Pazza

La prostituta Claudia Draper viene accusata di omicidio. I genitori della donna assoldano un avvocato che, per evitarle una pesante condanna, vorrebbe farla dichiarare insana di mente. Ma Claudia non ci sta: rifiuta l’assistenza dell’avvocato e ricorre a un legale d’ufficio, Aaron Levinsky. Un dramma convenzionale ma di grande impatto. La regia di Martin Ritt, quasi invisibile, è completamente al servizio della splendida interpretazione della Streisand. Le tiene testa un quasi irriconoscibile Richard Dreyfuss, altrettanto efficace (ma meno appariscente) nei panni dell’avvocato. Le musiche del film sono composte dalla stessa cantante e attrice.
(andrea tagliacozzo)

Il giuramento dei forzati

Dopo il grande successo di
Casablanca
, Michael Curtiz torna a dirigere Bogart in un efficace film di propaganda tratto dal romanzo «Men Without Country» di Charles Nordhoff e James Norman Hal. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, alcuni prigionieri della Guyana francese evadono per andare a combattere i nazisti. Passati attraverso molte traversie, gli ex forzati riescono a raggiungere l’Inghilterra, dove si arruolano nell’aviazione. Assai complicato il meccanismo narrativo, con un abile uso dei flashback.
(andrea tagliacozzo)

Funny Girl

Debutto cinematografico premiato con l’Oscar per la Streisand nel ruolo di Fanny Brice, cantante e attrice di varietà la cui infelice vita privata contrasta con la sua esuberanza comica in scena. Come biografia è deludente, ma come musical è di prima categoria, con le belle musiche di Bob Merrill e Jule Styne (People è la canzone del titolo), il memorabile finale sulle trascinanti note di Don’t Rain on My Parade e dei classici della Brice, My Man e Second Hand Rose. Seguito da Funny Lady. Panavision.

Ma papà ti manda sola?

Peter Bogdanovich ha passato una vita fedele al suo credo secondo cui tutto quel che il cinema aveva da dire, l’aveva già detto in passato. Questo l’ha portato a fare film notevoli e film mediocri. Ma papà ti manda sola? rientra per fortuna nella prima classificazione. Anche perché qui non c’è la semplice adesione a un modello preesistente. C’è la rimessa in atto (re-enactment) del modello. C’è tutta la differenza che passa, in Mel Brooks, tra Frankenstein jr. e Mezzogiorno e mezzo di fuoco . Di più: c’è l’ingenuità festosa di chi gira una commedia come se fosse la prima commedia del mondo. Per questo le porte dell’albergo si aprono e si chiudono a tempo, per questo una valigia può perdere ogni contenuto per diventare un valore di scambio, un geroglifico, un significante puro. Per questo, presi anche noi in questa trappola di originaria ingenuità, ridiamo. (gualtiero de marinis)

Il principe delle maree

Dal romanzo di Pat Conroy. La psichiatra Susan Lowenstein ha in cura una donna, la poetessa Savannah Wingo, che ha tentato per l’ennesima volta di suicidarsi. Il fratello della donna, Tom, arriva a New York dal Mississippi per incontrare Susan. Quest’ultima intuisce che l’infelicità di Savannah è dovuta a un oscuro episodio accaduto ai fratelli Wingo nel corso dell’infanzia. Un melodramma di grande intensità, abilmente diretto da Barbra Streisand. Gara di bravura tra l’attrice e Nick Nolte; ma è straordinaria anche Kate Nelligan nel ruolo della madre di Tom e Savannah.
(andrea tagliacozzo)

Come eravamo

Autobiografia della Hollywood radical, a opera di un regista serio ma discontinuo che in quegli anni era al suo meglio, in sodalizio con Redford (tra
Corvo Rosso non avrai il mio scalpo
e
I tre giorni del condor
). Una coppia si conosce nei Thirties, attraversa la guerra e il maccartismo: lui è uno scrittore bello e sorridente, lei una pasionaria un po’ rigida ma innamoratissima. Redford-Streisand: inutile dire che il film regala alcuni duetti memorabili, ma soprattutto importa il rapporto di Pollack con la materia narrativa, nonché lo strano effetto che essa produce oggi. È curioso: Pollack è in simbiosi con i personaggi e le storie, in pieni anni Settanta sa fare un film di carrelli, découpage classici in campo/controcampo e dissolvenze incrociate. Come se volesse emulare il Wyler degli anni Quaranta, o il Richard Brooks degli anni Cinquanta – e certo
Come eravamo
commuove come un gran romanzone sentimental-politico. Eppure oggi la sua nostalgia progressista per il radicalismo dell’era di Roosevelt può a sua volta sembrare qualcosa d’altri tempi. Un film storico, sì: sulla Hollywood degli anni Settanta.
(emiliano morreale)

Voglio la libertà

Trascurata dal marito e costretta a badare alla casa e ai figli, Barbara sfoga le proprie frustrazioni abbandonandosi a frequenti e vivide fantasie che, però, non servono ad appagarla. Quando scopre di essere rimasta nuovamente incinta, la donna esita un po’ prima di dare la notizia al consorte. La Streisand è brava, come sempre, ma da sola non basta a salvare una commedia fiacca e priva di mordente.
(andrea tagliacozzo)

Hello Dolly

Una vedova, sensale di matrimoni, sceglie tra i suoi clienti il miglior partito, un commerciante di mezza età, e lo fa innamorare di sé. Dalla commedia di Jerry Herman e Michael Stewar (tratta da The Matchmaker di Thornton Wilder), che tanto successo aveva riscosso a Broadway. Nonostante l’ottima interpretazione della Streisand e la regia tutto sommato elegante di Gene Kelly, il film non ebbe lo stesso successo. Anzi, rischiò di mandare a picco la 20th Century Fox che l’aveva prodotto.
(andrea tagliacozzo)

Mi presenti i tuoi?

Gaylord è riuscito a entrare nelle grazie dell’inflessibile ex agente Cia Jack Byrnes. Stavolta tocca a suo padre e a sua madre passare l’esame dell’austero capofamiglia. Di fronte all’ultimo ostacolo frapposto al suo matrimonio con Pam, Gaylord si preoccupa di appianare e nascondere qualsiasi situazione imbarazzante. E ha ottimi motivi per farlo, visto che i suoi genitori sono Bernie Fotter, casalingo hippy ed emotivo e sua moglie Roz, donna eccentrica a partire dalla professione: sessuologa per anziani.

Ti presento i miei,
grande successo girato nel 2000 da Jay Roach, non poteva non generare un sequel, come si presagiva dal fatto che il primo episodio non si concludeva con il matrimonio fra i suoi protagonisti. Stavolta va in scena la famiglia Fotter, ennesima forzatura messa in atto dai traduttori di casa nostra per preservare il gioco di parole dell’edizione originale del film, in cui la famiglia si chiama Focker.

La produzione va sul sicuro e conferma in blocco il cast del primo episodio, regista compreso, regalando a quest’ultimo anche Dustin Hoffman e Barbra Streisand. Roach indirizza il film sui rassicuranti binari dell’accumulo: accumulo di star, come si è visto, di gag e di animaletti (a Sfigatto si aggiungono il bastardino Moses e il nipotino di casa Byrnes). Ne esce una pellicola collocabile a metà tra il filone demenzial-surreale e la commedia romantica.

Tutto è decisamente prevedibile. Bisogna far incontrare il rigido e quadrato papà Byrnes con i genitori di Greg? Bene, si prende il carattere del primo e lo si stiracchia al massimo nella direzione opposta, fino a ottenere Bernie Fotter (Dustin Hoffman). Si vuole avere a disposizione un serbatoio pressoché inesauribile di facili battute? Mamma Fotter (Barbra Streisand) sarà un’intraprendente sessuologa per anziani. E per chi ancora non avesse capito che Byrnes e Fotter sono antitetici e apparentemente inconciliabili, gli sceneggiatori li dotano rispettivamente di un gatto e un cane.

Le risate, in effetti, arrivano. La regia di Roach conosce i tempi comici e, pur senza incantare, confeziona alcune scene divertenti, le uniche ragioni per investire i soldi del biglietto. Dustin Hoffman è una vera sorpresa: a suo agio in camicioni rosa e sandali, forma un’affiatata coppia con una Streisand coinvolgente e quasi credibile. De Niro e Stiller funzionano bene insieme, ma questo già si sapeva. Dall’altra parte, il film perde quota a causa di numerosissime battute telefonate, inserite in una trama banale costellata di gag sessual-scatologiche. Anche chi ha riso con il primo episodio, insomma, rischia di rimanere deluso.
(stefano plateo)