Fate la rivoluzione senza di noi

Eccentrica commedia su due coppie di gemelli che prima vengono scambiati e poi si incontrano alla vigilia della Rivoluzione francese. Ignorato nel 1970, adesso ha un meritato seguito di cultori; il cast — soprattutto Wilder — è spassoso.

Quills-La penna dello scandalo

Il marchese Donatien Alphonse François de Sade è segregato nel manicomio di Charenton, istituto diretto dall’illuminato abate Coulmier. Grazie alla complicità della procace Madeleine, cui Coulmier ha insegnato a leggere e scrivere, il Divin Marchese trasmette al suo editore le proprie opere. Ma la pubblicazione di «Justine» suscita persino l’ira di Napoleone, che – su suggerimento dei suoi consiglieri – decide di inviare a Charenton il dottor Royer -Collard, noto per i metodi brutali adottati nei confronti dei pazienti, per mettere a tacere Sade. Sgombrando il campo dagli equivoci, il film di Kaufman – un ottimo regista cui si devono, tra gli altri, il primo remake de
L’invasione degli ultracorpi
e
Uomini veri
– risulta un buon lavoro (anche se a tratti tende a «formaneggiare» un po’…). Il Sade di Doug Wright – l’autore della pièce da cui è tratto il film – è essenzialmente il prototipo dell’artista maledetto: individualista, inevitabilmente geniale, in anticipo sui tempi e compulsivamente spinto a «creare» dalla propria incontrollabile natura. Wright (lo confessa egli stesso nelle accurate note del pressbook) è ossessionato dal desiderio di dare un volto a Sade. Kaufman lo segue su questa strada e mette in scena un sontuoso melodramma barocco. Fatalmente, però, la complessa dimensione dell’opera sadiana viene ridotta alla sua presunta oscenità; si mettono a tacere tutte le implicazioni linguistiche e teoriche ruotanti intorno alla sua scrittura – l’aspetto più inquietante dello sterminato corpus del Marchese – per privilegiare essenzialmente l’impatto di Sade sul costume (dei suoi contemporanei e nostro), dimenticando di fatto la sua preveggenza politica: basti pensare al pamphlet «Francesi, ancora uno sforzo». Dunque, se l’impianto teorico risulta discutibile e prevedibile, resta il versante strettamente formale, che invece conquista nonostante la presenza del sopravvalutato Geoffrey Rush. Kaufman sfoggia un occhio non banale e si inventa sequenze dal notevole impatto visionario (l’incipit, la trasmissione orale dell’opera di Sade, la follia necrofila di Coulmier). Insomma un film altalenante, che sfoggia un ottimo Joaquin Phoenix e induce a perdonare a Kaufman il precedente e pessimo Sol Levante.
(giona a. nazzaro)

A me il visone

Per combattere la noia e reperire fondi da devolvere in beneficenza, una simpatica vecchietta organizza una serie di furti di pellicce assieme a un ex maggiore dell’esercito e a due mature signore. La cameriera della donna, all’oscuro della cosa, complica la situazione andandosi a fidanzare con un agente di polizia. Nel più tipico stile delle commedie inglesi, un film delizioso, ricco di umorismo raffinato, al quale l’intero cast, formato perlopiù da caratteristi poco noti ma bravissimi, dà un notevole contributo. (andrea tagliacozzo)

Leone l’ultimo

La stralunata vicenda del riservato Mastroianni, ultimo di una dinastia di principi, che gradualmente esce dal guscio della propria decadente magione londinese per entrare in contatto con le persone che vivono nel suo quartiere, un ghetto di colore. Enigmatico ma poco soddisfacente, illuminato da qualche tocco. Boorman affronterà tematiche analoghe vent’anni dopo, in Dalla parte del cuore.

Maurice

Produzione della Merchant-Ivory tipicamente elaborata da un’opera letteraria (di E. M. Forster) sulla formazione di un giovane inglese negli anni Dieci, che si trova a confrontarsi con la propria omosessualità. Realizzato con cura ed estremamente ben recitato… ma troppo lungo. Helena Bonham Carter appare in un cammeo. Una nomination agli Oscar per i costumi.