Chi ha paura delle streghe

Ci voleva un regista barocco e perverso come Nicolas Roeg, discontinuo ma con un suo stile eccessivo e genialoide (
Il lenzuolo viola
,
Walkabout
,
A Venezia…un dicembre rosso shocking
), per fare un film «giusto» per grandi e piccini. Se gli adulti apprezzeranno i deliziosi effetti speciali artigianali della ditta di Jim Henson (quello dei Muppet), una nonnina simpatica come la vecchia attrice-regista svedese Mai Zetterling e una strega perfetta come Anjelica Huston, i ragazzini si godranno una fiaba «nera» come oggi raramente capita di vedere. Il film fa paura come un horror e traspone fedelmente la morale di un geniale e crudele scrittore per l’infanzia come Roald Dahl: diffidare del mondo degli adulti, infatti, è uno degli insegnamenti essenziali che ogni fiaba dovrebbe trasmettere.
(emiliano morreale)

Segreti e bugie

Una giovane donna di colore e di successo scopre che la sua vera madre è una donna bianca che vive in periferia, alcolizzata e disperata. Palma d’oro a Cannes, è forse il capolavoro di Leigh; certamente è il suo film più costruito, in equilibrio tra ironia e melodramma. Il realismo della costruzione e delle vicende, unito alla precisione millimetrica delle notazioni psicologiche e sociali, apre però improvvisamente a momenti di astrazione, pause narrative, lunghe inquadrature fisse, stilizzazioni che ricordano il Leigh di Naked. Cast di attori strepitoso (in particolare Brenda Blethyn, la madre bianca) e personaggi secondari indimenticabili (la figura del fotografo è magistrale dal punto di vista della funzione narrativa e della credibilità). Uno dei film che resteranno fondamentali per capire l’Europa degli anni ’90.
(emiliano morreale)

Espiazione

Bryoni, una tredicenne appassionata di letteratura, osserva con curiosità la storia d’amore di sua sorella maggiore, Cecilia, con il fidanzato Robbie. Dopo aver accusato ingiustamente quest’ultimo di violenza sessuale, la ragazzina rovina la sua vita e quella della sorella. Per rimediare alla sua colpa, comincia scrivere un romanzo in cui racconta la verità.

Rko 281

Un cinegiornale introduce la vicenda, che è quella ben nota della realizzazione di
Quarto potere
di Orson Welles. Il giovane genio si trasferisce a Hollywood, dove trova un’accoglienza fredda e sospettosa. Naufraga il progetto su Cuore di tenebra e parte quello sul cittadino Kane. Welles prende a modello Hearst, che reagisce cercando di bloccare il film. Ma le sue enormi fortune stanno ormai declinando…

Tratto da uno dei documentari realizzati su Orson Welles nel decennio scorso (
Battle Over Citizen Kane
di Cramer e Lennon) e girato interamente a Londra dal giovane Benjamin Ross, questo
Rko 281
delude ogni aspettativa. La nascita di uno dei massimi capolavori della storia del cinema viene ridotta al conflitto fra due persone, la cui statura morale – si vorrebbe far intendere – era equivalente. Se la tesi è discutibile, la fattura è di una tale mediocrità da far naufragare ogni ambizione. Inadeguato come discorso sul genio, inconsapevolmente banale quando vorrebbe affrontare il tema del
Male
, il film non si schioda neppure per un momento dagli standard di una modesta televisione.

L’inutilità di questa pellicola è tanto più irritante se si pensa che, del vero
Citizen Kane
, il pubblico italiano si deve accontentare di un’edizione rimaneggiata e penalizzata da un adattamento ridicolo.
(luca mosso)

Sonny

Appena uscito dall’esercito e in cerca di lavoro, Sonny (Franco) non ha molta voglia di tornare agli affari di famiglia di mamma Blethyn: lo sviluppo di un nuovo bordello a New Orleans. Ma anche se gli piace la nuova “impiegata” Suvari, il suo talento naturale di stallone è troppo forte per essere ignorato… soprattutto quando così tante porte gli vengono chiuse in faccia. Sovreccitato ma avvincente racconto gotico del sud che offre a Stanton il suo ruolo migliore da anni, un misterioso e malinconico amico indolente, e alla Vaccaro una variante del suo ruolo in Un uomo da marciapiede. Cage appare semi-mascherato in una delle ultime scene al bar. Il film è il primo lungometraggio diretto dall’attore.

London River

Dopo gli attentati terroristici del marzo 2005 a Londra, i rispettivi genitori di due ragazzi che risiedono nella capitale inglese, cercano disperatamente di mettersi in contatto con i loro figli, ma non hanno successo. Decidono così di partire ed una volta arrivati a Londra, questi due sconosciuti, scoprono che i loro figli, un ragazzo ed una ragazza, si amavano e vivevano insieme, ma di loro adesso non c’é traccia…

Orgoglio e pregiudizio

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Adattamento dell’omonimo romanzo di Jane Austen. Fine Settecento, a Longburn, un angolo della campagna inglese, vive la famiglia Bennet. La principale occupazione della signora è cercare mariti adeguatamente ricchi e rispettabili per le cinque figlie. Più saggio e disincantato è il signor Bennet, che vive con placida ironia le ansie arriviste della moglie. L’arrivo nelle vicinanze di un uomo nobile e ricco, Bingley, accende le speranze della signora: la figlia Jane se ne innamora, ricambiata. Assieme a Bingley fa la sua comparsa il signor Darcy, un uomo profondo e altero dal carattere difficile. Elizabeth, secondogenita dei Bennet, ragazza intelligente e vitale, dà vita con lui a scaramucce intellettuali segnate dall’antipatia, visto il carattere chiuso e orgoglioso dell’uomo, sempre più coinvolto dalla sua fiera antagonista. Tra fraintendimenti e attese, il solco sembra approfondirsi, finché Elizabeth comincerà a scorgere le qualità dissimulate di Darcy.
L’Inghilterra di fine Settecento con i suoi paesaggi verdi, i balli, le carrozze e i corpetti. La versione filologicamente corretta della società pre-vittoriana si srotola per due ore in sedici noni, senza annoiare né incantare. Filologia rispettata anche nei confronti del romanzo di Jane Austen, cui il regista, complice la sceneggiatrice Deborah Moggach, rivolge una riverenza degna del più settecentesco degli inchini. Visivamente il film rimane decisamente classico, non si concede particolari virtuosismi (tranne, per esempio, il piano-sequenza che ci introduce in casa Bennet). L’omaggio al gusto del romanzo comincia dunque dalle inquadrature, senza dubbio funzionali ma spesso di maniera. In più di un caso, anzi, la regia scivola nella retorica zuccherosa o epica. E quando, in un sottofinale criminale, Darcy ed Elizabeth si ritrovano nel prato, mancano solo gli uccellini festanti. Da censura.
Ma l’impostazione classica funziona altrove. Dialoghi e relazioni fra i personaggi sono spesso costruiti con gusto. La mano della sceneggiatrice è sensibile, riesce a riproporre le sofisticate scaramucce retoriche di quell’epoca senza scadere nella noia o nella piattezza, valorizzando anzi la tensione drammatica di alcune scene del romanzo, basandovi fedelmente i dialoghi. In più rinsalda la tenuta di un film rischioso come questo distribuendo lungo le due ore diversi momenti comici. Lo strumento preferito è la signora Bennet: già un figura umoristica nel romanzo, qui diviene una sorta di caricatura. Con stile e senso del ritmo questi intermezzi salvano il film dal rischio di retorica e sentimentalismo eccessivi.
Keira Knightley incarna bene Elizabeth (tanto da meritare una candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista), così come Matthew Mc Fayden, appena troppo tenebroso, dà voce e portamento alle inquietudini e alla magnanimità di Mr Darcy. Il loro rapporto incerto, contraddittorio e intenso, si anima riuscendo coinvolgere senza scadere (troppo) spesso nella retorica. Ma il piccolo capolavoro recitativo del film lo realizzano i comprimari: in particolare il signore e la signora Bennet (Donald Sutherland e Brenda Blethyn) sono vivaci nelle loro schermaglie, quanto Judi Dench mette in risalto l’austerità di Lady de Bourg. Se la rete di dialoghi, sguardi e sospensioni fra i personaggi prende corpo, grande merito va ascritto a loro.
Trasporre un romanzo così distante nel tempo e nei toni era un’operazione difficile. La troupe è stata aiutata dall’attrattiva senza tempo delle più dense relazioni uomo – donna e di quelle fra classi. Ma il film coinvolge e a tratti brilla grazie alla sensibilità di chi vi ha lavorato. Resta fastidioso il gusto eccessivamente pittorico di Wright, che in alcune scene perde la misura e inclina pericolosamente verso l’avvelenato polpettone sentimentale di stile hollywoodiano. Ma basta chiudere gli occhi in un paio di scene e rimangono due ore che, senza fare la gloria del cinema – e probabilmente nemmeno quella di Jane Austen – avvinceranno parecchi spettatori. L’italiano Dario Marianelli, autore delle musiche, è candidato all’Oscar per la miglior colonna sonora. (stefano plateo)