28 giorni dopo

Un gruppo di animalisti si introduce in un centro di ricerca di medicina genetica nella campagna inglese per liberare alcuni esemplari di scimmie, sottoposte a iniezioni sperimentali di attualità televisiva e mediatica e contagiate da un virus sconosciuto. 28 giorni dopo, in un ospedale deserto, un ragazzo si risveglia dal coma dopo un incidente stradale e si ritrova in una Londra apparentemente disabitata. Si renderà presto conto di non essere rimasto completamente solo. Avrà infatti modo di entrare in contatto con alcuni uomini che di umano non hanno più nulla e verrà salvato da due ragazzi in tenuta da combattimento urbano che gli spiegheranno cosa è successo in quei 28 giorni di assenza…
Il nuovo film di Danny Boyle contiene più di un rimando al filone «politico» dell’horror americano di trenta anni fa, in particolare alla trilogia dei morti viventi del professionista del genere George A. Romero. Del modello si replica non solo e non tanto l’abusatissima struttura narrativa dell’assedio ma anche l’utilizzo di un cast di attori poco noti. 28 giorni dopo è un film da palinsesto notturno, fatto di semplici meccanismi tipici dell’horror d’annata e di semplice paura, con schemi e strutture più televisivi che cinematografici. Da un punto di vista prettamente sociologico l’osservazione dei mutamenti sociali è molto meno importante che nei modelli di riferimento; l’aspetto che maggiormente spicca è quello che rappresenta il cosiddetto «deserto del reale», qui reso da un verosimile e angoscioso «vuoto» urbano, ottenuto girando a Londra nei fine settimana e nelle prime ore del mattino. Ma il «deserto del reale» rappresenta in qualche modo anche il valore della libertà, libertà di muoversi verso tutti i luoghi e nessun luogo. Il momento ludico e giocoso in cui i neo-sopravvissuti saccheggiano i supermercati deserti e colmi di merce abbandonata (la telecamera si sofferma sulla frutta ormai in decomposizione e sulle scatole colorate del cibo) nel quadro globalmente apocalittico del testo, spicca ironicamente come a deridere certe teorie sui comportamenti deliranti del neo-consumatore, nomade e shopping-addicted. Alcune immagini hanno infine un loro valore ontologico, nonché ironico e indipendente rispetto al contesto terrificante in cui si viene proiettati: le luci natalizie e intermittenti appese a un balcone nella città desertificata, il tradizionale taxi londinese che passa attraverso la tela di un quadro quasi impressionista accompagnato da una colonna sonora più che rassicurante e gli impeccabili paesaggi della campagna anglosassone. Come a dire che si è alla fine di un incubo reso reale dall’umorismo sotterraneo di cui è nutrito. Boyle che, comunque lascia aperta una porta, sembra volerci dare il benvenuto nel deserto del reale o nello spazio torbido dello schermo, a noi la scelta. (emilia de bartolomeis)

Il sarto di Panama

Panama, il canale, intrighi internazionali. Dovrebbe essere questo lo sfondo affascinante alla storia del film, tratto dall’omonimo libro di John Le Carre, parodia dell’entusiasmante libro di Graham Greene, Il nostro agente all’Avana . Un agente dei servizi segreti inglesi, corrotto e spietato, viene mandato in esilio a Panama. Qui cerca di fare diventare un informatore il sarto della dirigenza locale, con il risultato di mettere in piedi equivoci quasi grotteschi. Pierce Brosnam, nella solita parte dell’agente segreto, in veste di cattivo risulta poco credibile. Forse per colpa dello smoking di James Bond che non riesce a togliersi di dosso. (andrea amato)

Gangs of New York

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento. La guerra civile è in corso e l’immigrazione irlandese porta circa 15 mila persone alla settimana a New York. Per le strade, bande di immigrati cattolici e nativi protestanti, figli di inglesi e olandesi colonizzatori della prima ora, si scontrano a colpi di coltelli e asce. Un bambino irlandese, Amsterdam Vallon (Leonardo DiCaprio), perde il padre ucciso in battaglia da William Cutting (Daniel Day-Lewis), detto «Il macellaio». Quel bambino, dopo sedici anni di orfanotrofio, tornerà tra quelle strade, Five Points, per vendicare il padre. Dopo aver imparato le regole della strada e scoperto l’amore, Amsterdam si farà paladino degli immigrati irlandesi. Ma intanto lo scontro è molto più ampio, la città si rivolta contro la chiamata alle armi per la guerra civile. Dal successo di
Taxi Driver
(1976) Martin Scorsese aveva in mente solo una cosa: realizzare questo film, perché «l’America è nata per le strade». Troppo costoso gli avevano sempre detto e così ha dovuto aspettare 27 anni e venire a girarlo a Cinecittà, perché qui da noi costa meno. Migliaia di comparse, centinaia di stuntman, una New York ricostruita, 100 milioni di dollari di budget e quasi un anno di riprese. Doveva essere il campione d’incassi del 2003, invece è stato accolto in maniera tiepida negli Usa. Effettivamente il film, a parte la spettacolarità delle scene del nostro Dante Ferretti, appare troppo barocco e finto. Un carrozzone di cartapesta con personaggi poco credibili. Di fronte a uno strepitoso Daniel Day-Lewis, DiCaprio appare sottotono e non a livello del suo standard abituale. Anche la sceneggiatura lascia un po’ a desiderare e, solo per fare un esempio, il personaggio di Cameron Diaz sembra quasi appiccicato, come a dire che una bellona ci voleva per forza, anche se non c’azzecca niente con lo svolgimento della trama. Comunque da vedere, solo per l’esercizio di stile di un maestro, che forse poteva aspettare ancora qualche anno e schiarirsi meglio le idee prima di fare il film della vita.
(andrea amato)

Troy

Troy

mame cinema TROY - STASERA IN TV IL FILM EPICO achille
Brad Pitt nel ruolo di Achille

Diretto da Wolfgang Petersen, Troy (2004) è ambientato nel 1200 a.C., nell’antica Grecia. Agamennone (Brian Cox) ha conquistato tutte le città-stato del paese, ma gli manca ancora un’ultima avversaria da sconfiggere: la splendida e potente città di Troia, circondata da alte mura che si dice siano invalicabili. Tuttavia, suo fratello Menelao (Brendan Gleeson) ha stretto un’alleanza con i Troiani, ospitando i principi Ettore e Paride (Eric Bana e Orlando Bloom) nella propria dimora a Sparta.

Ma, proprio in quest’occasione, Paride e la moglie di Menelao, la regina Elena di Sparta (Diane Kruger) intrecciano una relazione segreta e, al momento in cui il principe deve far ritorno a Troia, Elena lo segue. Ciò rompe l’alleanza tra Sparta e Troia e Menelao, furibondo, va da Agamennone, il quale sfrutta la situazione per dichiarare guerra a Troia. E a questa guerra dovranno partecipare tutti i Greci, compreso Achille (Brad Pitt), che sogna la gloria eterna.

Questo conflitto, però, non immortalerà solo i nomi dei guerrieri che la combattono nella storia. Comporterà anche lutti, tradimenti, inganni e devastazione. E non tutti sopravviveranno.

Curiosità

mame cinema TROY - STASERA IN TV IL FILM EPICO troia
I principi Ettore e Paride con Elena, di ritorno a Troia
  • Il film presenta diverse inesattezze rispetto all’Iliade, l’opera epica di Omero a cui si ispira liberamente la trama. Per esempio, nell’opera Patroclo non è il cugino di Achille, bensì il suo compagno d’armi e, secondo gli usi dell’antica Grecia, il suo amante. Inoltre, le schiave catturate da Agamennone sono due: Briseide e Criseide, e l’avido re le pretende entrambe. E Achille ama solo Patroclo, non Briseide, perché secondo la società ellenica dell’epoca il vero amore poteva esistere solo tra uomini, cioè gli unici esseri ritenuti intelligenti.
  • Anche il duello tra Paride e Menelao è nell’opera profondamente diverso: per salvare Paride, infatti, interviene la dea Afrodite, colei che gli aveva promesso l’amore di Elena, la donna più bella del mondo. Lo trasporta su una nuvola al sicuro all’interno del palazzo reale di Troia.
  • Viene omessa nel film pure la presenza degli dei, costante nell’opera. Nell’Olimpo, per l’appunto, si sono create vere e proprie fazioni riguardo alla guerra di Troia: Afrodite e Apollo, per esempio, proteggono i Troiani, mentre Era e Atena proteggono i Greci.
  • Nel cast c’è anche Peter O’Toole nel ruolo del re di Troia Priamo.
  • Le scene in esterni sono state girate a Malta e in Messico. I set interni invece, sono stati girati nel Regno Unito, negli Shepperton Studios. II budget del film fu di 175.000.000 $.
  • Inoltre, il film è stato presentato fuori concorso al 57º Festival di Cannes.
  • La pellicola ha avuto un ottimo incasso internazionale: 497.409.852 $. Negli Stati Uniti ha incassato 133.378.256 $ e in Italia 14.878.762 €. È nella top 150 dei film con maggior incasso.
  • I commenti della critica sono stati, tuttavia, per lo più negativi, a causa delle profonde incongruenze tra il film e l’opera da cui è tratto.

Harry Potter e il calice di fuoco

Photogallery

Nuovo anno scolastico per
Harry Potter
(Daniel Radcliffe) e quarto capitolo della saga: il maghetto che ha conquistato adulti e bambini, creato dalla penna di
J.K. Rowling,
è cresciuto ed è ormai un adolescente, così come i suoi inseparabili amici, Ron (Rupert Grint) ed Hermione (Emma Watson).

Ad Hogwarts c’è grande eccitazione per il
Torneo Tremaghi
che avrà luogo nella celebre scuola di magia diretta da Albus Silente (Michael Gambon). Non solo: per la competizione saranno ospiti della scuola i concorrenti dell’Istituto Durmstrang e le graziose candidate dell’Accademia di Beuxbatons.
A scegliere il campione di ogni scuola sarà il
Calice di Fuoco
ma tutti sanno che per partecipare è necessario avere compiuto diciassette anni. E invece, dopo aver estratto tre nomi, il Calice di Fuoco consegna anche quello di Harry Potter che si ritrova così catapultato nell’ennesima impresa più grande di lui, circondato dal sospetto e in preda a dolorose fitte alla cicatrice inflittagli da Voldemort (Ralph Finnies), presagio di un Male sempre più vicino.

Harry si ritrova faccia a faccia con un enorme drago sputafuoco; si trasforma in uomo-pesce per affrontare le acque oscure del Lago Nero; finisce sulla prima pagina della Gazzetta del Profeta… A vegliare su di lui, il nuovo professore di «Difesa contro le Arti Oscure», Malocchio Moody (Gary Oldman). Ma non è sufficiente, il clima è troppo cambiato per non turbare Harry profondamente. Imbarazzato dall’attrazione per Cho Chang, respinto da Ron, stupito dell’intesa tra Hermione e Viktor Krum, Harry si sente sempre più solo.

Alla fine, sarà la sua mano a toccare la Coppa Tremaghi, ambito premio del torneo, e non sarà la sola.
Cedric Diggory,
l’altro campione di
Hogwarts, si ritroverà catapultato insieme a Harry in un oscuro viaggio che gli risulterà fatale.

Nonostante la regia affidata a
Mike Newell,
famoso per commedie romantiche come
Quattro matrimoni e un funerale,
il film è pervaso da tinte cupe. É la perdita dell’innocenza legata sì ai primi turbamenti amorosi ma soprattutto all’incontro con il dolore assoluto, con la morte del giovane eroe buono, bello e leale. Un dolore che segna e offusca la vittoria finale del determinato Potter tanto che in Inghilterra il film è stato vietato ai minori di dodici anni non accompagnati. In questo clima dove orrori e paure prevalgono, c’è poco spazio per le magie «quotidiane» che hanno decretato il successo del maghetto. Da segnalare all’inizio del film, l’arrivo spettacolare degli ospiti del torneo, tra carrozze volanti e velieri-sottomarini. Ma, dicevamo, è solo l’inizio del film.
(sara dania)

Ritorno a Cold Mountain

1864, vigilia della Guerra Civile Americana. Un reverendo lascia Charleston per il clima più mite di Cold Mountain, nella Carolina del Nord. È con lui la sua incantevole figlia Ada che adocchierà (e sarà adocchiata da…) il giovane taciturno Inman. Lui, da confederato, andrà alla guerra. Vedrà orrori e sarà ferito, ma avrà sempre il pensiero lì, alla sua Ada che ha giurato di aspettarlo. Lei infatti lo aspetta. E imparerà a far andare avanti la sua fattoria anche grazie a una ragazza-maschiaccio Ruby…

Il regista inglese, di origini italiane, Anthony Minghella
(Il paziente inglese, Il talento di Mr. Ripley)
firma
Ritorno a Cold Mountain,
un kolossal sentimental-bellico in costume. Una grande storia d’amore, una storia americana, un grido contro la guerra. Una storia d’amore che si basa appena su qualche sguardo e su un unico bacio appassionato, dove lei, la splendida (e brava) Nicole Kidman, e lui, un bello e bravo Jude Law – attore amato da Minghella – poco si vedono insieme durante il film. Ma tutto il film è basato su questo legame forte e indistruttibile, su questo magnetismo a distanza. Viaggiano lontane e parallele le due storie, lui in guerra, in fuga, in tentazione, nel dolore. Lei, nel dolore, nel tentativo di farcela, di crescere… Con una terza figura importante, quella della aspra e maschia Ruby, una ragazza tutta praticità e niente (apparentemente)
cuore che rappresenta l’altra metà di Ada. Una poetica, sognatrice, suonatrice di piano e delicata, l’altra dura, attiva, forte, robusta. Peccato che Ruby sia interpretata da una francamente insopportabile Renée Zellweger, tutta un arricciar di naso, tutta una smorfia e una fastidiosa andatura da maschiaccio e nonostante un Oscar come miglior attrice non protagonista. E poi è un grido contro la guerra: perché qui non si parteggia né per il Nord, né per il Sud. Qui si fa il tifo solo perché la guerra finisca. È la guerra vista da chi dalla guerra è disorientato e annientato, per cui la guerra non ha giustificazioni né spiegazioni. O forse è solo la scusa per compiere nefandezze e obbrobri.
Un duplice, romantico viaggio ricostruito perfettamente (e maniacalmente): con imponenti scene di guerra, ma anche con paesaggi, particolari e costumi ricostruiti alla perfezione. Ottima la fotografia (il film è stato girato in Romania), bellissime le scene di Dante Ferretti. Certo, ci sono lungaggini (in due ore e mezzo di film c’è il rischio di annoiarsi), la melassa è in agguato, ma il kolossal della storia e del sentimento è comunque ben fatto. È furbo, perché batte sui tasti giusti. Sul sentimento e sull’ideale perduto da riconquistare. Appassiona, anche. A patto di essere in vena di sentimentalismi… Tra i comprimari, Donald Sutherland, Philip Seymour Hoffman, Giovanni Ribisi, Brendan Gleeson, Natalie Portman.
(d.c.i.)

Indagini sporche – Dark Blue

Eldon Perry (Kurt Russell) è un poliziotto a Los Angeles, figlio di un poliziotto, nipote di un poliziotto. Non ha problemi ad ammazzare i malviventi e a fare piazza pulita senza scrupoli. Gli ordini del suo capo corrotto non vengono mai messi in discussione e con questi principi cerca di crescere anche la giovane recluta Bobby Keough. La Centrale di polizia, tra indagini della Disciplinare e guerre intestine per il potere, è in apprensione per il verdetto che riguarda i poliziotti che hanno picchiato l’automobilista nero Rodney King. Siamo nell’aprile del 1992, gli agenti verranno prosciolti e la città californiana verrà messa a ferro e fuoco. In questo clima di guerriglia urbana, Perry deve indagare su un brutale omicidio, che nasconde un giro di corruzione. Ancora una volta, per assecondare il capo, farà la cosa sbagliata. Nato da un’idea dello scrittore James Ellroy
(L.A. Confidential), Indagini sporche – Dark Blue
si è aggiudicato il Leone Nero come migliore film al Noir in Festival di Courmayeur. Un poliziesco che, piuttosto che vivere sugli effetti speciali, preferisce scavare sui propri limiti, su quanto il senso di obbedienza e di appartenenza possano deviare l’animo umano. Buon ritmo, buon soggetto, ma con una sceneggiatura un po’ banale e infarcita di luoghi comuni. Nel complesso un film godibile.
(andrea amato)

In My Country

Un giornalista del Washington Post viene inviato in Sudafrica per seguire i processi istruiti per punire i responsabili delle torture e degli assassini compiuti durante il periodo dell’apartheid. Durante le udienze fa la conoscenza di una scrittrice sudafricana bianca, sconvolta dalle violenze perpetrate ai danni dei neri. Sarà amore. Regista del discreto Il sarto di Panama, John Boorman cerca di raccontare gli anni dell’apartheid attraverso le testimonianze di coloro che, da entrambe le parti della barricata, hanno usato e subito violenza nei confronti dei propri simili. L’idea viene però ben presto annacquata dalla decisione di mettere in primo piano l’amore tra il giornalista nero e l’intellettuale bianca, raccontato con abbondanza di luoghi comuni. Samuel L. Jackson è a dir poco a disagio, mentre Juliette Binoche non riesce a rendere credibile il suo personaggio, ignaro fino all’assurdo di quanto avvenuto nel proprio paese. Inspiegabile, infine, la decisione di «tradurre» il titolo inglese con un altro titolo inglese. (maurizio zoja)

The General

Boorman sceneggiò questo dramma psicologico incentrato su di un criminale di estrazione proletaria realmente vissuto a Dublino e noto con il soprannome di “Generale”, il quale riuscì per molti anni a eludere la polizia. Richiamandosi ai principi di una concezione etica distorta, il malvivente dirige rapine di piccola e grande entità, ottiene con la forza la lealtà dei suoi uomini, ama due donne contemporaneamente e gareggia in astuzia con un poliziotto testardo (Voight), che è determinato a inchiodarlo. Interessante, ben fatto, ma troppo lungo. Il regista Jim Sheridan ha una piccola parte. Super 35.

A.I. Intelligenza artificiale

Verso la metà del Ventunesimo Secolo, la scienza della robotica ha raggiunto un livello tecnologico di perfezione quasi inimmaginabile. Il professor Hobby, scienziato della Cybertronic Manifacturing, ha progettato un nuovo prototipo di robot-bambino capace perfino di amare. Si chiama David. Il piccolo androide viene dato in custodia ai coniugi Swinton, Henry e Monica. Il loro unico figlio naturale, Martin, affetto da un male terminale, è ibernato nell’attesa si riesca a trovare una cura adatta. David ha l’ingrato compito di sostituirlo. Inizialmente scettica, la sensibile Monica finisce gradualmente per legare con il nuovo arrivato e ad affezionarsi a lui. Ma improvvisamente avviene il miracolo: Martin guarisce e torna a casa. La coesistenza dei due figli – quello naturale e quello meccanico – diventa problematica, anche perché il comportamento di Martin, infastidito dalla presenza del fratellastro meccanico, destabilizza il povero David. Quest’ultimo, messo quasi da parte, ascolta incantato la dolce Monica raccontare al figlio la favola di Pinocchio, il burattino che riuscì a diventare un vero bambino. Un giorno, senza volerlo, David mette in pericolo la vita di Martin. Henry decide quindi che è arrivato il momento di sbarazzarsi del piccolo androide. Monica, seppur a malincuore, abbandona David in una sperduta foresta, con l’unica compagnia di un Supergiocattolo, un orso robot di nome Teddy. Per David, affranto, impaurito e indifeso, inizia un lungo calvario, alla ricerca della fata turchina della favola di

Pinocchio
, l’unica in grado di trasformarlo in un vero bambino per essere finalmente amato da Monica.
Come è noto, il film, oltre che dal racconto di Brian Aldiss
Super-Toys Last All Summer Long
, è tratto da un soggetto a cui stava da tempo lavorando Stanley Kubrick (che avrebbe dovuto realizzarlo ben prima di

Eyes Wide Shut
). Se originariamente il progetto avrebbe dovuto rispettare il più possibile la visione del regista di
Full Metal Jacket
, il risultato attuale è invece al 100 per cento un film di Steven Spielberg, permeato irrimediabilmente dalla sua incredibile sensibilità, dal suo inconfondibile incedere narrativo, avvolgente, magico e sinuoso. Spielberg si conferma ancora una volta come uno dei pochi cineasti (assieme a James Cameron e Martin Scorsese) in grado di coniugare il proprio estro visionario (indimenticabili alcune inquadrature, come quella del corpo di David immobile sul fondo della piscina) con le esigenze del racconto. È facile intuire che la versione di Kubrick sarebbe stata più gelida e narrativamente frammentata, sicuramente più teorica e pungente, indubbiamente affascinante sul piano visivo, ma priva della commossa partecipazione che traspare da ogni fotogramma del film di Spielberg.
A.I.
pone in campo un problema etico (è legittimo ricorrere alla scienza per soddisfare le nostre egoistiche esigenze? Quelle di genitori, in questo caso…), ma anche un affascinante quesito: cosa contraddistingue l’essere umano dalla macchina? I sogni e la determinazione nel volerli realizzare, sembra rispondere il regista. Spielberg riesce – senza sotterfugi di sorta – nell’impresa di far provare compassione per gli esseri meccanici, visti alla stregua di derelitti ed emarginati, usati, sfruttati e poi gettati in fosse comuni (agghiaccianti le sequenze notturne della foresta, con gli androidi rabberciati che si aggirano tra le carcasse inanimate dei loro simili in cerca di pezzi di ricambio). Da brivido. Ma il tono e l’andamento, seppur inquietante, rimane quello della favola, una favola nera e tinta di morte, con un lieto fine tra i più strazianti mai realizzati sul grande schermo.
(andrea tagliacozzo)