Dogville

In fuga da una banda di gangster che le sta dando la caccia, Grace trova rifugio nella minuscola Dogville, sulle Montagne Rocciose. Accolta non senza titubanze dagli abitanti del villaggio, accetta di lavorare in cambio della loro ospitalità. Ma quando la polizia arriva a Dogville per cercare la donna, la popolazione diventa sempre più esigente, imponendole giornate di lavoro durissime e atroci umiliazioni.

Diviso in nove capitoli e un prologo, una scelta ispirata da
Barry Lindon,
il film preferito di Von Trier,
Dogville
è la prima parte di una trilogia che proseguirà con
Manderlay,
nel quale Grace sarà in Alabama, e un terzo film intitolato
Washington,
due pellicole che difficilmente verranno interpretate dalla Kidman, sia per i numerosi impegni della diva (mai così poco diva come in questo film) che soprattutto per i frequenti scontri che l’hanno opposta al regista danese durante la lavorazione del film.
«Un film – ha detto lo stesso Von Trier – fatto più di domande che di risposte». Un film sul desiderio di vendetta e sul potere, che secondo Von Trier può logorare anche chi ce l’ha, rendendolo più insicuro e più cattivo. Riducendo la scenografia a un palcoscenico teatrale in cui le case sono sostituite dal loro profilo disegnato per terra e gli unici oggetti presenti sono quelli funzionali alla narrazione, l’autore di
Dancer In The Dark
obbliga lo spettatore a concentrarsi sui volti dei protagonisti, osservatore privilegiato di un microcosmo che potrebbe rappresentare qualsiasi sistema sociale, con le sue logiche di potere, i suoi rapporti privilegiati e le sue mutevoli gerarchie. Basta poco a corrompere una società ed è molto difficile, poi, risanarla. Anche perché chi ha subito un torto difficilmente è in grado di perdonare. Questa sembra essere la morale di un film ispirato a Von Trier da
Jenny dei pirati,
una delle canzoni de
L’opera da tre soldi
di Brecht, storia di una serva che assiste senza dolersi alla distruzione della città in cui lavora. La versione italiana della pellicola è stata ridotta a due ore e un quarto rispetto alle quasi tre dell’originale.
(maurizio zoja)

La sera della prima

Myrthe è un’attrice di successo che non riesce ad accettare l’inesorabile vecchiaia e si trova ad interpretare sulla scena un personaggio molto simile a se stessa e alla sua situazione. Quando muore una sua giovane ammiratrice, in cui rivede la propria giovinezza, la crisi si acuisce. John Cassavetes – anche interprete, nel ruolo dell’ex amante della protagonista – è abile nel costruire un parallelismo tra il teatro e la vita reale, anche grazie all’apporto determinante degli attori, tutti straordinari. (andrea tagliacozzo)

Storie di ordinaria follia

Tratto dai racconti dichiaratamente autobiografici di Charles Bukowski. A Los Angeles, il poeta Charles Serking (Ben Gazzara) conduce una vita sregolata. Nel bar che frequenta ogni giorno, lo scrittore incontra Cass (Ornella Muti), una bellissima prostituta, con la quale inizia una tormentata relazione. Rispetto al forte impatto suscitato dalla pagina scritta di Bukowski, il film di Ferreri appare molto blando. Gazzara e la Muti, piuttosto statici e imballati (soprattutto la seconda), non aiutano di certo il compito del regista.
(andrea tagliacozzo)

Don Bosco

Ormai vecchio e stanco, Don Bosco, che ha dedicato l’intera esistenza ai giovani, ricorda le sue provocatorie iniziative, nella Torino dell’800, tese a strappare i ragazzi al bieco sfruttamento dei padroni. L’attività del sacerdote, però, riceve l’aperta ostilità di molti personaggi altolocati. Didascalico e scontato, il film soffre molto dell’impostazione paratelevisiva della regia di Castellani. Cast dignitoso, ma svogliato.
(andrea tagliacozzo)

Il giorno prima

A Francoforte, quindici volontari di varie nazionalità accettano di passare venti giorni all’interno di un attrezzatissimo rifugio antiatomico. Ma qualche giorno dopo l’inizio dell’esperimento, un annuncio televisivo getta il gruppo nel panico: un missile atomico si sta inesorabilmente dirigendo verso Francoforte. Sulla falsariga di
The Day After,
un dramma psicologico a tema più interessante del modello, ancorché mediocre e afflitto da non poche banalità. Il soggetto del film è stato scritto dal giornalista Piero Angela.
(andrea tagliacozzo)

L’assassinio di un allibratore cinese

Sorta di “home movie” strano e autoindulgente (persino per Cassavetes), incentrato sul proprietario di un locale di spogliarelli, sui suoi frequentatori e su quelle che una volta venivano chiamate “B-girls”. I fedelissimi gradiranno, gli altri se ne guardino.

E tutti risero

Originale commedia romantica, più di stile che di sostanza, sulle avventure e gli amori di quattro investigatori privati. Punta i riflettori su alcune belle donne, fa un uso eccellente delle location newyorkesi, ma sta al gusto personale di ognuno il giudizio sul suo livello di successo. Ferrer è il figlio della Hepburn e di Mel Ferrer. La Stratten fu uccisa prima dell’uscita del film.

Nella terra di nessuno

Il cinema italiano, a riprese, torna a occuparsi di carcere speciale, di quel luogo di massima sicurezza allestito, nel periodo dell’emergenza, per segregare i condannati per reati di terrorismo e lotta armata, di mafia e di camorra. Tra i primi a raccontare quel microcosmo di violenza e prevaricazione, di ricatti e vendette quotidiane, di rivolte e pestaggi, Pasquale Squitieri che con
Gli invisibili
(1988), tratto dall’omonimo libro di Nanni Balestrini, rimase prigioniero di una lettura semplicistica, attenta più a logiche di schieramento. Di quella difficile stagione politica e sociale tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, di carcere speciale (quello ormai in disuso dell’isola di Pianosa) si occupa
Nella terra di nessuno
di Gianfranco Giagni, collaboratore di Mauro Bolognini e di Alberto Negrin, regista di programmi e serie televisive, nonché di un insolito cortometraggio
Fait divers
, interpretato da rapinatori, prostitute e avvocati di mafia nel ruolo di se stessi. Il film è tratto dal romanzo thriller
Tre giorni nella vita dell’avvocato Scalzi
, un mix di finzione e fatti reali, uscito una decina d’anni fa per la Casa Usher e scritto da un avvocato penalista, Ninò Filastò, sulla base di esperienze vissute in prima persona. Il regista rispetta il carattere giallo del libro, mettendo da parte qualsiasi riflessione sugli anni di piombo e i suoi protagonisti, un periodo con ferite ancora aperte e forse difficile da affrontare con il distacco necessario e con uno sguardo profondo, quasi storico, a quegli avvenimenti. Giagni si affida invece al racconto drammatico dell’ennesimo mistero italiano, che vede ancora una volta in azione le strutture deviate dello Stato, ricercando, con esiti alterni, atmosfere che richiamano le trame narrate da Leonardo Sciascia. Il film rievocando un passato ancora vivo nella memoria collettiva, sembra piuttosto parlare del presente, mettendo in scena le due facce del nostro Paese, le due Italie così diverse e opposte che a malapena convivono. L’avvocato Scalzi (Ben Gazzarra) con i suoi silenzi, con la sua pazienza infinita, con la sua caparbia volontà di non arrendersi è simbolo di profonda onestà e di dirittura morale. Il direttore del carcere (Gianfelice Imparato) è il suo esatto contrario: l’arroganza, l’ambiguità, la corruzione di rappresentanti delle istituzioni. Ma soprattutto è l’esemplare, il prototipo del rifiuto di uno Stato di diritto, di un penitenziario governato secondo logiche estranee alle leggi democratiche. In mezzo a pagarne le conseguenze, dopo un ciclo di inutili violenze che tornano come incubi nei sonni dei detenuti, i giovani incarcerati per terrorismo, vittime designate di una strategia pianificata, e portata a termine da manovali del crimine. Da una parte i vinti, dall’altra i vincitori, un finale amaro, senza vie di fuga. Ma la partita forse conoscerà i tempi supplementari, per merito ancora una volta dell’instancabile e resistente avvocato Scalzi. Talvolta la cronaca realistica prevale sul dramma psicologico, ma il film scorre senza grossi intoppi narrativi, grazie innanzitutto ai due validi interpreti principali, scelti dal regista Giagni che non a caso aveva pensato originariamente alla maschera intensa e sofferta di Gian Maria Volonté.
(stefano stefanutto rosa)

Mariti

Cassavetes si rifà a Volti, ma l’esito non è al medesimo livello: la storia è incentrata su tre amici di mezza età che partono per l’Europa dopo la morte di uno di loro. Non mancano alcune buone scene, ma il film risente dell’abituale autoindulgenza di Cassavetes. Originariamente distribuito in una versione da 154 minuti. Una nomination ai Golden Globes per la sceneggiatura.