The Messenger

Aspettando il congedo che gli permetterà di dare l’addio definitivo all’arma, l’ufficiale William Montgomery, appena rientrato dall’Iraq, viene assegnato al servizio di notifica alle famiglie dei caduti. Affiancato dal Capitano Tony Stone, sarà testimone delle più disparate reazioni dei parenti delle vittime e rimarrà attratto da Olivia Pitterson, la moglie di uno di loro…

Ore 11:14 – Destino fatale

Una cittadina della sonnolenta provincia americana si prepara a un’altra notte quieta. Tutto fila liscio fino alle 11:14 di sera. Quando scatta l’ora fatale, una serie di incidenti mortali la trasportano in una dimensione di terrore mai conosciuto prima. Un ubriaco investe un passante; una commessa viene ferita durante una rapina; un padre scopre il crimine commesso dalla figlia e cerca di far scomparire il corpo del reato; tre adolescenti in vena di follie notturne investono una loro coetanea che è incinta… Morti apparentemente slegate tra loro. Ma nulla appare come effettivamente è. Tutto invece ha un nesso. Causa ed effetto, come un micidiale congegno ad orologeria programmato per deflagrare alle 11 e 14 della sera.

Puntuale. Il meccanismo messo a punto dal debuttante
Greg Marcks,
con una solida palestra di corti alle spalle e nulla più, scotta puntuale e fa sbocciare questo gioiellino di film pervaso da un solleticante
humor
nero che strappa risate e sensazioni forti in salomonica misura. Il concetto di fondo non è nuovo: sezionare un istante, trasformarlo in un prisma dalle molte facce e ruotarlo divertiti fra le mani fino a trovare la giusta angolatura che fa partire il raggio di luce meravigliosamente scomposta nei toni dell’arcobaleno. La dimensione ludica rafforzata da un’azzeccata colonna sonora e l’ambientazione malata dell’immota provincia
yankee
fanno da corollario a questo
vaudeville
orrorifico dove piano piano la matassa si srotola ed emergono gli eventi nel loro svolgersi effettivo, tradendo così le cause e gli effetti, i carnefici e le vittime, gli angeli e i diavoli.

Un cast di attor giovani si amalgama bene con
Patrick Swayze
(Dirty Dancing, Ghost),
Barbara Hershey
(I diffidenti, Un mondo a parte, La figlia di un soldato non piange mai)
e
Hilary Swank
(The Gift, Insomnia, The Core)
che giocano del resto parti da protagonisti un po’ defilati. Occhio invece alla ventitreenne bambolina perversa
Rachel Leigh Cook.
Scoperta dalla Miramax in
Kiss Me,
passin passetto sta scalando rapidamente la collina del successo.

11:14 – Destino fatale
sarà nei cinema dal 20 agosto. Distribuzione Nexo.

(enzo fragassi)

The Punisher

Frank Castle è un agente speciale dell’ FBI, uno dei migliori nel suo campo. Dopo una carriera costellata di successi è in procinto di ritirarsi, in modo da potersi dedicare interamente a sua moglie Maria e a suo figlio. Ma l’ultima operazione condotta da Frank lo fa finire, per una fatalità, nel mirino del sanguinario boss della mala di Tampa Howard Saint. La vendetta di Saint nei confronti di Castle sarà spietata, ma provocherà a sua volta l’ira di Frank, dando inizio ad una catena di morte che sembra poter terminare solo con il totale annientamento di uno dei due contendenti. Per combattere la sua guerra privata Castle decide dunque di cambiare identità, lasciandosi alle spalle la sua vita e il suo nome precedenti, e così diventare lo spietato
Punitore.

In pochi anni la Marvel, storica casa editrice americana di fumetti supereroistici, ha lanciato sul grande schermo molti dei suoi personaggi: i risultati ottenuti sono stati certamente alterni, ai fasti di
Spider-man
sono seguite pellicole meno convincenti come
X-Men
(anche se il
sequel
era decisamente migliore e fa ben sperare per l’ uscita di
X-Men 3).
Diciamo subito che
The Punisher
fa indubbiamente parte di questa seconda categoria di opere, ma si tratta di un prodotto comunque dignitoso, anche considerando il budget non stratosferico e il fatto che sia stato girato in poco più di un mese.

Si tratta di una storia il cui tema portante è la vendetta, di cui
The Punisher
ha fatto (ricordatevi però che lui la chiama sempre «giustizia») la propria ragione di vita; l’odio verso i malvagi è la fonte unica della sua forza e della sua determinazione. Il personaggio principale non è dunque un supereroe classico, innanzitutto perché non ha un costume sgargiante, ma solo una maglietta nera con il disegno di un teschio; non ha neppure una maschera, la sua identità non è segreta; inoltre, non possiede superpoteri di nessun genere.

In fondo Frank Castle, interpretato da
Tom Jane,
attore certo somigliante all’originale a fumetti ma che non brilla per espressività, altro non è che un buon soldato: è solo la sua rabbia a contraddistinguerlo, a dargli quel «quid» che gli permette di prevalere sui suoi nemici.

La pellicola si avvale anche della partecipazione di un
John Travolta
certamente non ai massimi livelli, ma che comunque riesce a rubare spesso la scena al personaggio principale: interpreta Howard Saint, gangster crudele che si rivela però abbastanza poco brillante (anzi direi un po’ ingenuotto..). Il film in fondo si regge tutto sullo scontro tra queste due personalità, una certamente malvagia, l’ altra disperata, esacerbata dal dolore e dal desiderio di rivalsa.

Ma non temete, gli aspetti psicologici sono appena accennati: si tratta di un baraccone hollywoodiano, chiassoso e divertente, pieno di citazioni di western e polizieschi anni ’70. Consigliato caldamente solo ai fan del personaggio e agli
aficionados
della Marvel, regala comunque un paio d’ ore piacevoli anche allo spettatore occasionale, a patto di accettare un intrattenimento ingenuo e un po’ infantile. Ma questo immagino sia superfluo dirlo…

(michele serra)

Pandorum – L’universo parallelo

In un futuro in cui la vita sulla Terra è diventata impossibile, la nave spaziale Elysium viene inviata nello spazio con 60000 “prescelti” per colonizzare un pianeta simile alla terra, Tanis. Il viaggio interstellare, però, ha degli impervisti e due piloti risvegliatosi dal sonno criogenico dovranno affrontare le loro peggiori paure e portare a termine la propria missione. Solaris incontra Alien, ma anche una scartina come Punto di non ritorno, in un fantahorror con pretese ecologico-apocalittiche e un finale con neo-genesi già bruciato sull schermo mille altre volte. Meglio la prima, lentissima parte, comunque, della resa dei conti finale.

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)