Volesse il cielo!

Durante un inseguimento per le vie di Napoli, l’auto di un ispettore di polizia sbatte violentemente contro un cassonetto dell’immondizia. Dai rifiuti fa capolino un uomo sulla quarantina che sembra aver perso la memoria per il forte colpo ricevuto. Al commissariato nessuno riesce a risalire alla sua identità e parenti e amici non si fanno vivi: all’ispettore non resta che ospitare l’uomo, la cui ingenuità spinge lui e la moglie a trattarlo come un figlio. Lo «smemorato» non sembra riprendersi e nella sua vita entra Chiara, la più bella e corteggiata fra le colleghe dell’ispettore. Tutto sembra andare per il meglio, finché una serie di circostanze non svelano la vera identità dell’uomo.

Giunto al suo quarto lavoro da regista, Vincenzo Salemme rinuncia ai tratti che maggiormente avevano caratterizzato i suoi precedenti film (la spiccata napoletanità dei protagonisti, la femme fatale, l’amicizia tra uomini) e propone al pubblico una commedia di sentimenti che punta più sulla sceneggiatura (opera dello stesso Salemme) che non su battute capaci di strappare una risata. All’abbandono del registro comico corrisponde la rinuncia a riversare sullo spettatore torrenti di parole: il protagonista del film è uno stralunato e silenzioso osservatore della realtà che lo circonda, nella quale tenta continuamente di scorgere dei punti di riferimento che lo aiutino a ritrovare l’identità perduta. Anche la protagonista femminile, che nei film del regista e attore napoletano ha sempre avuto un ruolo tutt’altro che secondario, è diversa dal solito: rispetto alle varie Herzigova, Ferilli e Arcuri, accanto a cui Salemme ha recitato nei suoi precedenti lavori, Tosca D’Aquino è una bellezza più rassicurante e materna e interpreta con dolcezza un ruolo da donna «normale».

A rovinare parzialmente un film tutto sommato gradevole interviene purtroppo un finale surreale, frettoloso e un po’ tirato per i capelli. Difficilmente
Volesse il cielo!
permetterà a Salemme di conquistare nuovi fan, ma se non altro dimostra che questo regista è in grado di uscire da Napoli, dalla sua lingua e dai suoi cliché per tentare di percorrere strade nuove. La breve apparizione di Ciro Ferrara, Fabio Cannavaro e Vincenzo Montella nei panni di tre senza tetto abilissimi con il pallone manderà in brodo di giuggiole i cinefili-calciofili.
(maurizio zoja)

Ho visto le stelle!

Napoli. Antonio, orfano di entrambi i genitori, è cresciuto con i nonni che lo hanno riempito di attenzioni. Soprattutto con il nonno, originario di Milano, il ragazzo ha instaurato un rapporto particolare, diventando il suo migliore amico e imparando a sfruttare il grande potere della fantasia. Una volta cresciuto, Antonio decide di partire per Milano con la speranza di diventare famoso. Lo accompagna l’amico di sempre, Eugenio. Antonio ha risposto ad un annuncio su Internet tramite il quale si cercano concorrenti per un reality show internazionale. Il concorso è una truffa ma Antonio non se ne accorge, rendendosi addirittura disponibile a fingersi gay per potervi partecipare e credendo che tutte le persone che incontra siano comparse pagate dalla produzione. Incapace di distinguere la realtà dalla fantasia, affronta la vita come se fosse una soap opera. Ma l’amore, quello autentico, è dietro l’angolo…

Ho visto le stelle!
potrebbe essere un
Truman Show
tarocco, comperato in un mercatino napoletani. Come la pellicola americana, anche il film di Salemme mette alla berlina i reality show televisivi. Ma il reality show non esiste. È solo una truffa in cui cade il protagonista. Niente telecamere nascoste e niente Grande Fratello che manovra i fili del destino di un uomo. Tutto si regge sull’apparenza, sulla fantasia, vero filo conduttore della storia. Intorno tanta comicità nel solco della tradizione della commedia partenopea. Salemme è il capocomico. Al suo fianco la spalla di sempre, Maurizio Casagrande. I due citano a piene mani
Totò, Peppino e la…malafemmina,
sembrano due emigrati del dopoguerra che strabuzzano gli occhi davanti alla grande metropoli, fonte di gag sul nome delle vie e sulle ragazze disinibite di città. E la memorabile scena in cui Totò e Peppino devono scrivere una lettera viene ricreata con l’ausilio di un pc portatile. È un film in cui si ride, diretto in modo onesto, in cui compare un volto noto della comicità milanese degli anni Sessanta-Settanta: Gian Fabio Bosco, in arte Gian, in una gustosa interpretazione del nonno milanese. La parte della bellona stavolta è affidata ad Alena Seredova, che durante tutto il film pronuncia circa una ventina di parole. Ma in fondo le belle ballerine della rivista non servivano solamente per stimolare il protagonista dello spettacolo?
Ho visto le stelle!
è un grande spettacolo che ruota tutto intorno alla figura istrionica del protagonista. Salemme
è
il film: recita in dialetto, fa la macchietta dell’omosessuale, e addirittura canta una canzone accompagnandosi al piano, una vera serenata napoletana.
(francesco marchetti)