Senza indizio

Il primo ministro inglese, per sventare l’ennesimo complotto criminale del professor Moriarty, si rivolge al celebre investigatore di Baker Street. Ma Holmes è solo un’invenzione del dottor Watson, che corre ai ripari ingaggiando un attore ubriacone per impersonarne la parte. Divertente demitizzazione del personaggio di Sherlock Holmes, con una gigionesca interpretazione di Michael Caine, ben spalleggiato da un altrettanto convincente Ben Kingsley. (andrea tagliacozzo)

Da che pianeta vieni?

È un oggetto curioso questo film di Mike Nichols, sicuramente penalizzato dalla traduzione italiana – che ne attenua alcune peculiarità e i riferimenti alla cultura americana – e da una regia non propriamente scattante. Le premesse, comunque, sono esilaranti: un alieno, proveniente da un lontano pianeta popolato da soli maschi (per giunta privi di organi di riproduzione), è incaricato di scendere sulla Terra per mettere incinta una donna e far nascere un bambino, primo passo dell’imminente colonizzazione dell’intero emisfero. Debitamente addestrato a sedurre le terrestri e provvisto di un pene posticcio (e assai rumoroso!), il nostro eroe scoprirà che il passaggio dalla teoria alla pratica è tutt’altro che semplice, specialmente quando si ha a che fare con esseri del tutto imprevedibili come le donne.

Il soggetto è ovviamente un pretesto per ironizzare sulla battaglia dei sessi e sul rapporto di coppia, con esiti talvolta molto divertenti. Ma i dialoghi e le situazioni, quasi sempre buffi e intelligenti, non sempre sono ben serviti dalla regia di Nichols, priva del ritmo necessario e della verve che riuscirebbe a farle funzionare a dovere. Il regista – che di certo non è un principiante, né un autore che difetta di talento – sembra invece trovarsi più a suo agio con gli elementi sentimentali che emergono nella seconda parte del racconto, la migliore del film. Ed è forse per questo che a mettersi in luce è soprattutto la splendida Annette Bening – nei panni di un personaggio che sembra fare il paio con quello interpretato dall’attrice in
Mars Attacks!
di Tim Burton – piuttosto che il protagonista e co-sceneggiatore Garry Shandling, un divo televisivo negli Usa, da noi un perfetto sconosciuto. Tra gli altri interpreti, divertente John Goodman, dignitoso Greg Kinnear, sprecata Linda Fiorentino.
(andrea tagliacozzo)

La lista di Schindler

Dopo l’invasione nazista in Polonia, l’industriale tedesco spregiudicato Oskar Schindler riesce a impiegare i prigionieri ebrei come manodopera nella sua fabbrica di pentole. La guerra va avanti e dal ghetto di Varsavia gli ebrei vengono deportati nei campi di concentramento. Anche qui Schindler riesce a mantenere i suoi operai e a poco a poco si rende conto della tragedia che si sta compiendo sotto i suoi occhi. La guerra sta per finire, i nazisti capiscono che la stanno perdendo e così parte la tremenda «soluzione finale». Con scaltrezza e altruismo Schindler riuscirà a salvare ben 1100 persone. Sette Oscar per questo kolossal di Spielberg: film, regia, fotografia, musica, montaggio, sceneggiatura non originale e scenografia. Un film mastodontico, con una minuziosa ricostruzione, anche se per scelta Spielberg evita accuratamente di farci vedere l’orrore delle camere gas. Ritmo incalzante e stile perfetto per un film che, come da consuetudine del suo regista, non risparmia qualche scivolone nella retorica. Ma questo sa fare Spielberg e questo amano soprattutto gli americani. Il soggetto è tratto dal romanzo di Thomas Keneally,
Schindler’s Ark
.
(andrea amato)

Tartaruga ti amerò

Il commesso di una biblioteca e un’affermata scrittrice scoprono di avere una comune passione per le testuggini di mare tenute in cattività nell’acquario della città. Poco a poco, nei due si fa strada l’idea di ridare la libertà alle enormi tartarughe. Tratto da un romanzo di Russel Hoban, ben adattato per il grande schermo dal celebre commediografo inglese Harold Pinter. Eccellenti gli interpreti; intelligente e per niente stucchevole l’approccio al tema ecologico. (andrea tagliacozzo)

La casa di sabbia e nebbia

Un ex graduato dell’aeronautica militare iraniana emigra con tutta la sua famiglia negli Stati Uniti. Per mantenere moglie e figli lavora giorno e notte accettando di svolgere i mestieri più umili. Il suo sogno americano prende la forma di una casa acquistata durante un’asta a un prezzo molto vantaggioso. L’immobile è stato sequestrato a una giovane donna a causa di un disguido burocratico e l’ex proprietaria non ha nessuna intenzione di abbandonarlo.

Tratto dall’omonimo bestseller di André Dubus III, l’opera prima di Vadim Perelman è un melodramma in cui convergono diversi temi: il sogno americano, l’immigrazione, la sicurezza sociale, sviluppati attraverso la descrizione del contrasto tra un esule iraniano e una cittadina statunitense, fiero e intraprendente il primo, inerte e disperata la seconda.
La casa di sabbia e nebbia
commuove spingendo all’immedesimazione con i suoi protagonisti, alle prese con uno dei problemi più pressanti del nostro tempo insieme a quello della sicurezza del posto di lavoro. La storia raccontata dal film è un crudele caso di
mors tua vita mea
che oppone due persone tutt’altro che malvagie, impossibilitate a provare pietà per l’avversario a causa dei propri legittimi bisogni. La felicità dell’uno equivale alla disperazione dell’altro (e viceversa) e la sceneggiatura non costringe lo spettatore a schierarsi, costringendolo a «soffrire» fino al tragico finale. È stato lo stesso Dubus a pensare a Ben Kingsley nel costruire il protagonista del suo romanzo e l’attore inglese lo ha ripagato con una prova che gli è valsa la nomination all’Oscar, toccata anche all’iraniana Shohreh Aghdashloo nella categoria riservata alla migliore attrice non protagonista.
(maurizio zoja)

L’ultima legione

L’imperatore Romolo Augusto, un bambino di appena dodici anni, viene deposto dal trono del glorioso Impero Romano d’Occidente e fatto prigioniero dai Goti. Riuscito a scappare dalla fortezza di Capri grazie all’aiuto del comandante Aurelio, si unirà alla nona legione in Britannia per difendere il trono di Roma.

The Wackness – Fà la cosa sbagliata

New York, 1994: una città in cui pulsa il movimento hip hop, una città il cui sindaco Rudy Giuliani, sta utilizzando metodi controversi per affrontare il problema del crimine e dei senza tetto.

Proprio come la loro città, Luke (Josh Peck) e il dottor Squires (Ben Kingsley) devono risolvere i loro problemi. Luke pensa di avere tendenze suicide, si lamenta della sua scarsa popolarità a scuola e del fatto che la sua famiglia sia sull’orlo dello sfratto. Il dottor Squires e sua moglie (Famke Janssen), una dipendente da terapia di recupero, si sopportano a mala pena.

Quando Luke individua la propria salvezza nelle medicine, il dottor Squires lo rimprovera: “Non cercare la soluzione rapida. L’intera città vuole una soluzione rapida.” Nel tentativo di aiutarsi l’un l’altro a trovare la felicità, Luke e il dottor Squires, scoprono di avere uno scopo in comune: fare sesso.

Questa ricerca li porterà da un quartiere all’altro, dove incontreranno vari “soci in affari” di Luke: tra questi una fatina dai capelli rasta (Mary Kate Olson) e una tastierista new wave ex “one-hit wonder” (Jane Adams). Ma le attenzioni di Luke finiranno per cadere sulla figliastra del dottor Squires, Stephanie (Olivia Thirlby), cosa che manderà completamente fuori di testa il già fragile dottore.

Regole d’onore

William Friedkin è destinato a essere un regista controverso. Dopo essere stato il cineasta più odiato dalla critica di sinistra degli anni Settanta (forse solo Clint Eastwood sì è beccato la stessa quantità di insulti: basta ricordare le accuse di propaganda cattolica rovesciate su
L’esorcista
o quelle di fascismo per
Il braccio violento della legge
), Friedkin, con il declinare dei Seventies e con il cinema americano sempre più anemico, è diventato (inevitabilmente) un autore di culto. In questo senso,
Vivere e morire a Los Angeles
ha sancito la canonizzazione cinefila attesa da molti. Ma i seguenti
L’albero del male
e
Jade
sono stati trascurati dai più.
Regole d’onore
giunge nelle nostre sale quando la crisi in Medio Oriente sembra avviata verso un terribile punto di non ritorno. Friedkin, da straordinario moralista cinematografico qual è, licenzia un film terribile, feroce e visionario, che si offre come la più lucida disamina di una metafisica del Male mai osata dal cinema americano.

Ferocemente reazionario (già, Friedkin è un repubblicano…), decisamente antiarabo (accuse di filosionismo si sono levate durante la proiezione per la stampa),
Regole d’onore
giustappone – secondo un’inesorabile logica fulleriana – mondi in collisione. Riuscendo nel miracolo di non trarre conclusioni politiche dai suoi pregiudizi ideologici, Friedkin realizza, grazie al suo folle nichilismo, una pellicola che mette in luce tutto l’orrore e il prezzo pagato per tenere in piedi il cosiddetto «new world order». Talmente schierato da potersi permettere il lusso di far saltare in aria bambini, donne e anziani, il regista fissa il suo sguardo nell’orrore e non lo ritrae. Il marine interpretato da Samuel L. Jackson non è un esaltato: è un marine, l’americano per eccellenza. Le sue azioni sono il risultato di quella medesima ideologia, che impone il saluto alla bandiera e che stabilisce le «regole d’ingaggio».

Provocatoriamente, Friedkin si schiera con il suo marine e paradossalmente rivela il cuore di tenebra di un’America malata di testosterone patriottico. Non riconoscere che
Regole d’onore
è molto più utile di qualsiasi sciocchezza spielberghiana attualmente in circolazione significa non voler accettare il grado di complessità di un film forte e necessario. Friedkin, infatti, compie l’impresa di realizzare un’opera infinitamente complessa, che ci restituisce alla nostra libertà critica con tutto il peso che comporta il muoversi in quello che non è esattamente il migliore dei mondi possibili. Ma per chi ama i compitini preconfezionati come
I cento passi
e
Salvate il soldato Ryan
, con buoni e cattivi distribuiti secondo i canoni vigenti del politically correct, lo scandalo è garantito.
(giona a. nazzaro)

Oliver Twist

Charles Dickens e Roman Polanski: sulla carta l’accoppiata sembrava vincente: il sadismo necrofilo dello scrittore inglese con la necrofilia sadica del regista polacco: roba da far venire l’acquolina in bocca, da leccarsi i baffi.

Invece, per le oltre due ore che dura il film, si passa da un’attesa speranzosa a una strisciante progressiva sbadigliosa noia. Certo, il fanciullo prescelto dal regista come protagonista ha l’espressività di un polpo e meriterebbe di essere picchiato e maltrattato più di quanto già non gli capita. Ma il guaio non sta lì. E intanto ci si chiede:
Mais ou sont les neiges d’antan?
Dove è finito il regista magistrale de
Il coltello nell’acqua
(1962), di
Repulsion
(1965), di
Rosemary’s Baby
(1968), per citarne solo alcuni?

Forse troppi anni sono passati e Polanski è uscito dal giro, forse i quattrini scarseggiano insieme al coraggio; così lui punta su uno spettacolone per famiglie televisive e, magari, il pubblico gli darà ragione. Ma ne dubito: a chi interessano oggi i patemi d’un orfanello legnoso, impostato e antipatico? La soluzione avrebbe potuto correre solo sul filo del «grottesco», su cui entrambi, scrittore e regista, la sanno lunga. E il
grotesque,
si sa, dopo gli sberleffi di Wilde e la sufficienza di Huxley, è la chiave che ha permesso di rileggere e recuperare tutta la grandezza di Dickens; e rimando per questo alle pagine magistrali di Giorgio Manganelli. In ogni caso, di tutti i romanzi dickensiani in cui si narrano le peripezie di orfanelli seviziatissimi,
Oliver Twist
è il più tetro e il più filantropicamente didattico – nell’intenzione di insegnare ai lettori quale sia la scuola di delinquenza dei ragazzi di strada, oppure di quali nequizie e ipocrisie si travesta la classe borghese per sfruttarli – proprio per questo, Polanski, per lo meno il Polanski degli anni Sessanta e Settanta, avrebbe saputo rileggerlo e ritrovare in filigrana attuali consonanze, e non limitarsi a un’illustrazione pedissequa, senz’altro ben decorata, con tanti richiami all’oleografia ottocentesca e alle incisioni delle prime edizioni, figurativamente efficace ma adagiata sulla sicurezza di un prodotto per tutti. Perfino fastidiosamente ipocritamente
politically correct.

Uno dei personaggi più celebri e memorabili del romanzo è l’ebreo Fagin, il sinistro ricettatore con la sua banda di ragazzi. Una figura della potenza e della forza dell’
Ebreo di Malta
di Marlowe, o di Shylock dello shakespeariano
Mercante di Venezia,
o dell’Isacco dell’
Ivanhoe
di Walter Scott. Nel film, superbamente interpretato da Ben Kingsley, non si allude mai alla sua ebraicità, nel timore di accuse di antisemitismo. Inoltre, quello che nuoce a Polanski sono gli inevitabili confronti, perché Oliver Twist, dal dopoguerra a oggi ha avuto almeno tre versioni cinematografiche. http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?xml=leavventurediolivertwist La prima, del 1948, in bianco e nero, è di David Lean (con un grande Guinness nel ruolo di Fagin), ed è la migliore. Poi nel 1968 Carol Reed girò la versione del musical (Fagin era Hugh Griffith); infine, per la regia di Clive Doner, un’altra edizione modestissima nel 1982, comunque più svelta e sapida del film di Polanski.

Che segue la vicenda con aderenza al testo, sacrificando però l’agnizione finale per semplificare, col risultato che tante allusioni al
deja-vu
di molti personaggi rimangono come sospese. Insomma, a parte alcuni momenti iniziali, come le scene dell’ospizio e la caratterizzazione apolide di ben Kingsley, la pellicola (come si diceva ai tempi del fascio), è una muffa da dimenticare volentieri.
(piero gelli)

Lezioni d’amore

Lezioni d’amore narra l’appassionata relazione tra uno stimatoprofessore universitario ed una giovane donna, la cui bellezza è tale da affascinare e scuotere profondamente l’uomo. Tra i due si crea una forte unione capace di trasformarli, più di quanto avrebbero mai potuto immaginare; e la relazione, che in principio era iniziata come una forte attrazione sessuale, lascia il posto ad un’indimenticabile storia d’amore.

Slevin – Patto criminale

Fine anni Settanta. Tutto comincia con un cavallo. O meglio, con una scommessa su di un cavallo. Il giovane Max (Scott Gibson), stanco di lavorare per quattro soldi con una moglie e un figlio da mantenere, riceve da uno zio una soffiata vincente su una corsa ippica: decide così di puntare ventimila dollari, tutti i suoi risparmi, sul settimo cavallo della decima corsa. Purtroppo le sue speranze di soldi facili si schiantano come il cuore del malcapitato cavallo (drogato) che stramazza a terra a pochi metri dall’arrivo. Max torna dal figlio Harry (Oliver Davis) che lo attende in macchina all’esterno dell’ippodromo ma, arrivato al parcheggio, non trova né lui né la macchina: spuntano due uomini che lo avvicinano e gli ricordano il debito che ha appena contratto con loro, visto che Doc (Nicholas Rice), l’allibratore a cui si era rivolto, gli ha girato la sua giocata. I due portano Max in un luogo abbandonato e lo massacrano, assoldando nel frattempo un killer che elimini anche sua moglie: una punizione esemplare per chi non paga tutto e subito. Questa, però, è una storia vecchia di vent’anni. Oggi un giovane (Josh Hartnett) si trova in un appartamento di New York che non è casa sua. Si chiama Slevin e nessuno, tranne il misterioso sicario Goodkat (Bruce Willis), sa che il ragazzo ha un piano ben preciso.
La recensione
Prendi due gangster, una scommessa su un cavallo, un killer spietato, un ragazzo «nel posto sbagliato al momento sbagliatissimo» a New York, farcisci il tutto con una sceneggiatura stile I soli

Maurice

Produzione della Merchant-Ivory tipicamente elaborata da un’opera letteraria (di E. M. Forster) sulla formazione di un giovane inglese negli anni Dieci, che si trova a confrontarsi con la propria omosessualità. Realizzato con cura ed estremamente ben recitato… ma troppo lungo. Helena Bonham Carter appare in un cammeo. Una nomination agli Oscar per i costumi.

Gandhi

Ampia narrazione della vita e dell’era di Mohandas K. Gandhi, dagli esordi come semplice avvocato fino a divenire il leader di una nazione e un simbolo di pace e comprensione per il mondo intero. La narrazione ad arte è perfetta, nella migliore tradizione dell’epopea hollywoodiana, ma la seconda metà del film non è avvincente quanto la prima. Kinsley è indimenticabile nel ruolo principale. Vinse otto Oscar fra cui quello per il miglior film, miglior attore protagonista, per la regia e la sceneggiatura (di John Briley). Fate caso a Daniel Day-Lewis nei panni di uno dei tre giovani che avvicinano Gandhi per strada.