Tutto quella notte

Una baby sitter riceve la chiamata di soccorso di un amica che si trova dall’altra parte della città. Non potendo abbandonare i bambini che le hanno affidato in custodia, li porta con sé, trascinandoli in una notte che non tarderà a rivelarsi avventurosa. Esordio dietro la macchina da presa del futuro regista di Mamma ho perso l’aereo , Mrs. Doubtfire e Harry Potter e la pietra filosofale con una commedia prevedibile, ma tutto sommato divertente. (andrea tagliacozzo)

A Beautiful Mind

Verso la fine degli anni Quaranta, l’introverso John Forbes Nash frequenta la prestigiosa università di Princeton per conseguire la specializzazione post lauream in matematica. Considerato come un eccentrico dai suoi compagni di corso, John è alla ricerca di un’idea originale, una teoria innovativa che possa garantirgli un futuro luminoso nella professione. Dopo un lungo periodo di dubbi e angosce, elabora finalmente una nuova formula destinata a rivoluzionare il mondo dell’economia. Il risultato conseguito gli apre le porte del MIT (Massachusetts Institute of Technology), dove trova posto come ricercatore e professore. Contemporaneamente, John viene avvicinato dal misterioso William Parcher, un agente del governo che gli propone di lavorare a una missione segreta in cui il talento del giovane matematico verrà impiegato per decifrare i codici segreti dei sovietici. L’unica a rompere l’isolamento di John è la bellissima studentessa Alicia Larde che riesce finalmente a farlo uscire dal suo guscio e a coinvolgerlo in una intensa storia d’amore. I due si sposano, ma dopo breve tempo la ragazza si accorge che il comportamento di John si fa sempre più strano. Sarà il Dr. Rosen a rivelarle che il marito soffre di una grave forma di schizofrenia paranoide.

A Beautiful Mind – biografia più o meno romanzata del vero John F. Nash, vincitore nel ’94 del Premio Nobel – dimostra ancora una volta quanto sia duttile e cristallino il talento di Ron Howard, un cineasta che film dopo film, passando attraverso vere e proprie gemme cinematografiche come Parenti, amici e tanti guai, Apollo 13, Ransom e il più recente The Grinch, continua a maturare, ad evolversi, fino a diventare l’ultimo alfiere del cinema classico hollywoodiano. Il suo stile, paradossalmente, consiste nell’assenza di stile, di un tocco immediatamente riconoscibile. Il suo modo di fare cinema è apparentemente semplice, ma in realtà vive di virtuosismi invisibili, preziosismi tecnici e soluzioni narrative che s’inseriscono nel racconto senza distrarre lo spettatore o stravolgere il testo di base. Lascia stupefatti la straordinaria semplicità di approccio con il quale Howard ha dato vita alla già ottima sceneggiatura di Akiva Goldsman (in parte ispirata alla biografia di Nash scritta da Sylvia Nasar), stravolgendo con un espediente allo stesso tempo ovvio e geniale la convenzione cinematografica che impone determinati codici visivi e narrativi alla descrizione della malattia mentale. L’effetto è stravolgente, spiazzante, per certi versi imprevedibile. Non solo. Il suo approccio non si limita a rimanere su un piano puramente tecnico o stilistico. Ron Howard riesce a raggiungere ben altre profondità e sfaccettature nella sua personale rilettura della vicenda di John Nash, fino a conferire alla malattia del protagonista un’inquietante dimensione politica: la schizofrenia di Nash diventa quindi la malattia di una intera nazione, alle prese con il morbo paranoico della Guerra Fredda che la sta divorando dall’interno, fino a far diventare se stessi (vale per Nash quanto per l’America) il proprio peggior nemico. A Beautiful Mind è una perla rara nel panorama cinematografico contemporaneo: un fulgido esempio di cinema per le masse realizzato con l’intelligenza e la passione di un artigiano umile, ma dotato di un talento infinito e geniale. (andrea tagliacozzo)

Road Trip

Todd Phillips fa parte della nuova generazione di registi presunti indipendenti cresciuta con il
Sundance Festival
di Robert Redford, tutta gente che conosce bene le regole del mercato e aspira solo a ritagliarsi un posto al sole a Hollywood. Infatti non si può certo dire che
Road Trip
sia un film coraggioso: non è che una commedia sfrenata con tre collegiali – Josh, E.L. e Rubin – che ingaggiano una corsa in automobile da New York al Texas per intercettare una compromettente videocassetta spedita erroneamente alla fidanzata di Josh; nella registrazione ci sono le immagini del povero Josh che cede di fronte alle grazie dell’avvenente Beth. Prevedibili le gag (che però funzionano) e abbastanza sostenuti i tempi narrativi, scanditi da una struttura da road movie scanzonato. Ma per competere con il vecchio e insuperabile
Animal House
, modello di
Road Trip
, ci sarebbero voluti la genialità anarcoide – benché recentemente appannata – di John Landis e la carica primitiva di John Belushi, ingredienti indispensabili per una sana e non riconciliata trasgressione. La produzione esecutiva è di Ivan Reitman, che comunque di «zingarate» all’americana se ne intende.
(anton giulio mancino)