American Psycho

Patrick Bateman è un vicepresidente, ma più che sugli affari è concentrato ossessivamente sul corpo. Il proprio lo cura con una maniacalità degna di una sfiorita diva di Hollywood, mentre quelli degli altri, o meglio delle altre, li tortura, li sbrana e li mangia. Tratto dal libro di Bret Easton Ellis, è stato uno dei film più attesi degli ultimi anni (annunciato più volte, doveva essere diretto da Oliver Stone e interpretato da DiCaprio) ma ora, finalmente nelle sale, fa l’effetto di un reperto. Mary Harron, autrice del non memorabile
Ho sparato a Andy Warhol
, coadiuvata dalla sceneggiatrice di
Go Fish
Guinevere Turner, cerca una chiave originale per raccontare la trucida vicenda dello yuppy assassino. Rinuncia agli effettacci che il libro avrebbe autorizzato e inserisce qualche suggestione femminista, ma non basta per aggiornare la vicenda: vabbè che Bush jr. minaccia di rinverdire i fasti del babbo e del presidente attore, ma gli anni Ottanta ormai sono storia e la metafora del reaganismo cannibale appare un poco consunta. Il risultato è un film che non sa da che parte parare, sospeso in una via di mezzo che non riesce mai a diventare ambiguità. Rimane il protagonista, interpretato con efficacia da Christian Bale, effettivamente terribile nella sua gelida sostanza di macchina da stupro: sarebbe stato un ottimo punto di partenza, ma rimane l’unico atout del film.
(luca mosso)