Una spia per caso

Negli anni Cinquanta l’insegnante di lettere McGrath, che dopo il lavoro al liceo svolge anche la professione di istruttore di guida, dichiara alla moglie assetata di prestigio sociale di lavorare per la Cia. Le vicende si susseguono e lui viene effettivamente reclutato dalla Cia, per ritrovarsi paracadutato nella Baia dei Porci a tentare di uccidere Castro. Troppo intelligente per i lobotomizzati dei multiplex, ma allo stesso tempo troppo stupido per cervelli più fini; affabilità e ottime prestazioni sportive sono tutto ciò che questo film ha da offrire. Woody Allen (che ha scritto Pallottole su Broadway con McGrath) appare non accreditato.

The Bank

Un genio della matematica, un po’ nerd, scopre una formula per anticipare gli andamenti di borsa e quindi controllare il mercato con ingenti speculazioni. Il direttore della banca australiana più importante, un uomo senza nessun tipo di scrupoli, lo assume di corsa, intravedendo in quel secchione la chiave per diventare ricchissimo senza nessuna fatica. Parallelamente, una famiglia borghese è costretta al fallimento e colpita da un gravissimo lutto per colpa di un imbroglio della stessa banca. La causa in tribunale vedrà vicnere i più potenti, ma non tutto è perduto. Tutto sembra andare liscio per i banchieri, quando a un certo punto… Opera prima del produttore australiano Robert Connolly, The Bank è un simpatico giallo a sfondo economico dedicato agli smanettoni del computer e a chi odia le banche. Banale in molti passaggi, almeno ci risparmia l’happy end amoroso e tutti quei passaggi obbligati dei film scadenti di Hollywood. Di certo non un capolavoro. (andrea amato)

Delitto di polizia – Phoenix

Uno sbirro dell’Arizona con dipendenza dal gioco (Liotta), nei debiti fino al collo col suo allibratore, organizza un colpo con tre suoi compagni sbirri corrotti per derubare un pescecane di strozzino locale, ma naturalmente le cose si svolgono nella tipica maniera da B-movie. Questo neo-noir realizzato con stile vanta un cast superiore ma è affondato da personaggi riprovevoli e da uno script deprimente per quanto derivativo, post-moderno e tarantiniano. Ha debuttato sulla tv via cavo un anno prima dell’uscita nelle sale nel 1998. Panavision.

Autumn in New York

Will King è un noto ristoratore di New York che veleggia intorno ai cinquant’anni; ma la sua fama di tombeur de femmes offusca quella di chef e gourmet. Casualmente Will conosce la fragile Charlotte, e inevitabilmente se ne innamora. Lei però soffre di una rara forma di tumore e non ha più molto da vivere: per Will è giunto il momento di cambiare. Autumn in New York , pur non riuscendo a mantenere le sue promesse, non è un film detestabile come sarebbe lecito attendersi. Grazie al lavoro dell’operatore Changwei Gu (sua la luce, tra gli altri, di Addio mia concubina ), la regista Joan Chen riesce a filmare una New York umbratile e minimale. E se la scommessa di realizzare un mélo in minore è persa a causa della gestione poco accorta dei climax (soprattutto nel disastroso finale), resta impressa la vulnerabilità di un Gere finalmente non autopromozionale e la tenerezza severa di una sorprendente Winona Ryder. Di suo Joan Chen ci mette uno sguardo partecipe (anche se non sempre equilibrato), che rivela una grande attenzione ambientale. Peccato, perché il suo film avrebbe potuto essere una piccola sorpresa. (giona a. nazzaro)

Il matrimonio di Betsy

Betsy, figlia di Eddie e Lola Hopper, decide di sposare il giovane Jake Lovell. Sebbene non stia navigando in buone acque finanziare, Eddie accetta di accollarsi le spese della cerimonia nuziale. Mentre fervono i preparativi del matrimonio, anche l’altra figlia degli Hopper, Connie, s’innamora: lui è un mafioso, ma per amore della ragazza passerà dalla parte della legge. Una sorta di versione aggiornata de Il padre della sposa (un anno prima del remake ufficiale con Steve Martin), diretta con sottile umorismo e intelligenza da Alan Alda, ottimo anche come interprete. Eccellente anche il resto del cast, a partire dalla compianta Madeline Kahn in una delle sue prove migliori. (andrea tagliacozzo)

Accordi e disaccordi

Dopo aver tentato di aggiornare il proprio cinema con passerelle di star e autoanalisi spietate quanto compiaciute, Woody Allen pensa bene di rifugiarsi nella sua più autentica passione: il jazz. Accordi e disaccordi è il ritratto di Emmet Ray, personaggio di fantasia definito da critici veri come «il miglior chitarrista del mondo dopo Django Reinhardt». Come già in Zelig , l’artificio serve ad Allen per raccontare la verità dell’ossessione, ma qui le ambizioni sono più limitate: attraverso la figura di Ray, genio sconclusionato e immaturo, pateticamente ridicolo quando non impugna una chitarra, passa evidentemente una riflessione sul rapporto arte-vita che però non appesantisce mai né il racconto né il divertimento. Ai critici non è piaciuto e in America è stato un flop, ma è il miglior Allen dai tempi di Crimini e misfatti. I jazzofili apprezzeranno lo score di Dick Hyman e la gustosissima ricostruzione di un soundie, cioè uno di quei cortometraggi musicali in voga negli anni Trenta e Quaranta. (luca mosso)