Un posto per riposare

Negli anni Settanta, in Georgia, un ufficiale dell’esercito decide di seppellire un eroe nero, morto durante la guerra del Vietnam, in un cimitero di bianchi. La comunità locale, in prevalenza bianca e razzista, si oppone fermamente. Film realizzato per la televisione, ma di ottimo livello, grazie anche alla buona prova di tutti gli attori e all’intelligente copione scritto da Walter Halsey Davis.
(andrea tagliacozzo)

Donnie Brasco

Un agente dell’Fbi sotto falso nome si infiltra in una gang mafiosa e fa amicizia con un anziano gangster in declino, Lefty. Tra i due nasce un rapporto paterno-filiale, ma il giovane sa che dovrà tradire il vecchio.

Una sorpresa inattesa: un normale film di genere, diretto da un regista eclettico e anonimo, che per virtù di sceneggiatura (dell’italoamericano Paul Attanasio) e soprattutto di attori diventa un piccolo gioiello. Decenni dopo la morte dello star system, in tempi di tale analfabetismo scrittorio che le major riempiono d’oro uno come Joe Eszterhas, mai ci si sarebbe aspettati di poter godere di un crime movie vecchio stile come questo.

Crepuscolare come Eddie Coyle, con gangster tristi e stanchi, mai idealizzati, e soprattutto con due personaggi centrali commoventi: Johnny Depp, l’unico grande attore hollywoodiano degli ultimi dieci anni, sfida in casa Al Pacino nel ruolo di un mafioso. Roba da far tremare le vene ai polsi, ma il ragazzo è così intenso e grintoso che stimola l’avversario al punto da fargli mettere da parte gli eccessi e regalare una delle sue più belle interpretazioni di sempre. C’è bisogno di aggiungere che – per chi se lo può permettere – sarebbe il caso di guardarselo in versione originale?
(emiliano morreale)

Un detective… particolare

Una metropoli americana è terrorizzata dagli omicidi di un maniaco, autore di undici strangolamenti di altrettante donne. Il commissario Frank Starkey è incaricato di condurre le indagini, ma chiede aiuto al fratello Nick, un ex poliziotto radiato dal corpo. Un mix di generi – poliziesco, commedia, dramma romantico – amalgamato alla bell’e meglio. Poco convincente, nonostante il cast di tutto rispetto. Da Kevin Kline, all’epoca reduce dall’Oscar di
Un pesce di nome Wanda
, si attendeva comunque qualcosa di più.
(andrea tagliacozzo)

Personal Velocity – Il momento giusto

Tre storie di donne, una diversa dall’altra, ma con qualcosa in comune, il
personal velocity,
ovvero il tempo in cui nella propria vita accade qualcosa per puro caso o per volontà. Delia (Kyra Sedgwick) è una madre di tre bambini, sposata con un operaio e figlia del primo hippy del suo quartiere. Ha conosciuto il marito ai tempi della scuola, quando era la ragazza più popolare. Ora il marito la picchia, ma lei lo ama troppo per lasciarlo. Un giorno, dopo l’ennesima lite, Delia decide di andare via, se non altro per il bene dei suoi bambini. Va a Nord in cerca di una vecchia amica. Cambia vita in questa nuova cittadina e riacquista quella consapevolezza e forza che il marito le aveva annientato. Greta (Parker Posey), invece, è figlia di un importante avvocato di Manhattan, lavora in una casa editrice ed è sposata con un giornalista gentile, ma banale e poco interessante. Per reazione al padre ambizioso, Greta ha cercato una vita tranquilla, ma la sua irrequietezza viene fuori con una buona offerta di lavoro. Paula (Fairuza Balk) è in macchina, ha appena assistito a un incidente che poteva coinvolgerla mortalmente. Ha litigato con il suo fidanzato, aspetta un bambino e ha caricato in auto un autostoppista. L’incontro con questo ragazzino le farà aprire gli occhi e la riporterà sulla strada giusta. Si allontana sorridendo, con lo sguardo di chi finalmente ha capito tutto. Tratto dalla fortunata serie di racconti di Rebecca Miller, figlia di Arthur, che dopo aver intrapreso la carriera di attrice, pittrice e di scrittrice si è cimentata dietro la macchina da presa. Premiato al Sundance Festival 2002 con il Premio della Giuria e al Festival di Locarno 2002,
Personal Velocity
è interamente girato in digitale. Le prime due storie fanno parte dell’omonima raccolta di racconti, mentre la terza è stata scritta appositamente per il film, per fare da raccordo alle altre. Tre donne accomunate dalla voglia di essere artefici del proprio destino e dal desiderio di sentirsi rassicurate e protette da un punto di vista emotivo. Crudo in alcuni passaggi, molto realistico, senza troppi fronzoli, asciutto e diretto, come un pugno allo stomaco. Una pellicola destinata a diventare un vero e proprio cult per le donne del terzo millennio.
(andrea amato)