedono periodicamente contrapporsi i contestatari teologi tedeschi ai più inflessibili difensori dell’ortodossia cattolica sono lì a testimoniare che la ferita aperta da Lutero non smette di sanguinare anche dopo cinque secoli. Germania-Italia 1 a 0.

(enzo fragassi)

The Reader – A voce alta

Nella Germania dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’adolescente Michael Berg si sente male e viene aiutato ad arrivare a casa da Hanna, un’estranea che ha il doppio dei suoi anni. Michael si riprende dalla scarlattina e cerca Hanna per ringraziarla. Così, i due rapidamente rimangono coinvolti in una relazione segreta eappassionata. Michael scopre che Hanna ama sentir leggere e il loro rapporto fisico si trasforma in qualcosa di più profondo. Hanna è entusiasta che Michael le legga L’odissea, Le avventure di Huckleberry Finn e La signora con il cagnolino. Nonostante il loro rapporto, un giorno Hanna scompare misteriosamente, lasciando Michael confuso e addolorato. Otto anni più tardi, mentre Michael è uno studente di legge che osserva i processi per i crimini di guerra nazisti, è sconvolto nel veder tornare Hanna nella sua vita, questa volta come imputata in tribunale. Mentre il passato della donna viene rivelato, Michael scopre un segreto importante che avrà un forte impatto sulle loro vite.

La banda Baader Meinhof

I dieci anni di vita della banda Baader Meinhof, la Rote Armee Fraktion (Raf), il collettivo terrorista di sinistra che dal 1967 al 1977 insanguinò la Germania in nome della lotta contro l’imperialismo americano sostenuto dalle istituzioni tedesche. Dalle proteste contro la visita di Stato dello Scià di Persia al rapimento e all’uccisione di Hanns Martin Schleyer, il presidente degli industriali della Germania, fino ai suicidi di Andreas Baader, Gudrun Ennslin, Jan-Carl Raspe e Ulrike Meinhof, avvenuti nel carcere di Stoccarda in circostanze non ancora del tutto chiarite. Nomination agli Oscar come Miglior Film Straniero nel 2009.

Pane e tulipani

Rosalba è una casalinga di Pescara. Durante una gita, viene «dimenticata» da marito e figli all’autogrill. Decide di tornare a casa da sola. E qui comincia una girandola di avventure. Arriva a Venezia, trova un lavoro, amicizie, amore… Piccolo cambio di rotta di Silvio Soldini – apprezzato regista di titoli cosiddetti «impegnati» e/o «d’autore» come
L’aria serena dell’Ovest
e
Un’anima divisa in due
– che realizza una commedia romantica, apparentemente leggera nei toni, ma non per questo scontata o priva di momenti di riflessione (sul matrimonio, la routine sentimentale, le infinite possibilità della vita tutte da cogliere ecc.), impreziosita qua e là da riusciti tocchi surreali (i sogni di Rosalba). Sulla base di una solida sceneggiatura – quasi una partitura musicale, agile e armoniosa – Soldini riesce a orchestrare una girandola d’invenzioni – talvolta divertenti, talvolta dolci e malinconiche – alle quali l’apporto degli attori – dai protagonisti Licia Maglietta e Bruno Ganz, ai «caratteristi» Felice Andreasi e Antonio Catania – non è affatto secondario. Coraggioso il finale, impensabile in una qualsiasi pellicola mainstream d’Oltreoceano (vedi l’assoluta indissolubilità del matrimonio nel finale di
Cast Away
). Una perla rara nel cinema italiano, specialmente a livello di scrittura. E uno straordinario successo al botteghino.