Colpevole d’innocenza

Una donna viene condannata per l’omicidio del marito, ma mentre sconta la detenzione scopre che l’uomo è vivo: medita quindi vendetta, soprattutto perché non può essere processata due volte per lo stesso delitto. Un film che scorre e diverte, e finisce col dare più di ciò che ci si aspetta. Panavision.

Indian – La grande sfida

Film basato su una storia vera. Sul finire degli anni Sessanta, Burt Munro, anziano appassionato di meccanica e motociclette neozelandese, decide di investire tutta la sua liquidazione per inseguire un sogno: battere il record di velocità in motocicletta. La sua sembra un’utopia, sia per l’età avanzata, sia perché si è messo in testa di compiere l’impresa rimettendo in sesto una vecchia Indian degli anni Venti. Ci riesce, e decide di prendere parte a un raduno nel deserto di sale dello Utah, negli Stati Uniti. Contro ogni previsione, l’anziano centauro riesce a battere il record precedente, stabilendo un nuovo limite che da allora non è mai più stato

Ararat – Il monte dell’arca

Una pellicola ricca di elementi metacinematografici, incentrata sul genocidio degli armeni da parte dei turchi nel 1915. Mentre alcuni filmmaker di Toronto girano uno zoppicante film storico sulla tragedia, la trama principale prevede sesso tra parenti acquisiti, un padre alle prese con il figlio gay e un incidente doganale che coinvolge uno dei membri della troupe. A tratti un po’ pesante, rimane un film interessante e molto sentito (il che è ovvio, viste le origini armene del regista).

Io, robot

Io, Robot

mame cinema IO, ROBOT - STASERA IN TV IL CAPOLAVORO DI ASIMOV robot
Del Spooner tra i robot

Il regista Alex Proyas trasforma la trilogia di successo di Isaac Asimov in un film. È Io, Robot, pellicola del 2004 prodotta dalla 20th Century Fox. Dal materiale letterario sono state mantenute le Tre leggi della robotica, cioè le norme che regolano il rapporto tra uomini e robot. Ma ogni altro aspetto delle teorie robotiche di Asimov è stato reinterpretato nella trasposizione cinematografica.

Il film ha come protagonista il detective Del Spooner, interpretato da Will Smith, ed è ambientato nell’anno 2035 a Chicago. I robot sono ormai entrati nella realtà quotidiana di tutti gli esseri umani. Inoltre, sono in arrivo sul mercato i nuovi modelli NS-5, prodotti dall’azienda leader nel settore della robotica U.S. Robots. Spooner, tuttavia, nutre ancora della diffidenza nei confronti dei robot. E quando viene chiamato sulla scena del presunto suicidio del dottor Alfred Lanning, ideatore delle Tre leggi della robotica, qualcosa sembra fuori posto. Insieme alla psicologa Susan Calvin (interpretata da Bridget Moynahan), Spooner inizia a indagare sulla vera natura dei robot. Si tratta solo di paranoie o le ultime tecnologie nascondono una minaccia per l’umanità?

Curiosità sugli sponsor del film

mame cinema IO, ROBOT - STASERA IN TV IL CAPOLAVORO DI ASIMOV audi
Audi RSQ
  • La moto che guida Spooner è una MV Augusta F4.
  • L’automobile di Spooner è un’Audi RSQ Sports Coupè. Le altre macchine che compaiono nelle scene, inoltre, sono solo Audi A2, TT e A6 berlina.
  • L’azienda leader U.S. Robots rimanda nel nome alla U.S. Robotics, che esiste davvero: è una società del Gruppo Platinum Equity specializzata nella produzione di apparecchiature per computer. Si chiama così, quindi, in onore di Isaac Asimov.
  • L’impianto Hi-Fi in casa del detective è della JVC.
  • Spooner indossa delle Converse All Star, le quali vengono menzionate più volte.
  • Il robot che incontra il protagonista all’inizio del film costituisce un caso di product placement che riguarda la FedEx.

Thirteen Days

Un velivolo da ricognizione americano scopre che sull’isola di Cuba alcuni supervisori militari sovietici stanno seguendo l’installazione di rampe missilistiche. Convocato dal presidente Kennedy, il consigliere particolare Kenneth O’Donnell diventa il testimone privilegiato di un terrificante braccio di ferro tra Usa e Urss. Una crisi lunga tredici terribili giorni, che spinge il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale.

Tra i tanti registi che avrebbero dovuto dirigere
Thirteen Days
si sono avvicendati anche Francis Ford Coppola e Phil Alden Robinson, i quali però (per le motivazioni più disparate) si sono ritirati dal film. L’unico a non fare mai marcia indietro è stato Kevin Costner, il nome sul quale è stata in pratica eretta l’intera operazione. Solo Costner ha sempre creduto fermamente nel progetto, al punto da coinvolgersi anche come produttore. In cabina di regia, dopo le numerose defezioni illustri, viene chiamato l’anonimo Roger Donaldson, la cui unica pellicola veramente degna di nota è stata (tanto tempo fa)
Senza via di scampo
, un thriller politico-paranoico guarda caso interpretato proprio da Costner. Il fatto che
Thirteen Days
risulti migliore persino di
Senza via di scampo
conferma ciò che dovrebbe essere lapalissiano e che invece sembra non esserlo affatto: Costner è da sempre l’autore dei suoi film anche quando non li dirige, tant’è vero che si tratta dell’unico interprete americano che pratichi veramente una politica attoriale a 360 gradi. Nemmeno Bruce Willis, Sylvester Stallone o Arnold Schwarzenegger sono così efficaci nel perseguire la gestione della propria immagine. Così, il personaggio di Kenny O’Donnell richiama da un lato tutti i perdenti sportivi impersonati da Costner (il pallone ovale che compare come per incanto nelle sequenze più drammatiche e nel finale) e dall’altro i grandi solitari che da
Balla coi lupi
in poi costituiscono il nocciolo della sua poetica.

Ancora una volta Costner incrocia la vita di Kennedy: basti ricordare (senza contare, ovviamente,
JFK
) che in
Un mondo perfetto
moriva un giorno prima del presidente sotto gli occhi di un Eastwood impotente, che si ritrovava così a (ri)vivere il trauma di
Nel centro del mirino
. Il film (pur essendo dichiaratamente filokennediano) si offre come un serrato thriller, girato con un ritmo piano, geometrico (diremmo settantesco), la cui intensità è data dai conflitti instaurati dai caratteri in campo. Kennedy è delineato come un personaggio ambiguo e pragmaticamente idealista, che viene opposto all’idealismo scarsamente pragmatico del fratello Bobby (d’altronde, dopo James Ellroy, a nessuno è concesso oggi di continuare a beatificare JFK). E se magari si glissa un po’ troppo sull’antecedente della Baia dei Porci, si tira invece ad altezza d’uomo sui falchi del Pentagono e della Cia che tifavano per la guerra. Ma il vero colpo d’ala del film è il pianto di Costner la mattina dopo, quando allo scadere dell’ultimatum il sole sorge ancora. Sono queste le cose che hanno fatto (e fanno) grande il cinema americano.
(giona a. nazzaro)

Déjà vu- Corsa contro il tempo

New Orleans. Un attentato terroristico fa esplodere un traghetto di marines con i loro familiari e amici in festa per il martedì grasso. I morti sono 543, una tragedia all’indomani di un’altra altrettanto spietata che ha colpito le coste della città. A occuparsi del caso è Doug Carlin, agente dell’agenzia federale ATF, parallelamente a un’altra inchiesta su cui sta lavorando, riguardante la misteriosa morte di una donna, avvenuta mezz’ora prima dell’esplosione. Grazie a una sorta di deja-vù intravede una connessione tra il sequestro della ragazza e l’esplosione: il dinamitardo e l’assassino sono la stessa persona. Con l’aiuto di un corpo speciale dell’FBI specializzato in studi di alta tecnologia inizia una corsa contro il tempo. L’FBI ha progettato una porta spazio-temporale che permette di rivedere il passato in tempo reale. Il dilemma riguarda allora il modus operandi delle indagini: è possibile penetrare nel passato e modificarlo come se il presente non fosse mai esistito?

Il dolce domani

Un tenace avvocato si reca in una città del Canada rimasta sconvolta dall’incidente di uno scuolabus in cui sono morti molti bambini, e cerca di convincere i genitori ad assumerlo per far causa a chiunque possa essere il responsabile, ammesso che qualcuno lo sia. Intanto, cerca di affrontare il suo difficile rapporto con la figlia drogata. Egoyan applica il proprio approccio calmo ed ellittico al romanzo di Russell Banks e crea un film inquietante e difficile da dimenticare, anche se non per tutti i gusti. Holm è semplicemente superbo. Panavision. Due nomination agli Oscar (Regia e Sceneggiatura Non Originale).

8 amici da salvare

Dopo aver contribuito al salvataggio di uno scienziato recatosi in missione in Antartide presso una stazione di ricerca americana, la guida Jerry Shepard (Paul Walker) è costretto suo malgrado, a causa di un improvviso peggioramento del tempo, ad abbandonare gli otto amati cani da slitta al loro destino. Tornato in patria, spinto dal senso di colpa, impiegherà mesi a racimolare i quattrini necessari per tornare fra i ghiacci con l’intento di riportare a casa gli eventuali superstiti. La sua ostinazione sarà premiata: grazie all’aiuto della bella pilota Katie (Moon Bloodgood), del professor McClaren (Bruce Greenwood) e del cartografo Cooper (Jason Biggs), riuscirà nell’impresa.

La recensione

Ispirato al giapponese
Antarctica
del 1985 – di per sé non un capolavoro – il regista Frank Marshall, qui in veste anche di produttore, edulcora una vicenda realmente accaduta, privandola quas

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

Exotica

I destini di cinque individui diversissimi tra loro si intrecciano in uno strip-club chiamato “Exotica”. Solo alla fine si viene a sapere come due dei personaggi principali sono finiti l’uno nella vita dell’altra. Intrigante, come tutte le opere di Egoyan, ma non del tutto appagante. Vincitore del Genie Award come miglior film canadese nel 1994.

Hollywood Homicide

Due poliziotti della squadra omicidi di Los Angeles indagano sull’uccisione di due giovani stelle del rap. Il primo è un cinquantenne che passa il suo tempo libero facendo l’agente immobiliare per arrotondare lo stipendio e affrontare le conseguenze economiche dei suoi divorzi. Il secondo è un giovane appassionato di yoga che sogna di diventare un attore. L’indagine li porta sulle tracce di un potentissimo produttore discografico con almeno un buon motivo per desiderare la morte dei musicisti.

Già regista di film godibilissimi come
Bull Durham – Un gioco a tre mani
(1988) e
Chi non salta bianco è
(1992) ma anche responsabile di discreti flop come
Tin Cup
(1996), Ron Shelton si affida alla classica coppia di poliziotti diversi tra loro per età, interessi e aspirazioni ma costretti a vivere in simbiosi alla caccia del cattivo di turno. Che stavolta è uno stereotipato esponente dell’industria discografica che ruota intorno alla cultura hip hop, industria popolata di personaggi abili con la pistola tanto quanto con il campionatore. Scritta dallo stesso Shelton insieme a Robert Souza, veterano della squadra omicidi di Los Angeles,
Hollywood Homicide
è più una commedia che un poliziesco e l’indagine condotta dai due poliziotti è un’ottima scusa per esplorare i territori dell’amicizia (un tema caro al regista) e permettere a Harrison Ford di mettere in mostra la sua proverbiale autoironia, sia in situazioni drammatiche che in altre, decisamente grottesche e create ad arte dagli sceneggiatori. Un film divertente ma tutt’altro che indispensabile, forse cucito addosso al protagonista dei vari
Indiana Jones
per permettergli di risollevarsi dall’insuccesso di
K-19.
Variegato il cast di contorno, in mezzo al quale spiccano i musicisti Gladys Knight e Dwight Yoakam e Lou Diamond Phillips, colui che nel 1987 esordì come protagonista de
La Bamba,
quello sì un gran bel film sull’industria discografica.
(maurizio zoja)

Sogni d’estate – La storia dei Beach Boys

La storia romanzata dei Beach Boys, basata su una biografia non autorizzata scritta da Steven Gaines. Il gruppo, formato dai fratelli Brian, Carl e Dennis Wilson, con l’aggiunta del cugino Mike Love, raggiunge i vertici della classifiche con il primo singolo,
Surfin’
. Qualche anno più tardi, lo stress e altri problemi personali, costringono Brian, il compositore della band, ad abbandonare l’attività dei concerti. Il film, di mediocre fattura, non rende minimamente giustizia a uno dei gruppi più importanti della storia del pop, per troppo tempo sottovalutato nonostante le geniali creazioni del suo leader Brian Wilson.
(andrea tagliacozzo)