Miss Detective

L’agente dell’Fbi Gracie Hart è costretta a infiltrarsi tra le partecipanti del concorso di Miss Stati Uniti per sventare l’attentato minacciato da un misterioso criminale che si fa chiamare «Citizen». Sfortunatamente, però, Gracie è quanto di più lontano ci sia da una Miss: sgraziata, mascolina e dotata di un pessimo carattere. Per preparare la ragazza all’evento l’Fbi decide quindi di assoldare il raffinato Victor Melling, consulente di bellezza. L’impresa sembrerebbe quasi disperata, ma alla fine Gracie riesce addirittura ad arrivare tra le finaliste. Avrebbe dovuto intitolarsi
Miss Predictability
(«Miss Prevedibilità») e non
Miss Congeniality
(«Miss Amabilità») questa asfittica commedia di Donald Petrie, scontata dall’inizio alla fine, priva di un guizzo realmente originale che la distingua da mille altre – altrettanto mediocri – che la cinematografia Usa sforna ogni anno. Ci sarebbe la Bullock che dovrebbe fare la differenza (il film se l’è perfino prodotto), ma non bastano la sua innata simpatia e le sue mossettine a risollevare le sorti di una pellicola nata praticamente morta (non al botteghino, per sua fortuna…). Così come non è sufficiente il buon Michael Caine, ridotto – suo malgrado – a fare la parodia di se stesso. Quanto al regista Donald Petrie, innocuamente mediocre per gran parte della vicenda, nel finale scivola indegnamente nel ridicolo, dimostrandosi incapace di girare in maniera decente l’unica scena di suspense del film. A peggiorare le cose ci si mette anche la durata, interminabile: 1 ora e 49 minuti! Dov’è finita la sintesi delle commedie hollywoodiane di una volta?
(andrea tagliacozzo)

Catwoman

La dolce Patience Philips
(Halle Berry)
è
impiegata nel reparto grafico di un’importante casa produttrice di cosmetici
che sta per lanciare sul mercato una nuova crema di bellezza che
promette l’eterna giovinezza. La giovane scopre per caso che in realtà il
cosmetico deturpa orrendamente il viso delle donne e per questo viene
fatta fuori senza tanti complimenti da due scherani al soldo del
presidente della multinazionale, l’odioso George Hedare
(Lambert
Wilson),

e della sua compagna Laurel
(Sharon
Stone).

Quest’ultima, passata la boa dei quarant’anni, si vede costretta –
con malcelata invidia – a passare lo scettro di
testimonial
della casa di cosmetici a una più giovane modella, che fatalmente si
appresta a sostituirla anche nelle grazie del potente
businessman.
La povera Patience passa a miglior vita. Un misterioso felino,
messaggero celeste delle antiche divinità egizie, le infonde però magici
poteri che la riportano in vita, donandole i sensi e la prodigiosa
destrezza dei gatti. Forte dei suoi nuovi poteri ma combattuta nel ricordo
della sua precedente identità, la ragazza si mette sulle tracce dei suoi
assassini. Finisce però per entrare in competizione con il fascinoso
detective
che le fa la corte, Tom Lone
(Benjamin
Bratt),

incaricato di indagare su alcuni strani casi che hanno al
centro proprio la fantomatica donna-gatto. Prima dello scontato lieto fine,
la sinuosa eroina dovrà incrociare gli artigli con la perfida Laurel, che l’utilizzo della crema di bellezza ha reso (quasi) invincibile.

Miaooo. Che fusa fa la miciosa Halle Berry (leggi il suo

profilo
e guarda la gallery). Più di dodici
milioni di dollari valevano ben la pena di qualche lungo pomeriggio
trascorso a osservare il felino di casa nelle sue scorribande tra la credenza e
l’acquario dei pesciolini. La gioia per gli occhi – per altro molto
contenuta da inquadrature castigate per non dire caste – è completata
dalla sulfurea prestazione di Mrs Stone, specialista nel ruolo della bella
ma «fetente» (nel senso partenopeo del termine).

L’ennesima riscoperta dell’ennesimo supereroe dei fumetti si
esaurisce qui. Il personaggio della donna-gatto, partorito negli anni Quaranta
dalle matite dei creatori di
Batman
e da allora protagonista
di numerose apparizioni, tra le più recenti quella di Michelle
Pfeiffer nel 1993 nel
Ritorno di Batman
di Tim Burton, meritava
qualcosa di più. Il regista Pitof (al secolo Jean-Christophe Comar),
francese, un solo film all’attivo come regista, il bruttino
Vidoq,
ma solidissimi trascorsi di mago degli effetti speciali
(Giovanna
d’Arco

di Besson e
Asterix e Obelix contro Cesare)
confeziona un film per famiglie che regala rassicuranti sbadigli ed effetti che
ci sono parsi, tutto sommato, non così speciali. L’interesse per
questo

Catwoman
si esaurisce nel dualismo Berry/Stone, frenato però dal
bersaglio (grosso) al quale il film punta. Peccato, sarebbe stato gradevole
– lo diciamo beninteso senza alcun intento sciovinistico – sondare più
profondamente la carica erotica della trentottenne attrice
afroamericana, del resto già ampiamente messa in mostra nel film che le valse
l’Oscar nel 2002,
Monster’s Ball,
e nel ruolo di
Bond
Girl

al fianco di Pierce Brosnan in
Die Another Day.
Ancora più
intrigante sarebbe stata la sfida, al cospetto di quella Sharon Stone
che si conquistò la palma dell’erotismo con
Basic Instinct
e
che ora, suonato il quarantaseiesimo campanellino, risolti i problemi di
salute, affidato lo spirito a Buddha e con un figlio adorato al
seguito, si appresta a produrre il seguito del sexy thriller. Sarebbe stato,
avrebbe potuto essere…Vabbè, vado giù a portare il cane.

(enzo fragassi)

Demolition Man

L’ex poliziotto Stallone viene scongelato dopo 36 anni di ibernazione passati in carcere per un omicidio preterintenzionale, dopo che anche l’ossigenato Snipes (il suo nemico di sempre) è sfuggito all’ibernazione impostagli dal governo; la cosa divertente è che la “San Angeles” del 2032 è una società pacifista che rifiuta violenza e blasfemie (e nella quale gli unici ristoranti esistenti sono i Taco Bell). Sincopato e sorprendentemente divertente, la mattanza è appena più sofisticata di quanto visto con Sly in Tango.

Pianeta rosso

Per far fronte al sovrappopolamento della Terra, viene varata una missione spaziale su Marte per saggiare le condizioni di vivibilità del pianeta. Ma i problemi iniziano già durante la fase dell’atterraggio.
Pianeta rosso
affida massime alberoniane ai suoi interpreti, accumula déjà vu e citazioni, si dilunga in spiegazioni parascientifiche e ottiene un unico risultato: la noia. Terence Stamp, che è uno serio, pensa bene di morire subito per togliersi dall’imbarazzo, perché altrimenti avrebbe dovuto vedersela con AMEE, versione
Terminator
dell’innocuo robotino di Corto circuito. La sceneggiatura (cui ha messo mano anche il letale Chuck Pfarrer) non trova niente di meglio che accumulare problemi tecnici per far aumentare (?) la tensione. Esempio: «Oddio! Ci serve una batteria!», «Eccola!»; «Oddio! Ci serve una presa!», e così via. Nemmeno la fotografia del cronenberghiano Suschitzky riesce a destare il minimo interesse, ed è quanto dire. E pensare che il De Palma di
Mission to Mars
, straordinario saggio filosofico sul cinema alla fine del cinema, ha dovuto subire tali stroncature!
(giona a. nazzaro)

The Woodsman

Dopo dodici anni di prigione, Walter esce in libertà vigilata e si trasferisce in una grigia anonima cittadina di provincia. Trova lavoro in un deposito di legnami, dal figlio del suo precedente padrone; è un grande lavoratore e un abile artigiano e cerca di reinserirsi e di nascondere il motivo per cui ha scontato una così lunga pena. Purtroppo il crimine è uno dei più odiosi, si tratta di pedofilia, anche se attuata senza atti di estrema violenza, come talvolta accade. È come se, in quelle bambine avvicinate, Walter ricercasse sensazioni e turbamenti provati, quando era piccolo, con la sorellina minore; quella sorella che, ora sposata e madre, rifiuta di parlargli e fargli conoscere la nipote. Nella solitudine e nel disprezzo che lo circonda – ogni tanto viene visitato da un poliziotto sospettoso che lo insulta e lo fa sentire colpevole senza riscatto – unica luce è l’amore di una compagna di lavoro. Vickie è un tipo particolare, libera e indipendente, lo ama anche quando viene a sapere del suo segreto, certa che in Walter c’è qualcosa di buono che lo libererà dalle ossessioni. Anzi, raccontando di come da bambina, unica femmina con tre fratelli, ognuno di loro di lei avesse approfittato di lei, gli fa capire di come la sua «colpa» si annidi anche in complessi familiari apparentemente «normali». «Li odierai, allora» le chiede Walter. «Niente affatto, ora sono tre buoni padri di famiglia e li amo teneramente».

Accanto a questa parte di reinserimento psichico, che avviene sia tramite l’amore che tramite lo psicologo-psicanalista che l’ex-detenuto è obbligato a frequentare, il regista ne inserisce un’altra, più legata a moduli di storia a suspense. Perché Walter, che ha trovato un appartamento di fronte a una scuola elementare, sbirciando dalla finestra fors’anche per attrazione poco innocente, si accorge di un pedofilo che gira intorno ai piccolini offrendo caramelle e cercando di farli salire in macchina. Qui mi fermo, senza togliere al lettore che vorrà andare a vedersi il film il gusto di seguire l’evolversi della vicenda.

Ricavato da una pièce teatrale di Steven Fetcher, che insieme al regista, Nicole Kassel collabora alla sceneggiatura, il film ne conserva gli aspetti per la predominanza dei dialoghi, la drammatizzazione dialettica e l’uso della confessione liberatoria, anche se non manca una straordinaria ed efficace resa di esterni, come le scene sul posto di lavoro e quella, carica di tensione e di angoscia, con la bambina nel parco, fulcro nodale della storia.

Strilli pubblicitari accomunano questo film a
Mystic River
di Clint Eastwood, di cui però non possiede la varietà e la complessità drammatica, il cupo profondo pessimismo. Rischia anzi di sciupare la minuta e sottile analisi, evidenziata dalla straordinaria interpretazione di Bacon, offrendo un lieto fine troppo accomodante, troppo consolatorio e, infine, poco convincente. Tra i pregi del film, comunque insolito e coraggioso, una novità
politically uncorrect:
finalmente due neri, la segretaria della falegnameria e il poliziotto-custode, odiosissimi.
(piero gelli)