L’uomo di vetro

Leonardo Vitale è stato il primo pentito di mafia, il primo a sfidare l’omertà dell’organizzazione criminale più radicata nel nostro paese, e per questo venne inizialmente arrestato, rinchiuso in un manicomio giudiziario e infine ucciso. Alla sua vicenda è ispirato il romanzo di Salvatore Parlagreco da cui il film di Stefano Incerti è tratto.

Io, loro e Lara

Padre Carlo Mascolo è un missionario che vive in un villaggio nel cuore dell’Africa dove – parole sue – fa ” il medico, il preside, l’agricoltore, il meccanico e lo sceriffo a tempo pieno”. Da qualche tempo avverte i sintomi di una crisi spirituale che lo angoscia sempre di più. Dunque decide di tornare a Roma per parlarne ai suoi superiori. Il suo padre spirituale lo tranquillizza, a volte è necessaria una pausa di riflessione. Lo esorta a trascorrere un po’ di tempo in famiglia per ritrovare se stesso attraverso il calore dei propri cari. Intanto da un’altra parte della città, in un minuscolo appartamentino di periferia, una misteriosa ragazza fa dei colloqui con un assistente sociale. Sembra che la ragazza, Lara, abbia avuto dei seri problemi in passato che adesso sta cercando di risolvere. Ma nonostante l’aria da educanda che ostenta con l’assistente sociale, Lara conduce una doppia vita. Di notte, di fronte ad una web cam si trasforma in una sensualissima modella in latex e tacchi a spillo…

Notte senza fine

Come definire il cinema di Elisabetta Sgarbi? Cinema di pensiero, o di parola? In ogni caso parola letteraria. Certamente, dietro alle sue intenzioni si avvertono le elucubrazioni cinefilosofiche di Enrico Ghezzi (sempre acute, sempre provocanti ma a volte anche autofagiche) e le lezioni oggi troppo dimenticate di Godard e di de Oliveira, di Kluge e di Straub (ricordate? ebbe l’ardire di filmare il
Moses und Aron
di Schoenberg).

Che cos’è, di fatto,
Notte senza fine?
Innanzitutto un film affascinante, inquietante e per i primi minuti lievemente narcotizzante, talmente siamo poco abituati alla camera fissa, alla rarefazione estrema del montaggio, al buio che invade e sala e schermo, un buio strappato da poche luci che piombano sui volti degli attori. Anzi, delle attrici e di un solo attore, che interpretrano tre testi e/o monologhi di tre autori contemporanei.

Gli interpreti: Galatea Ranzi, che recita
L’amore lontano
dello scrittore libanese Amin Maalouf; Toni Servillo e Laura Morante, alternati, ne
La Fatalità della bellezza
del marocchino Tahar Ben Jelloun; e, infine, Anna Bonaiuto psicoticamente sdoppiata ne
Il buio
del pakistano Hanif Kureishi. Sono testi di vario genere letterario, dal racconto al monodramma, che la Sgarbi ha «sceneggiato» come monologhi, immergendo l’interprete in una notte appena rischiarata da una luna fintissima ma illuminando i volti di luci di scena violente e isolanti, aggettanti, in modo tale che l’espressione e la parola emergano con forza, a persuadere, a emozionare, a riempire il buio e il silenzio di esterni che sembrano tutti fondali da tragedia greca.

Come la cava di Marlungo a Carrara dell’ultimo episodio, oppure la villa palladiana Badoera di Fratta Polesine. Non sto neppure ad accennare alla trama dei singoli testi, che possiamo leggere raccolti in un volume Bompiani curato dalla Sgarbi stessa. Letterariamente, posso dire che il testo che più mi ha convinto è
Il buio
di Kureishi, una convinzione che riverbera anche cinematograficamente, perché la regista con la sua quasi maniacale economia di movimenti e la dilatazione progressiva della luce riesce a restituire l’emergere angoscioso di una verità che forse è pirandellianamente proiezione di follia.

Cinema di provocazione, di ricerca, tentativo di restituire alla parola quel ruolo che ha perso; ma anche di ridare alle immagini un peso e un valore che la produzione contemporanea, sempre più standardizzata e videoclippata, ha come nullificato. In tal senso, l’improvviso sbalzare di particolari, sia l’agitarsi di una tenda mossa dal vento, l’aggettarsi una colonna, o la sosta su un muro sbreccato costituiscono l’alternativa figurativa alla parola, la sua sottolineatura interpretativa, come in tutti i testi dello scrittore tedesco W.G. Sebald, che la Sgarbi per prima ha fatto conoscere in Italia.
(piero gelli)

Mio fratello è figlio unico

Accio (Elio Germano) è un ribelle e come tutti i ragazzi della sua età e della sua epoca non conosce le mezze misure. La sua famiglia vive a Latina e, nonostante viva davanti alla tv gli eventi a cavallo fra gli anni Sessanta e Settanta, la sua voglia di emulazione è irrefrenabile. Diventa un picchiatore fascista e, di conseguenza, la pecora nera della famiglia: suo padre operaio e suo fratello maggiore (Riccardo Scamarcio) stanno dall’altra parte, dalla parte dei comunisti. Accio cresce a suon di botte e in continuo litigio con il fratello. Deluso dai suoi compagni di partito, si converte e passa dall’altra parte, proprio quando suo fratello partecipa all’assassinio del direttore di una fabbrica. I due sono costretti a separarsi e partono entrambi per il Nord. Due anni dopo si ritrovano a Milano ma il fratello muore per mano della polizia.

Dove siete? Io sono qui

La storia di un ragazzo e una ragazza sordomuti, di diversa estrazione sociale, ma innamorati l’uno dell’altra. Un film molto riuscito nei suoi momenti narrativi, in cui la Cavani adotta un registro semplice e diretto. Più sconclusionate le frazioni oniriche, intrise di simbologia.

La ragazza del lago

Nella sperduta provincia friulana, Anna, una giovane studentessa, viene trovata morta annegata sulla sponda di un lago. A occuparsi del caso è chiamato il commissario Giovanni Sanzio, da poco trasferitosi. Insieme ai colleghi Siboldi e Alfredo, Sanzio inizia un’indagine che lo coinvolgerà emotivamente.

Appassionate

Napoli, 1929: Michele uccide la moglie che lo tradisce dopo aver visto un film.
Napoli, oggi: Rosa sogna, ascoltando canzoni alla radio, un amore che non giunge mai, convinta che il padre sia morto. Caterina, sua sorella, ammazza l’ex amante che si è sposato con un’altra. Maddalena, una prostituta che ha assistito alla scena, sconvolta, decide di cambiare vita: uccide un suo cliente e poi si consegna ai carabinieri. In carcere conosce Caterina. Intanto, in una masseria di campagna, la Madonna delle Galline sorge dalla terra. Nonostante le polemiche e le ironie che hanno accolto il film di Tonino De Bernardi,
Appassionate
è e resta un capolavoro, uno dei pochi partoriti dal cinema italiano negli ultimi anni. De Bernardi possiede il dono di girare con una leggerezza sensuale e inusitata, nella quale sembrano ritrovarsi le illuminazioni rosselliniane, il realismo magico di Kiarostami e la plasticità del miglior cinema portoghese. A tutto ciò aggiunge una fame di vita che gli permette di riprendere i corpi incantandosi dinnanzi al loro splendore carnale. De Bernardi filma a frammenti, eppure tutto si muove fluido e generoso, congiungendosi con le lacrime dello spettatore nel luogo dove il cinema è situato ancora all’altezza del cuore. Sarebbe curioso, infine, abbinare
Appassionate
a
Rosatigre
, pellicola nella quale De Bernardi ritorna a Napoli ritraendola con un’urgenza e una furia che si decantano in una sorta di action painting del gesto filmante.
(giona a. nazzaro)

Tutti al mare

Protagonista Maurizio che, ogni mattina, si reca al suo chiosco sulla spiaggia dove la gente va a godersi il meritato riposo settimanale. C’è chi ci capita per caso, chi ci va ogni anno e chi giura che “questa sarà l’ultima volta”.

Maurizio, proprietario del chioschetto, oltre al lavoro, deve accudire anche la madre, un’anziana arcigna e capricciosa sulla sedia a rotelle, che lo accompagna ogni giorno e lo comanda a bacchetta.

La fonte principale del suo guadagno è il pesce fresco, di provenienza incerta. Al chiosco si beve, si mangia, si fanno quattro chiacchiere con gli sconosciuti, si ammirano le belle ragazze, si sogna e ci si arrabbia. Oppure si sta lì, a far niente, godendosi una bella giornata. Si affittano ombrelloni e sdraio, con colazione e pranzo inclusi nel prezzo. È un via vai di gente che si scotta al sole, uomini, donne, tipi strani.

La sera poi, quando i bagnanti se ne vanno, il chioschetto si trasforma totalmente e, tra candele, tovaglie bianche e ed eleganti camerieri, tutto si trasforma in un ristorante di classe, Chez Maurice.