Teresa Venerdì

Una trovatella s’innamora di un giovane medico, ispettore sanitario di un orfanotrofio femminile, che, oltre a essere già fidanzato, ha una relazione con una cantante. Ma la ragazza non si perde d’animo ed escogita il modo d’eliminare le due rivali. La trama del film, tratto dal romanzo di Rudolf Török, non brilla per originalità, ma De Sica è abile nell’aggirare l’ostacolo puntando quasi tutto sulla descrizione dei suoi personaggi, resi credibili anche grazie all’apporto del cast in cui spicca, nei panni della cantante, una straordinaria Anna Magnani. Pur senza comparire ufficialmente, alla sceneggiatura del film collaborò anche Cesare Zavattini. (andrea tagliacozzo)

Roma città aperta

Nei mesi dell’occupazione nazista, le vicende di un partigiano, di un prete e di una popolana sono destinate a epiloghi ugualmente tragici.

Programmaticamente ispirato al Cln nella scelta dei personaggi, il progetto di Rossellini si trasforma in un miracolo di cinema. Dovendo rinunciare a Cinecittà occupata dagli sfollati, girando su avanzi di pellicola, un regista tutto sommato di regime prende due divi del varietà e crea uno sguardo nuovo sull’uomo e sul mondo. Molto cinema italiano ed europeo nasce da lì (anche la commedia all’italiana secondo alcuni, nella scena della padellata in testa al vecchio).

Ancora oggi il film è di una potenza insuperata, proprio per il suo straordinario intreccio fra rigore e melodramma. E rimane devastante l’urlo della Magnani, uno dei momenti più alti della storia del cinema.
(emiliano morreale)

Mamma Roma

Al secondo film, Pasolini tenta di ibridare la straordinaria scoperta/invenzione dell’esordio
Accattone
con un pezzo di storia del cinema italiano, Anna Magnani. All’epoca il tentativo parve ai più una forzatura, ma oggi
Mamma Roma
appare davvero uno degli esiti più alti del regista. La storia – melodrammatica e assolutamente credibile – della prostituta costretta a tornare sulla strada e del suo amore folle e distruttivo per il figlio si dipana in una sorta di magico equilibrio, nel quale i «tipi» lukacsiani diventano icone e allegorie. Alcuni momenti del film sono degni di figurare fra le vette del cinema italiano: basterebbero solo la sequenza iniziale del matrimonio e quella finale, con la contenzione del ragazzo e l’urlo muto della Magnani (che riprende quello celebre di
Roma città aperta
, cui Pasolini aveva già dedicato una poesia), a fare di questo film un capolavoro.
(emiliano morreale)

Selvaggio è il vento

Nel Nevada, un ricco allevatore di origini italiane decide di sposare la sorella della defunta moglie. La donna, appena arrivata dall’Italia, trova difficoltà ad ambientarsi. Quindi, delusa dall’atteggiamento del marito, si lascia sedurre da un giovane dipendente. Ottima la Magnani, che ottenne la nomination all’Oscar (già vinto due anni prima con
La rosa tatuata
). Il film, eccessivamente costruito, non si può dire altrettanto riuscito.
(andrea tagliacozzo)

L’ultima carrozzella

Un vetturino romano non vuol cedere all’avanzare dei tempi e sostituire la sua carrozzella con una bella automobile. Un giorno una celebre artista di varietà dimentica una valigietta sulla sua vettura e per il pover’uomo è l’inizio di una serie di guai. Commedia quasi neoralista – sceneggiata da Aldo Fabrizi con Federico Fellini – che offre ai due protagonisti l’occasione di scatenarsi in una vera e propria gara di bravura. Fabrizi e la Magnani si ritroveranno due anni dopo in
Roma città aperta
di Roberto Rossellini.
(andrea tagliacozzo)

Bellissima

Maddalena vorrebbe per la figlia, mingherlina e non bellissima, un futuro di attrice. Per farla arrivare sarebbe disposta a tutto, ma l’orrore del mondo che incontra è tale da far nascere in lei un disgusto che si scioglierà in un lungo pianto. Pietra tombale del neorealismo e presagio della fine di un popolo, Bellissima riesce a seminare inquietudini anche sul nostro presente. Uno dei più bei film del cinema italiano e capolavoro di Visconti: teorico e carnale, modernissimo, metafilmico come molto cinema di quegli anni, da La signora senza camelie di Antonioni ai melodrammi di Cottafavi, fino al felliniano Sceicco bianco. Lavorando su uno spunto di Zavattini, Visconti ci lascia una feroce autocritica del neorealismo, quella stessa che poco dopo tentò ancor più radicalmente – ma con esiti meno felici – il Rossellini di Dov’è la libertà? . Le lacrime della Magnani sulla panchina, mentre si odono le note de L’elisir d’amore di Donizetti, sono l’anello che congiunge l’urlo di Roma città aperta al singulto funebre di Mamma Roma. (emiliano morreale)