L’uomo di casa

Il ranger del Texas Roland Sharp (Tommy Lee Jones) viene incaricato di proteggere le uniche testimoni uculari dell’assassinio di un grande trafficante di droga. Si tratta di un gruppo di universitarie impegnate come cheerleader. Per ptersi muovere nell’ambiente dell’ateneo senza destare sospetti, Sharp dovrà fingersi assistente allenatore, dando così luogo a una serie di situazioni tipiche della commedia.

Basic

Cos’è successo durante l’ultima esercitazione del gruppo guidato dal sergente Nathan West? Perché i soldati dell’esercito statunitense si sono ammazzati l’un l’altro? Il comandante della base da cui il plotone era partito non sa che pesci pigliare e per condurre le indagini convoca un ex militare diventato agente della narcotici, temporaneamente sospeso dal servizio a causa delle sue equivoche amicizie. Assieme al capo della polizia militare dovrà interrogare gli unici due sopravvissuti e pervenire a una soluzione. Ognuno fornirà la propria verità ma cos’è accaduto veramente?

Un po’ thriller, un po’ film di guerra, la nuova pellicola di John McTiernan, il regista di
Die Hard,
riesce perfettamente nel suo dichiarato intento: tenere il pubblico con il fiato sospeso fino all’ultimo istante. I colpi di scena si susseguono a buon ritmo e quando la verità sembra a portata di mano, ecco un elemento che sposta gli equilibri e fa ripartire la giostra delle ipotesi finché un finale talmente a sorpresa da risultare eccessivo non manda tutti a casa. John Travolta e Samuel Jackson, i memorabili gangster di
Pulp Fiction,
sono un detective che ne ha viste troppe e un sergente di ferro stile
Full Metal Jacket,
ottimamente scelti dal regista per interpretare i due ruoli cardine del film. Se la cava bene anche Giovanni Ribisi nel ruolo di un soldato sopravvissuto alla strage mentre Connie Nielsen è un capitano troppo algido e affascinante per non risultare stereotipato. Eccessivi, secondo la stampa americana, anche il numero e la tipologia dei colpi di scena partoriti dalla fantasia dello sceneggiatore James Vanderbilt. Può darsi, ma
Basic
è un film godibile, ben confezionato e persino
politically correct.
Serve altro?
(maurizio zoja)

Windtalkers

Durante la Seconda Guerra Mondiale, alcuni indiani Navajo vengono reclutati tra le fila dei marine, impiegati dall’esercito per comunicare fra i vari reparti in codice usando la lingua nativa. A ogni Navajo è assegnato una sorta di guardia del corpo, incaricata di proteggere il codice, anche a costo, in caso di cattura da parte del nemico, di uccidere il soldato pellerossa. Sopravvissuto per miracolo a una dura battaglia nelle Isole Salomon, Joe Enders riceve l’incarico di seguire come un’ombra il soldato indiano Ben Yahzee. Dato l’incarico e i rischi che questo comporta, Joe, che si è fino a ora dimostrato un marine ligio al dovere, vorrebbe evitare di stringere amicizia con la recluta Navajo. Ma gli avvenimenti lo costringeranno a cambiare idea. Windtalkers è un brutale dramma bellico, in cui confluiscono alcuni temi cari a John Woo, primi fra tutti la vocazione più o meno consapevole all’eroismo – meno cavalleresco che in altre occasioni, venendo stavolta a mancare il rispetto per il nemico, praticamente invisibile o quasi – e l’amicizia virile. Il regista di Hong Kong aveva già affrontato il genere bellico, seppur in una prospettiva completamente diversa, in altre due occasioni: nel 1983 con Heroes Shed No Tears (il film venne poi distribuito tre anni più tardi con il titolo Sunset Warriors) e nel 1990 in uno dei suoi lavori più ispirati, l’epico Bullet in the Head. Il risultato questa volta è tutt’altro che perfetto, specialmente nella prima parte, a causa della zoppicante sceneggiatura di John Rice e Joe Batteer, pronti a mettere nel calderone ogni luogo comune del genere. Il film migliora nella seconda metà in cui Woo si concentra nel complesso rapporto tra Joe e Ben, sulle radici culturali e religiose dei Navajo (con esiti suggestivi, senza fortunatamente ricorrere a prevedibili stereotipi) e in alcune eccellenti (se non proprio memorabili) sequenze d’azione, la maggior parte delle quali d’inaudita violenza (in particolare nei corpo a corpo). Su tutto aleggia come al solito la spiritualità del regista, da sempre affascinato dal doloroso calvario (con l’inevitabile immolazione dell’eroe) di stampo prettamente cristiano. (andrea tagliacozzo)