Due o tre cose che so di lei

Alle soglie del ’68 (e della Cinese), in uno dei punti di massimo equilibrio del suo percorso, Godard chiude una stagione, quella della nouvelle vague in senso stretto, della «Bande à part», dei generi rivisitati e della nuova idea del cinema e della vita. Un’inchiesta del «Nouvel Observateur» funge da canovaccio quasi ironico per un’indagine sulla vita di una donna sposata che si prostituisce per soddisfare i mille nuovi bisogni indotti dalla società dei consumi. L’inchiesta è anche inchiesta su una città, con folgoranti inserti documentari (la «lei» del titolo è Parigi, negli anni della ricostruzione della città ad uso e consumo del neocapitalismo degli anni Settanta) e sulla messinscena di un luogo, un tempo, una sensibilità (celebre la ripresa dall’alto della tazzina di caffè). Una lezione di serietà e di inventiva per chiunque voglia esplorare un luogo, un tempo, un medium.
(emiliano morreale)

Montecristo 70

Un ex partigiano, accusato di aver ucciso dodici compagni per ragioni di denaro, viene rinchiuso in una colonia penale. Sostituendosi, all’interno di una bara, al cadavere di un detenuto, l’uomo riesce a evadere. La famosa vicenda di Edmond Dantès, ispirata al romanzo di Alexandre Dumas, viene trasportata in epoca contemporanea con risultati non del tutto convincenti.
(andrea tagliacozzo)

Germinal

Imponente adattamento del classico di Emile Zola del 1884, riesce a raccontare sia l’epopea di una desolata comunità rurale, sia la storia della povera famiglia di un minatore (Depardieu). L’azione comincia con un giovane in cerca di lavoro (interpretato dal cantante francese Renaud, al suo debutto come attore) che incita alla rivolta i lavoratori di un villaggio di minatori, risvegliando la coscienza politica della gente. Impressionante la rievocazione storica, ma a volte i personaggi sembrano un po’ finti. È tuttavia impossibile non sentirsi coinvolti. Già girato in Francia nel 1963. Panavision

Stavisky il grande truffatore

Uno strano esperimento. Doveva essere un’operazione commerciale, che ripercorreva un celebre scandalo finanziario della Francia degli anni Trenta, e per giunta con un divo come Belmondo. Un film provocatoriamente classico e limpido, tutto dolly e carrelli, in anni dominati da zoom e macchine a mano. Ma in realtà è un’opera complicata e segreta, in cui i paralleli storici (Stavisky e Trotskij in esilio) e le premonizioni (l’Europa alle soglie della catastrofe, e Stavisky che ironicamente mostra «il re nudo») costituiscono dei rimandi misteriosi e paralleli. Alla fine ne risulta una riflessione sugli enigmi e le trappole della Storia, sulla Storia come truffa e inganno. Un intreccio di eventi e situazioni, un’atmosfera di tristezza e minaccia: un film che riesce a trasmettere, se non la tragedia della Storia, almeno la sua malinconia.
(emiliano morreale)