Il Grinch

È da anni uno dei migliori cineasti americani, ma dato che passa di genere in genere con estrema disinvoltura e non si dà arie «d’autore», dalle sue (e dalle nostre parti) stentano a prenderlo sul serio. Stiamo parlando di Ron Howard, autore di piccole gemme come Parenti amici e tanti guai , Fuoco assassino, Apollo 13, Ransom, EdTv … solo per citarne alcuni. Questa sua ultima fatica, tratta da un classico della letteratura per ragazzi (di Theodore Seuss Geisel, meglio noto come «Dr. Seuss»), ne conferma le doti di raffinato esecutore e affidabile «professionista», nella tradizione dei grandi artigiani di Hollywood. Non solo: pone anche il suo talento sotto una nuova luce. Curiosamente, Il Grinch – parabola (in forma di favola) di un essere quasi mostruoso, emarginato, esiliato dal resto della comunità, irrimediabilmente «diverso», che si ribella nei confronti dei cosiddetti «normali» diventando un irriducibile avversario dello spirito natalizio – avrebbe tutte le carte in regola per essere un’opera di Tim Burton, una sorta d’incrocio tra Pee-Wee’s Big Adventure, Batman: il ritorno e Nightmare Before Christmas . Pur senza possedere la malinconia dark che caratterizza i film di Burton, Howard non fa comunque rimpiangere l’illustre collega, e dimostra di saper padroneggiare al meglio sia i materiali narrativi paraburtoniani che il complesso armamentario visivo a disposizione (le splendide scenografie di Michael Corenblith, esaltate dalla colorata fotografia di Don Peterman) realizzando un’autentica delizia per gli occhi, malgrado qualche occasionale caduta di tono (leggi «sdolcinatura») del resto perdonabile in un prodotto tipicamente natalizio.

Ma non si tratta di un Tim Burton di secondo grado, tutt’altro. Anche perché il genere Howard lo aveva già affrontato con piglio notevole nel lontano 1988 con Willow , dosando in egual misura umorismo e fantasia. Il Grinch , ovviamente, è anche un film «di» (e non solo «con») Jim Carrey: l’attore, assolutamente straordinario, domina la scena dall’inizio alla fine, gigioneggiando dietro a una pesante maschera di gomma (creata dallo specialista Rick Baker). E di tanto in tanto – nonostante il target del film sia praticamente puberale – non resiste alla tentazione e rispolvera il suo perfido e irresistibile umorismo: come quando si appone il vischio sul didietro per farselo baciare dall’odioso sindaco della città! (andrea tagliacozzo)

Rachel sta per sposarsi

Quando Kym (Anne Hathaway) torna a casa della famiglia per il matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie Dewitt), porta con sé una lunga storia di crisi personali, conflitti familiari e tragedie. La grande quantità di amici presenti al matrimonio della coppia si è riunita per un felice weekend di feste, musica ed amore, ma Kym, con le sue taglienti frasi secche e un’inclinazione naturale a provocare dei drammi, rappresenta un catalizzatore per le tensioni a lungo sopite nelle dinamiche familiari. Pieno di personaggi ricchi ed eclettici che rimangono un marchio di fabbrica dei film di Jonathan Demme, Rachel Getting Married dipinge un ritratto di famiglia toccante, sensibile e talvolta esilarante. Il regista, la sceneggiatrice esordiente Jenny Lumet e un cast stellare esprimo il dramma di queste persone complesse ma affascinanti con un grande affetto e generosità di spirito.

Il testimone più pazzo del mondo

Un agente dell’FBI riceve l’incarico di proteggere un gangster italoamericano, testimone chiave di un processo, che ha cambiato nome e si è trasferito in un’altra città. Il criminale, avendo un carattere estroso e imprevedibile, finisce per stravolgere la vita del povero poliziotto. Una divertente commediola diretta con mano sicura dall’esperto Herbert Ross. Incontenibile, come al solito, Steve Martin. La sceneggiatura del film porta la forma di Nora Ephron, già autrice del copione di
Harry, ti presento Sally
e, tre anni più tardi, regista del fortunato
Insonnia d’amore
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(andrea tagliacozzo)