Le ali della libertà

L’onesto bancario Robbins viene accusato ingiustamente di un duplice omicidio e condannato alla prigione a vita alla fine degli anni Quaranta. Il compagno ergastolano Freeman e i suoi amici impareranno ad ammirare il codice morale di Robbins e la sua capacità nel fare le cose, nonostante un odioso direttore del carcere e un brutale secondino. Un film molto apprezzato, ben fatto ma terribilmente lungo e (come molti scritti non horror di Stephen King) vacuo e prevedibile. L’esordiente regista Darabont ha adattato il racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank di King. Ben sette nomination agli Oscar.

Nome in codice: Broken Arrow

Un action movie straordinariamente stupido su un pilota della Air Force, addetto alla sicurezza nazionale, e dotato di un equipaggiamento super tecnologico, che decide di far precipitare un aereo americano in mezzo allo Utah, custodendone l’armamento nucleare per il riscatto. Ma non ha tenuto conto del giovane co-pilota (Slater) e di un ranger (Mathis) che si è unito a quello nel tentativo di ostacolarlo. Carico degli effetti speciali che ci si aspetterebbe in un film d’azione di Woo, ma il cattivo sopra le righe di Travolta è monotono, e la continuità dell’azione, oltre che la sua credibilità, inesistente. Doveva proprio essere così insulso?

Demolition Man

L’ex poliziotto Stallone viene scongelato dopo 36 anni di ibernazione passati in carcere per un omicidio preterintenzionale, dopo che anche l’ossigenato Snipes (il suo nemico di sempre) è sfuggito all’ibernazione impostagli dal governo; la cosa divertente è che la “San Angeles” del 2032 è una società pacifista che rifiuta violenza e blasfemie (e nella quale gli unici ristoranti esistenti sono i Taco Bell). Sincopato e sorprendentemente divertente, la mattanza è appena più sofisticata di quanto visto con Sly in Tango.

Gli occhi del delitto

John Berlin fa il poliziotto, ed è sulle tracce di un serial killer con un’ossessione per le donne cieche. Helena è l’ottava di queste, ma ancora non lo sa. Per ora è una testimone, evidentemente non oculare: ha udito la voce dell’assassino. Berlin bracca il maniaco, ma si ritrova incastrato con un’accusa di omicidio e un ambiguo agente dell’Fbi alle costole.
Gli occhi del delitto
può essere subito neutralizzato: è sufficiente leggervi il disegno di un ennesimo thriller a protagonista assassino seriale, e riconoscervi l’ordito di
Il silenzio degli innocenti
, precedente di un solo anno. Eppure questo film di cassetta presenta un vero parterre de roi: Andy Garcia, Lance Henriksen, un vezzoso John Malkovich e uno dei migliori ruoli della straordinaria Uma Thurman. Su questo gruppo di interpreti si drappeggia un tessuto scuro intorno al tema della cecità: buio che avvolge le vittime e il poliziotto, che non vede il proprio omicida, ma soprattutto lo spettatore, dubbioso sull’identità del maniaco e l’innocenza del protagonista. Tortuoso nella costruzione del proprio caso, Gli occhi del delitto brilla per una messa in scena semplice e a tratti folgorante: il collegio per ciechi rimane un set di grande suggestione, una buia bolgia spiraliforme per personaggi e pubblico.
(francesco pitassio)