Malice – Il sospetto

Un professore di un college del New England si sente minacciato e messo in ombra dall’arrivo in città di un grosso chirurgo che affitta una stanza da lui e sua moglie. La trama s’infittisce e diventa sempre più sciocca, in questo esile thriller sessuale interessante. Le buone performance aiutano a nascondre i buchi della trama fino all’epilogo, in cui tutto va a pezzi. Troppo surriscaldato e piuttosto assurdo.

Come farsi lasciare in 10 giorni

Andie Anderson (Kate Hudson) è una giovane giornalista di
Composure Magazine,
addetta alla rubrica «Come fare a…» e il suo direttore le assegna il compito di adescare un ragazzo, farlo innamorare e farsi lasciare in dieci giorni, facendo tutte quelle cose che gli uomini non sopportano. La sera stessa va in un bar di moda dove incontra Benjamin Barry (Matthew Mc Conaughey), un pubblicitario in ascesa, che a sua volta ha scommesso con il suo capo che riuscirà a fare innamorare una donna in dieci giorni. Inizia così un gioco allo sfinimento, dove nessuno dei due soggetti molla la presa. Salvo il fatto che, come è presumibile sin dall’inizio, i due si innamoreranno uno dell’altro. Commedia romantica prevedibile nel finale, ma l’intento degli sceneggiatori, che hanno tratto il soggetto dall’omonimo libro di Michele Alexander e Jeanne Long, era quello di portare sullo schermo i luoghi comuni e i topos del rapporto di coppia. Non certo un film memorabile, ma la solita commediola realizzata per fare soldi al box office. E tanti anche, c’è da scommetterci. Qualche battuta o situazione strappano il sorriso, ma nel complesso non stupisce per originalità. Classico film da vedere in videocassetta in una serata di depressione. Non certo dopo che si è rotto con il partner.
(andrea amato)

La voce dell’innocenza

Ispirato a un fatto di cronaca che suscitò grande scalpore, il film, realizzato per la televisione, ricostruisce una drammatica vicenda di abuso ai minori. Un adolescente maltrattato decide di trascinare in tribunale i propri genitori, Laurie e Joe Braga. La sceneggiatura, scritta da Alan Landsburg, si basa sul libro di Jan Hollingsworth e sui veri verbali del processo.
(andrea tagliacozzo)

The Faculty

Alla Herrington High c’è qualcosa che non va. Se ne accorge un gruppo di studenti: infatti i professori sono degli alieni che vogliono conquistare prima la scuola e poi il mondo, trasformando tutti in individui della loro specie. Sarà una lotta senza tregua.

Delirante ripescaggio della recidiva Cecchi Gori: esce ora in pochissime copie un film di tre anni fa che ormai in ogni parte del globo si trova persino sulle bancarelle dell’usato. Meglio tardi che mai, potremmo dire, ma sta di fatto che l’Italia sembra sempre più un paese del terzo mondo (senza maiuscole). Peccato che pochi riescano a vederlo, questo
The Faculty
, perché si tratta di uno spassosissimo fanta-horror che tritura di tutto: mille film del passato di genere, atmosfere scolastico-liceali, gore sopraffino, interpreti spiritosi e una certa bizzarria politicamente scorretta (la droga come strumento per eliminare il mostro). Rodriguez e lo sceneggiatore Kevin Williamson hanno dalla loro parte scaltrezza e consapevolezza di campo, e riescono a mantenere tutto sui binari mai dimenticati di una serie (da chiamare A o B a seconda dei gusti) che adesso sembra non esistere più.

Non siamo nei dintorni dell’orrore fritto e noioso di
Final Destination
o
Giovani Diavoli
, o di quello insipido e lesso di
Urban Legend
e soci, e nemmeno di quello metacinematografico di
Scream
da cui pure proviene Williamson, che qui ricorda (più che citare) con una gioia sbarazzina che risulta comunque simpatica.
The Faculty
ha intelligenza e brio da vendere, ed è esattamente quello che dev’essere: cinema di puro intrattenimento, che non manipola i meccanismi per creare qualcos’altro ma li utilizza per fortificarsi, come accadeva una volta. E al giorno d’oggi un film capace di irrobustire il genere stesso cui appartiene, con gran ritmo e notevole capacità, è un gioiello da custodire gelosamente.
(pier maria bocchi)

Le avventure di Pinocchio

Affascinante rivisitazione con attori in carne e ossa della fiaba di Collodi su un falegname che crea la magica, birichina marionetta Pinocchio… il cui unico desiderio è essere un bambino vero. Alcune variazioni rispetto alla versione di Disney, ma gentile nello spirito e godibile dall’inizio alla fine. In lingua originale, è probabile che solo gli adulti si chiederanno il perché della varietà di accenti (americano, inglese, tedesco) in una storia che si suppone ambientata in Italia. Con un sequel uscito direttamente in homevideo. 

Liberty Heights

Superata la diffidenza per la frase di lancio («Si è giovani una volta sola ma si ricorda per sempre») si rimane sorpresi, in sala, di fronte a un così affettuoso e discreto omaggio ai «Fifties».
Liberty Heights
è un quartiere di Baltimora abitato quasi solo da ebrei. È il 1954, maccartismo e razzismo impazzano, e i due fratelli Kurtzman si innamorano di due ragazze impossibili (una di colore, l’altra upper class). Levinson prova la difficile sintesi tra la nostalgia per la musica e l’oggettistica di quegli anni, il quadro dei rapporti interrazziali, il sopravvento della tv sul cinema e sul burlesque. Il dato più evidente del film è il dichiarato e insopprimibile autobiografismo, sorretto da una regia sobria e virtuosa e da un accurato lavoro scenografico; noto ai più per i suoi blockbuster (
Rain Man
), il regista infila talvolta storie più intime, di cui
Liberty Heights
sembra l’esempio migliore, ben lontano dalla sindrome
Happy Days
(c’è persino un inatteso Tom Waits nella colonna sonora).
(raffaella giancristofaro)

Tadpole – Un giovane seduttore a New York

Siamo a New York, nel quartiere alto borghese dell’Upper East Side ed è la vigilia del giorno del Ringraziamento. Un quindicenne sta tornano a casa dal collegio in cui vive e confessa al suo migliore amico di essere innamorato. In breve tempo si scopre che il giovane studente, un autentico personaggio rinascimentale, sensibile e compassionevole, appassionato di Voltaire e dei classici, è innamorato della moglie di suo padre, ben più grande di lui. La sua inquietudine e il suo amore proibito lo porteranno a cacciarsi in situazioni imbarazzanti, ma si accorgerà ben presto che piace molto alle donne mature, a partire dalle amiche della matrigna. Una commedia contemporanea, arguta, fresca e irriverente, scoperta al Sundance Film Festival di Robert Redford, girata in soli quattordici giorni con una videocamera digitale e con un budget limitato. Molto ben scritto e ben interpretato, soprattutto dal giovane Aaron Stanford, al suo debutto cinematografico, perfettamente calato nel ruolo. Un’altra bella scoperta del Sundance, immediatamente catturata dalla Miramax, che negli Usa ne ha fatto un caso con un buon successo al box office. La Manhattan di sfondo è molto rilassata e perfetta complice di questi giochi proibiti. L’effetto della camera digitale, anche se all’inizio può fare storcere il naso, risulta essere la scelta vincente, come un occhio che spia che cosa succede in questi condomini alto borghesi. Probabilmente la commedia meglio riuscita dell’anno. (andrea amato)

Green Card – Matrimonio di convenienza

Per ottenere la Green Card e restare negli Stati Uniti, il francese George sposa l’americana Bronte, che ha bisogno di un marito per ottenere un appartamento in quel di Manhattan. L’intenzione dei due è di non rivedersi più una volta celebrate le nozze, ma le indagini dell’ufficio immigrazione costringono George e Bronte a una convivenza forzata di qualche giorno. La trama sembrerebbe a prima vista banale. Peter Weir, invece, riesce a trarne una piacevole e raffinata storia d’amore, oltre ad evitare le trappole del facile sentimentalismo. Meno interessante, comunque, dei film del periodo australiano o di pellicole successive come Fearless . (andrea tagliacozzo)