Tre vite e una sola morte

Al clan dei ruiziani di provata fede, non immuni da quel pizzico di compiacimento che si prova a far parte delle carbonerie, non parve vero di poter finalmente assistere a un film del proprio idolo nientemeno che in una…ordinaria sala cinematografica, lontani per una volta dall’atmosfera vagamente blasé di festival e rassegne. Tutto ciò accadeva nel ’96 e quasi esclusivamente per merito della presenza del Marcello nazionale, qui impegnato in una delle sue ultime apparizioni. Da allora il «miracolo» si è ripetuto a cadenze regolari, con
Genealogia di un crimine
e il parziale infortunio di
Autopsia di un sogno
, fino al temerario adattamento proustiano de
Il tempo ritrovato
passato sugli schermi non più di qualche mese fa. Certo le folle non sono state oceaniche, ma se non altro qualche spettatore in più ha potuto sperimentare direttamente il vorticare di ombre, fantasmi, sdoppiamenti e striplamenti (?) di personalità, paradossi spazio-temporali, decessi e relative resurrezioni che anima le invenzioni di questo cineasta vagabondo e senza bandiere, prolifico ai limiti dell’incontinenza e nemico dichiarato di ogni continuità logico-razionale. Ironia e scetticismo come antidoto alla dolorosa incomprensibilità del mondo: c’è chi si ostina a scambiare i film di Ruiz per sfiziose elucubrazioni intellettuali; lui però non desiste e seguita a investigare, a modo suo, i meandri dell’inconscio, magari con mano meno felice di un tempo ma sempre mille miglia lontano dall’imperante banalità che opprime le nostre visioni.
(marco borroni)

Vatel

Il principe di Condé cerca di recuperare il credito perduto organizzando tre giorni di grandi festeggiamenti per celebrare il passaggio di Luigi XIV nelle sue terre. Si affida a Francois Vatel, il più grande maestro di cerimonie dell’epoca che, fra problemi di ogni tipo, organizza tutto alla perfezione. Fin dalla sequenza d’apertura, Vatel si presenta come un movimento inesausto di cose, persone e sguardi. Mentre la macchina da presa percorre i lussuosi ambienti del castello del principe, sfilano tanti personaggi indaffarati senza un motivo e, sullo sfondo, una teoria di suppellettili annuncia il tema del film (sbalordire attraverso lo sfarzo). Tutta questa agitazione sembra il frutto di una paura più che di una precisa volontà. Come i personaggi alla corte del re di Francia, Roland Joffé sembra preda delle bizze di un pubblico dalle non ben definite forme e dai gusti tanto instabili che solo un pot-pourri di immagini ed effetti può soddisfare. Perfetto emblema del superfluo al cinema, Vatel – un Depardieu, maestro di cerimonie al servizio di un principe che deve stupire un re per salvarsi dai debiti (la panoplia di autorità sembra ricalcare il numero padroni che l’operazione ha avuto) – è una buona immagine del ruolo che il cinema della Gaumont arriva a ritagliarsi. Come a dire: l’imitazione della peggior Hollywood.
(carlo chatrian)

La noia

Buona trasposizione per il grande schermo del romanzo di Alberto Moravia. Il merito di Kahn – tra i più interessanti registi dell’ultima generazione del cinema francese – è quello di aver spurgato ogni riferimento in chiave anticapitalistica e antiborghese della scrittura moraviana. La storia non cambia: l’ossessione erotica di un intellettuale per una ragazza che si dice abbia provocato la morte di un pittore nello sfinimento di reiterate unioni sessuali. Evitando però qualsiasi compiacimento pruriginoso nei confronti del tema del sesso: nel film la follia del protagonista vale soprattutto come correlato oggettivo di un desiderio irrefrenabile destinato – al pari di un supplizio di Tantalo – a rimanere perennemente insoddisfatto, proprio di fronte all’abbondante e generosa carnalità esibita dalla giovane protagonista. Film da segnalare anche per la presenza come attore di Robert Kramer, il grande regista indipendente statunitense scomparso.
(michele fadda)