Faster

Dopo la sua uscita dal carcere, Driver, ha in mente solo una cosa: vendicare la morte del fratello, ucciso dopo che i due fecero il doppio gioco durante una rapina. Per evitare che Driver porti a termine il suo progetto, un poliziotto veterano lo seguirà come un’ombra…

Vendetta trasversale

Nei panni di uno sbirro di Chicago originario dei monti Appalachiani del Kentucky, Swayze affronta il boss con l’aiuto del fratellino montanaro Neeson. Una semplice vetrina per i protagonisti, con ambizioni alte e risultati modesti. Voi soggiornereste davvero in un hotel gestito da Pollard?

Forza d’urto

Bosworth (un giocatore di football americano) si infiltra in una banda di motociclisti del Mississippi i cui trucchi per le estorsioni hanno attirato l’attenzione dei Federali e della mafia. Solo alcune incredibili scene d’azione salvano questa sciocchezza dalla discarica delle BOMBE. Sceneggiatore e produttore esecutivo è Walter Doniger, che aveva diretto i giocatori di baseball Mantle e Maris in Safe at Home!

Harsh Times – I giorni dell’odio

Un reduce dalla Guerra nel Golfo, Jim Davies, non riesce a integrarsi dopo il ritorno dal fronte: rifiuta i lavori sedentari ed è ossessionato dagli incubi. Per poter sposare una ragazza messicana di cui si innamora, Jim decide di trovarsi seriamente un impiego: è l’inizio dei guai.

Inscritto in una’estetica della violenza dura e contemporanea, l’esordio alla regia dello sceneggiatore David Ayer è un classico viaggio noir agli inferi, senza ritorno. Nobile, ma lungo e sfilacciato. Pessimo il doppiaggio italiano.

Agente 007 – Licenza di uccidere

Agente 007 – Licenza di uccidere

mame cinema AGENTE 007- LICENZA DI UCCIDERE. STASERA IN TV scena
«Bond, James Bond»

Diretto da Terence YoungAgente 007 – Licenza di uccidere ha come protagonista l’affascinante e scaltro agente dei servizi segreti britannici James Bond (Sean Connery). Quando un suo collega viene ucciso in Giamaica, Bond si reca sul posto. Qui ha a che fare con diversi personaggi sospetti, tra i quali si nascono gli assassini del defunto agente segreto. Ma in Giamaica James Bond non troverà solo complotti e agguati: incontrerà anche la splendida Honey Ryder (Ursula Andress), una cercatrice di conchiglie.

Tra i due nasce presto una speciale intesa, ma entrambi vengono coinvolti nel crimine che Bond tenta di combattere. E, per salvarsi, dovranno lottare.

Curiosità

mame cinema AGENTE 007- LICENZA DI UCCIDERE. STASERA IN TV bikini
Il bikini bianco di Ursula Andress
  • Ispirato all’omonimo romanzo di Ian Fleming pubblicato nel 1958, il film è stato adattato per il grande schermo da Richard Maibaum, Johanna Harwood e Berkeley Mather, e prodotto da Harry Saltzman e Albert R. Broccoli.
  • Agente 007 – Licenza di uccidere venne realizzato a basso costo, ma si rivelò un grande successo commerciale.
  • Il titolo originale del film è Dr. No.
  • Per aumentare la fama dei romanzi di Fleming, che non avevano ottenuto una larga popolarità nel corso degli anni, i due produttori decisero di cercare un attore noto. Cary Grant fu la prima scelta di Broccoli e Saltzman, ma il contratto con lui prevedeva che sarebbe stato interprete di un film soltanto. Fu quindi lo stesso Grant ad abbandonare il progetto.
  • Fra gli altri attori proposti ci furono anche Patrick McGoohan, che sarebbe divenuto protagonista della serie televisiva Il prigionieroJames Mason e David Niven, quest’ultimo una proposta di Fleming, e che avrebbe poi interpretato il film parodia James Bond 007 – Casino Royale nel 1967.
  • Seconda proposta di Fleming era Roger Moore, che all’epoca era l’interprete della serie Il Santo, mentre il regista Young preferiva Richard Johnson. Alla fine, tuttavia, i produttori decisero di puntare su Sean Connery, a quel tempo praticamente sconosciuto.
  • Ursula Andress ha disegnato il bikini bianco che indossa nel film, un costume messo poi all’asta da Christie’s nel 2001 e venduto al prezzo di 60.000 euro.

Takers

La pellicola narra la vicenda di un noto gruppo di criminali che continuamente si prende gioco della polizia, commettendo perfette rapine in banca. Come in un meccanismo perfetto, entrano ed escono senza lasciare alcuna traccia dietro di loro. Ma quando cercano di portare a termine un grosso colpo, mai tentato prima d’ora, i loro piani saltano a causa di un testardo detective (Matt Dillon) che cerca di risolvere il caso a tutti i costi.

Colline dell’odio, Le

Buona prova per Mitchum in questo film d’azione, ambientato durante la seconda guerra mondiale, in cui interpreta un corrispondente dal fronte che cerca di fuggire dalla Grecia con alcune informazioni vitali per gli alleati.

Aldrich definisce in questo film i contorni della sua epica (libertà, fierezza, sacrificio, eroismo) ambientandola nel paese che è stato la culla della tragedia e del fato.

Doom

Flick fantascientifico non particolarmente originale: un manipolo di ardimentosi marine galattici viene spedito su Marte, presso una colonia spaziale, per investigare sulla misteriosa scomparsa di alcuni scienziati e ricercatori. Le diverse personalità dei soldati si scontrano durante la missione, che ben presto si trasforma in un test di sopravvivenza: esperimenti genetici hanno infatti portato allo sviluppo di una particolare sostanza che, se inoculata, ha la capacità di trasformare un uomo in superuomo, oppure in un mostro aberrante e assetato di sangue. Inutile dire quale dei due casi sia statisticamente più diffuso…
Ormai non è certo una novità, vedere una pellicola cinematografica direttamente ispirata a un videogame. Con l’avvento della moderna grafica poligonale – tradizionalmente fatto risalire al primo Tomb Raider per Playstation – i giochi elettronici sono diventati sempre più simili a film interattivi, tanto da essere originariamente pensati come tali: vita più facile per i produttori, che avevano già fiutato l’affare da tempo. Ricordate Mortal Kombat, Street Fighter o Super Mario? Tutti e tre erano tutto sommato decenti. I realizzatori avevano un unico problema: inventarsi avventure almeno vagamente credibili per personaggi monodimensionali, senza altre caratteristiche se non quella di picchiarsi fino alla morte senza motivo, o di saltare in continuazione da una piattaforma all’altra, persi in mondi assurdi.
Più recentemente, pellicole come Resident Evil (due episodi) o Alone In The Dark hanno avuto a disposizione materiale molto più corposo su cui lavorare, ma guardando i risultati pare non sia stato un gran vantaggio: il primo rimane da archiviare nella categoria «perdita di tempo», mentre il secondo, oltre a non azzeccarci niente con il videogame, riusciva nell’impresa di risultare imbarazzante anche per lo spettatore meglio disposto.
Con questo Doom, si torna al problema iniziale: il videogame non ha uno straccio di trama che possa fare da canovaccio. Quindi si parte da zero, sapendo solo quali devono essere gli ingredienti irrinunciabili: marine spaziali, mostri alieni e grosse armi da fuoco. Il film di Andrzej Bartkowiak, già regista di pellicole di serie B tutto sommato oneste (Romeo deve morire con Jet Li, Ferite mortali con il tamarro-cult Steven Seagal), riesce quantomeno a tirare fuori qualcosa di buono da questi elementi di base. The Rock è credibile – ma che credibilità può mai avere The Rock?? – nei panni del sergente di ferro; gli altri attori forniscono prove di recitazione sicuramente migliore, ma indubbiamente non hanno l’appeal dell’ex campione di wrestling. I mostri sono un mix di cose più o meno già viste: zombie mutati, che si comportano (e usano la lingua) proprio come il caro, vecchio Alien.
Un plauso va invece alle ambientazioni, molto fedeli a quelle del videogame, e alla scelta di raccontare come si sia arrivati alla situazione – familiare per il giocatore – del marine solitario che combatte contro i mostri, unendo idealmente la fine del film e l’inizio del gioco. A proposito del finale, si tratta dell’unica sequenza davvero esaltante. Un bell’esempio di rimediazione: il linguaggio del videogioco trasposto in campo cinematografico, con un grande risultato. Peccato che duri solo cinque minuti. (michele serra)

La recluta

A prima vista si tratta di un film diretto e interpretato da Clint Eastwood per ragioni strettamente alimentari. Per intenderci, nulla a che vedere con Gli spietati . Eppure La recluta , film con il quale l’autore si rifà dell’insuccesso commerciale di Bird e Cacciatore bianco , cuore nero, non è un banale tentativo di riproporre – aggiornandolo sul piano spettacolare – il modello dei polizieschi eastwoodiani degli anni Settanta, molto graditi dalla «maggioranza silenziosa» nixoniana. Non è, insomma, un Callaghan appena cammuffato. Innanzitutto la classica coppia di poliziotti dalla vicenda (il giovane Charlie Sheen e l’anziano Clint Eastwood) non esprime affatto una dialettica educativa ed edificante, ma un goliardico assemblaggio di differenti prospettive generazionali, cui l’autorità, la disciplina e il senso civico stanno piuttosto scomodi. Alle prese con una spietata banda di ladri d’auto, i due superpoliziotti fanno cialtronescamente, ma con efficacia, il loro dovere senza troppo atteggiarsi a eroi. Congegno narrativo semplice e perfetto, azione alle stelle e punte di erotismo ironico, culminante nell’amplesso «inflitto» da Sonia Braga a Clint Eastwood legato mani e piedi. (anton giulio mancino)

Giovani aquile – Flyboys

1916, dopo due anni di Prima Guerra Mondiale, gli eserciti di Francia e Inghilterra sono impantanati in una guerra di trincea contro la Germania. Al momento, gli Stati Uniti rimangono neutrali, ma alcuni americani decidono di andare in Europa per schierarsi con gli Alleati. Addirittura, un manipolo di questi volontari forma una squadriglia aerea per fronteggiare la temibile aviazione tedesca.

Shoot’em Up – Spara o muori

L’enigmatico Mr.Smith è seduto sulla panchina di una fermata di un autubus che mai prenderà: vede arrancare di fronte a lui una ragazza incinta che lamentandosi si tiene la pancia come se dovesse partorire in quello stesso momento. Alle sue calcagna un uomo armato di pistola che la bracca all’interno di un edificio. Mr.Smith non può stare a guardare: è l’inizio di un viaggio adenalinico tra sparatorie e diabolici complotti.

Distretto 13: le brigate della morte

Per gli appassionati del cinema di John Carpenter, Distretto 13: le brigate della morte è un film di culto assoluto. Concepito come una versione aggiornata di Un dollaro d’onore di Howard Hawks, Distretto 13 è un piccolo capolavoro iperrealista, che riprende la struttura del western e rispetta le unità aristoteliche di tempo, spazio e azione. Comincia con una strage a opera dei poliziotti di Los Angeles e si trasforma in un forsennato e macabro assedio a un distretto di polizia destinato a essere smantellato. Poliziotti, impiegati e detenuti si uniscono per non consegnare un prigioniero e per sopravvivere all’aggressione di frotte di criminali comuni vendicativi, simili ad automi o agli zombie dei film di George Romero. Freddo, disumano, irrazionale, è il primo grande film di John Carpenter, che licenzia una delle più inquietanti parabole mai realizzate sull’apocalisse metropolitana. Indimenticabile la colonna sonora, firmata sempre da Carpenter, mentre l’edizione italiana risulta penalizzata da un pessimo e inattendibile doppiaggio. (anton giulio mancino)

Speed

Film d’azione adrenalinico diretto da Jan De Bont, che poi si segnalerà anche per il discreto Twister ma anche per un mediocre sequel (Speed 2) e per uno degli capitolo della saga di Tomb Raider. Un criminale piazza, su un autobus di linea guidato dalla bella Sandra Bullock, una bomba con timer che esploderà se la velocità della vettura scende sotto gli 80 km/h: toccherà al poliziotto Reeves salvare i passeggeri e sgominare il folle (qui interpretato da Dennis Hopper). Ottimo script, storia avvincente, in apnea per tutte le due ore, Speed fece il… botto all’epoca grazie anche ai tocchi di homour che pervadono quà e là quello che rimane un intelligente film d’azione. Vinse due premi Oscar ‘tecnici’ per il sonoro; una nomination anche a John Wright per il montaggio.

Reazione a catena

Un tecnico che sta lavorando a un progetto sull’energia a idrogeno è accusato di aver provocato una devastante esplosione e fugge con una sua collaboratrice. Ma cosa c’è davvero dietro tutti questi loschi traffici? Assurdo e poco ispirato mix di azione, inseguimenti e spunti di thriller politico, che riesce a stento a essere credibile.

Speed 2: senza limiti

Allucinante e stupido action movie che si apre con una scena di inseguimento che non ha senso e non migliora mai. La Bullock (il cui personaggio è particolarmente irritante) accetta di andare in crociera ai Caraibi con il fidanzato Patric, un ufficiale della polizia di Los Angeles. Quando il pazzo Dafoe prende controllo della nave, Patric si sente in dovere di fermarlo. Ma qualcuno aveva letto la sceneggiatura prima di firmare il contratto? Panavision.

Bad Boys II

I detective Mike Lowrey e Marcus Burnett della squadra narcotici di Miami sono impegnati a combattere la diffusione di ecstasy. Mike indossa completi alla moda, viaggia in Ferrari, è spericolato nella sua professione. Marcus è invece più moderato, fa terapia per superare l’ansia, ha una famiglia e vorrebbe rischiare di meno. I due si imbattono nei traffici di Johnny Tapia, boss cubano che vuole estendere il suo commercio in tutta la città e per trasportare il denaro utilizza un agenzia funebre. Sulle sue tracce c’è anche Syd, la bella sorella di Marcus, agente federale in incognito. Tra lei e Mike c’è del tenero e la cosa fa infuriare Marcus, ma quando Syd viene rapita e portata a Cuba i due Cattivi Ragazzi devono unirsi per liberarla. Ci riusciranno?
Il primo episodio di Bad Boys ha riscosso un grande successo di pubblico incassando oltre centosessanta milioni di dollari in tutto il mondo, un record per la Columbia Pictures. Un trampolino di lancio per la carriera di Martin Lawrence, Will Smith e del regista Michael Bay. Dopo otto anni arriva sugli schermi il secondo episodio, decisamente ben fatto. Quasi due ore di azione e humour. Effetti speciali a go-go, macchine che volano e si incendiano: annoiarsi è veramente difficile. Tutto è incentrato sulla verve dei due protagonisti, che si muovono tra inseguimenti in macchina e sparatorie. È la classica coppia di poliziotti amici che non perdono occasione per litigare e intanto fanno battute nei momenti più drammatici, muovendosi e agendo come due rapper. Dopo Arma letale e i successivi cloni e sequel, una pellicola che rispetta in tutto e per tutto i canoni dell’action movie animato da una coppia di smaliziati piedi piatti. C’è persino un richiamo alla politica internazionale, con i cubani cattivi e produttori di eroina, e quelli buoni, impegnati nella resistenza anticastrista e amici degli americani. Una specie di versione 2003 della guerra fredda di Rocky IV. (francesco marchetti)

Sono il numero quattro

John Smith (Alex Pettyfer), é in fuga da spietati nemici inviati per annientarlo. Tra cambi d’identità fugge con il suo guardiano Henri (Timothy Olyphant). Senza nessun legame con il passato, nella cittadina dell’Ohio, John va incontro a degli eventi che cambiano la sua vita: nuovi poteri, il primo amore (Dianna Agron) e un destino incredibile e inaspettato in comune con altri personaggi.

Speed Racer

Speed Racer è un campione alla guida della sua Mach 5, l’auto che suo padre, Pops Racer, ha realizzato nel corso degli anni. Quando scopre che una grossa industria automobilistica trucca i risultati di diverse importanti gare, Speed Racer si allea con il suo rivale storico, Racer X, e tenta di vincere a tutti i costi il circuito del Crucible.

Senza tregua

Il debutto a stelle e strisce del maestro orientale del cinema d’azione è un deludente thriller in cui Van Damme si erge a difesa di alcuni sfigati veterani vessati dal sadico Henriksen (che ormai potrebbe interpretare ruoli simili anche a occhi chiusi). Nel suo genere, non male: ma siamo molto lontani dal Woo di Hong Kong.

Bullitt

L’antieroe definitivo di McQueen: un detective di polizia annusa qualcosa di grosso dietro all’assegnamento in custodia di un testimone criminale. Un film d’azione dal ritmo sostenuto, con un grande uso delle location di San Francisco: in particolare nell’ormai classico inseguimento in auto, una pietra miliare del cinema. Il montaggio, vincitore dell’Oscar, è di Frank Keller. Sceneggiatura di Alan R. Trustman e Harry Kleiner, dal romanzo Due volte morto di Robert L. Pike.

Quell’ultimo ponte

Versione insipida e iperprodotta dell’ottimo libro di Cornelius Ryan, incentrata sui disastrosi bombardamenti degli alleati dietro le linee tedesche in Olanda nel 1944. Esistono copie da 158 minuti. Vincitore di  3 BAFTA Film Award.

Grosso guaio a Chinatown

Un americano e un cinese si recano all’aeroporto di San Francisco per ricevere la bella fidanzata del secondo. Ma la ragazza viene rapita da una banda di scalmanati, agli ordini del misterioso Lo Pen, che si rifugia nei sotterranei di Chinatown. John Carpenter abbandona momentaneamente le opprimenti atmosfere horror dei film precedenti, per realizzare un gradevolissimo film d’avventura fantasy condito con una buona dose di humour ed effetti speciali. E l’attore feticcio del regista, Kurt Russell, cresciuto artisticamente con i film della Disney, si adegua perfettamente al tono ironico e ingenuo della pellicola. Anche se all’epoca era difficile intuirlo, alla base c’è comunque l’influenza dei film di Hong Kong, in particolare dello splendido Zu: Warriors From the Magic Mountain di Tsui Hark, citato a più riprese. (andrea tagliacozzo)

Pearl Harbor

1941. Rafe McCawley e Danny Walker, amici fin dall’infanzia, hanno coronato il loro sogno di diventare piloti dell’aviazione degli Stati Uniti. Alla vigilia della partenza per l’Inghilterra, dove affiancherà i piloti della RAF che si battono contro i nazisti, Rafe s’innamora dell’infermiera Evelyn, alla quale promette di tornare sano e salvo. Ma nel corso di uno scontro aereo sui cieli della Francia, Rafe viene abbattuto. Credendolo morto, la ragazza si consola tra le braccia di Danny. Intanto, gli strateghi dell’apparato militare giapponese preparano un attacco a sorpresa al nemico statunitense. Obiettivo: le basi americane di Pearl Harbour, nelle Hawaii. Michael Bay è probabilmente uno dei registi americani più sottovalutati. Tre anni fa il suo Armageddon – un piccolo gioiello nel suo genere, talmente kitsch e ridondante da diventare sublime e commovente – venne fatto a pezzi dalla critica (in Patria, ma anche da noi), riuscendo a consolarsi (eccome!) solo con i suoi incassi da record. La storia ora si ripete, con i recensori americani pronti coi fucili spianati a far fuori il mastodontico bestione. Ma anche stavolta, il buon Bay ne esce fuori con le ossa intatte (75 milioni di dollari incassati nei primi tre giorni) e un prodotto d’intrattenimento tutt’altro che disprezzabile. Anzi, per certi versi persino notevole. Il regista – e il suo fido produttore Jerry Bruckheimer, la vera mente del duo, probabilmente – riesce nella non facile impresa di coniugare lo spirito di Howard Hawks (l’amicizia virile, la dedizione alla causa, la retorica dell’eroismo; basti vedere Rivalità eroica, Brume, Avventurieri dell’aria e, soprattutto, Arcipelago in fiamme ) con l’estetica parapubblicitaria degli spot del Mulino Bianco (sembrerebbe una considerazione negativa, ma non lo è…). La critica si è lamentata dei dialoghi del film – secondo alcuni ai limiti del ridicolo – senza rendersi conto che frasi simili potrebbero venir fuori direttamente da un qualsiasi classico degli anni Quaranta, magari pronunciate da un James Stewart o un Cary Grant del caso. E, fatte le debite distanze, Pearl Harbor potrebbe addirittura essere considerato una rilettura postmoderna di quei classici tanto amati (ma evidentemente da tempo non più visti). Quanto all’estetica patinata di Michael Bay, altrove deprecabile, nel suo caso è ormai diventata una cifra stilistica, un tocco quasi autoriale, portata avanti con così ostinata convinzione da risultare incredibilmente creativa. Non tutto è calibrato alla perfezione, ovviamente, a partire dalle semplificazioni storiche, dalle sviste di sceneggiatura e dall’eccessiva durata. Eppure la storia d’amore appassiona e coinvolge, mentre sul piano puramente spettacolare i 40 minuti dell’attacco giapponese sono semplicemente straordinari, tanto da farti dimenticare di essere per buona parte frutto delle magie digitali. (andrea tagliacozzo)

La Mummia – La tomba dell’imperatore dragone

Rick O’Connell deve combattere il risorto Imperatore cinese accanto a suo figlio Alex, alla moglie archeologa Evelyn e al truffaldino fratello di lei, Jonathan. E questa volta gli O’Connell devono fermare una mummia che è stata risvegliata da una maledizione vecchia di duemila anni che rischia di far precipitare il mondo in un disastro senza fine. Condannato dalla maledizione di una strega alla quale era stato fatto un grave torto, l’Imperatore è costretto a vivere per l’eternità in uno stato d’animazione sospesa, con i suoi diecimila guerrieri rimasti in stasi per migliaia di anni, sepolti nell’argilla come un enorme esercito di terracotta. Ma quando l’avventuroso Alex O’Connell, figlio di Rick, cade nella trappola e risveglia lo spaventoso governante dal suo sonno eterno, il giovane archeologo è costretto a chiedere l’aiuto delle uniche persone che ne sanno più di lui su come trattare con i non morti: i suoi genitori.

Face/Off – Due facce di un assassino

Forse l’unico incontro felice tra Hollywood e i nuovi maestri dell’action di Hong Kong. John Woo dirige una sceneggiatura immaginosa, inverosimile e avvincente di Mike Werb e Michael Colleary: un poliziotto si sostituisce a uno spietato killer mediante una chirurgia futuristica (gli viene letteralmente applicata la faccia dell’altro); ma il killer riesce a fare altrettanto. E questo è solo il filo conduttore: la storia si complica con continui colpi di scena, l’evidente dimensione di allegoria della lotta tra Bene e Male viene sostenuta da un ritmo travolgente. Qui Woo riesce davvero a trapiantare in un modello «hollywoodiano» tutto il suo mondo e il suo stile, giocando al rialzo e liberando il cinema d’azione occidentale da ogni scrupolo di bon ton. Le passioni esplodono, le sparatorie si moltiplicano, i simboli troneggiano. Una lezione per registi e cinefili occidentali. (emiliano morreale)

Ong Bak – Nato per combattere

Nel villaggio thailandese di Nong Pra-du la vita è fatta di cose semplici e la religiosità è un aspetto fondamentale dell’esistenza. Ecco perché quando la testa del buddha locale (è il buddha Ong Bak che dà il titolo al film) viene spiccata dal resto della statua e sottratta nottetempo, i contadini precipitano nella disperazione più cupa. Ma anche il più povero e sperduto villaggio asiatico ha il suo monaco e anche il più povero dei monaci nel più sperduto dei villaggi ha il suo allievo nelle arti marziali, pronto a combattere in difesa dei valori che contano. L’eroe di Nong Pra-du si chiama Ting (Tony Jaa) ed è ormai un campione di Muay Thai, un antico stile di combattimento che utilizza «le nove armi del corpo». Naturalmente, Ting è pronto a offrirsi volontario per andare a recuperare la testa del buddha, prezioso amuleto comunitario, sottratto dal traditore Don, uno che è andato in città e si è lasciato corrompere. Riuscirà il prode Ting, aiutato da George (Petchthai Wongkamlao) e dalla sua amica Muay Lek (Pumwaree Yodkamol, star della tv thailandese), a recuperare la preziosa testa del buddha?
Non c’è bisogno di chiederselo. Innanzitutto perché già dopo i primi cinque minuti di film si è capito che i personaggi non brillano per spessore interpretativo e poi perché dopo i primi quindici minuti si smette semplicemente di seguire la storia, che non sta in piedi neanche con le impalcature. Ma i combattimenti, quelli sì. Puro spettacolo. I combattimenti da soli elevano il film al livello di un Matrix asiatico, senza effetti speciali ma con un protagonista all’altezza della situazione. Tony Jaa, nel ruolo di Ting, è un atleta davvero notevole, che ha studiato da stuntman e curato in prima persona tutte le coreografie dei combattimenti senza richiedere controfigure per le scene più pericolose. Sul sito web del film è gia esplosa la polemica per stabilire se Jaa meriti o no l’appellativo di nuovo Bruce Lee. Forse è un po’ presto per decidere. Anche perché a giocare contro il campione c’è la scelta di avversari a dir poco improbabili, a tratti persino comici, che pur di sopraffare l’onesto Ting non esitano a gettargli addosso tavoli e sedie e a doparsi con ben cinque dosi di quella che pare la pozione di un Panoramix impazzito. Quanto agli altri protagonisti, dire che sono poco credibili è un eufemismo che li colloca in sintonia con tutto il resto della produzione del film. Poco credibili sono anche la sceneggiatura, i dialoghi, il montaggio… Consigliato solo agli amanti delle arti marziali e ai fanatici dei film in stile Mortal Kombat.