La tragedia di un uomo ridicolo

Deludente film drammatico su un produttore di formaggio che si confronta con il rapimento presunto del figlio a opera di terroristi politicizzati. Bertolucci sembra voler rappresentare le tensioni e gli scompigli familiari, ma il suo messaggio è incredibilmente confuso.

La dolce vita

Marcello è un giornalista che girovaga per Roma, alla ricerca di scoop. Incontra un’attrice straniera, assiste a un’orgia e a un suicidio, aspetta l’alba in compagnia di una purissima fanciulla e di un pesce misterioso.

Già all’epoca tra i maggiori registi della sua generazione, Fellini esplode con uno dei suoi capolavori. Una delle opere fondamentali della storia del cinema del dopoguerra, un esempio irripetibile di rispecchiamento e trasfigurazione del proprio tempo in immagini.
La dolce vita
restituisce in modo perfetto il boom, l’Italia, ma è anche lontanissimo da ciò che racconta: è insieme «paparazzo», cronaca e incubo. Per comporre il suo affresco – di un fantascientifico biancore, di una luttuosità horror – Fellini ripercorre le «arti minori» del secolo. I suoi film, a partire da questo, avranno tutti la struttura del funerale ma anche della ricapitolazione: saranno nello stesso tempo radiofonici (Fellini reinventa il proprio cinema al montaggio), fumettistici (il suo
Cinemascope
è la versione cinematografica dei fumetti di Yellow Kid di Jacovitti), circensi…
(emiliano morreale)

La virtù sdraiata

Da un romanzo di Antonio Leonviola, adattato per il grande schermo da James Salter. Federico (Omar Sharif), un giovane avvocato, rimane colpito dal fascino di Carla (Anouk Aimée), la ragazza di un suo amico. Questi, tempo dopo, avendo avuto la certezza che la donna frequenta di nascosto una casa di appuntamenti, decide di troncare ogni rapporto con lei. Brutto scivolone per Sidney Lumet (regista di
La parola ai giurati, Serpico e Quel pomeriggio di un giorno da cani)
alle prese con un film decisamente lontano dalle sue corde.
(andrea tagliacozzo)

Otto e mezzo

Un regista in crisi, diviso tra la moglie e l’amante, va alle terme, ma anziché l’ispirazione arrivano angosce e incubi. Eppure il film deve partire. Prototipo del moderno «cinema sul cinema», che in consonanza con la francese «politica degli autori» mette al centro il regista (mentre fino ad allora le angosce del cinema erano state soprattutto quelle dei divi, tipo
È nata una stella
). Copiato e ricopiato mille volte, è invecchiato benissimo: un capolavoro di libertà di costruzione, un’abbagliante visione da incubo sottolineata dal bianco e nero di Gianni Di Venanzo. Gli spazi, i terrains vagues del sottofinale circense sono «fratelli nel dolore» delle spianate di Pasolini (quanti cantieri, nel cinema italiano di quegli anni!). Alla distanza, Fellini ha surclassato Antonioni: con i suoi clown e le sue Barbara Steele, era molto più vicino all’anima stessa del cinema, e lo stupendo personaggio della moglie Anouk Aimée contiene tutte le donne dell’incomunicabilità antonioniana, con in più l’autoironia.
(emiliano morreale)