Onde

Una ragazza che lavora in un esercizio commerciale all’aeroporto è preda di un complesso di inferiorità che le causa difficoltà nei rapporti interpersonali, in particolare con gli esponenti del sesso opposto. Una macchia violacea sul viso, una «voglia», la rende – a suo modo di pensare – indesiderabile per chiunque. Fino a quando non incontra Luca, un musicista sensibile e non vedente. Con lui Francesca riesce a costruire un rapporto di amicizia che sfocia in amore. Ma il «difetto» della ragazza ha lasciato un segno profondo nella sua psiche e la storia con Luca prenderà una piega im

Santa Maradona

Che cosa si fa da grandi? Si va dallo zio a vendere box doccia o si prova a far qualcosa con la propria testa? Alla soglia dei trent’anni un ragazzo torinese, Andrea, trascina la sua esistenza tra casa, fidanzate, colloqui di lavoro, assillo dell’affitto, bar, discoteca, la partita della Juve, qualche furtarello per divertirsi, pizza e videocassetta… Solita roba. Vive con Bart, simpaticissimo fancazzista con pearcing sul sopracciglio, e un terzo amico che torna a casa un giorno pieno di soldi e di droga. Poi chiede ospitalità anche Lucia, indio-napoletana, che ha posato nuda facendo venire un infarto alla madre. Niente stress, apparentemente. Inquietudine, sì. Andrea, mentre è in ritardo per un colloquio, si scontra per strada con una ragazza, Dolores, bella ma non esattamente un’intellettuale, forse nemmeno troppo intelligente, aspirante attrice. La incontra di nuovo. E comincia una storia, con gelosie retroattive, litigi e rappacificazioni. Intanto, un colloquio va male, un altro potrebbe andar bene, ma Andrea dovrebbe trasferirsi a Roma. «No grazie – risponde – devo prima sistemare le cose qui…». Meglio provarci, ad affrontare la vita, o meglio il box doccia?

Commedia generazional-schizzata. Dialoghi serrati, veloci, battute a raffica, come il linguaggio non esattamente da signorine dei quasi trentenni, magari con laurea, senza grandi problemi se non quello di tirare a campare. Sicuramente si ride. Libero Di Rienzo è un’ottima spalla di un ottimo Accorsi. Ma manca la storia, manca l’intreccio, o forse Marco Ponti, al suo esordio alla regia, vuol proprio fare un quadro di questa non-generazione che non-agisce e solo a un certo punto si sveglia e decide di prendere la vita di petto. Qualche banalità, qualche scena già vista (ma perché Accorsi ogni tanto si mette a correre come un dannato, manco fosse la Lola di
Lola corre
?), comunque un film divertente e furbo. Diventerà, complice il bell’Accorsi, un altro cult della stagione? Spiegazione del titolo: il film è girato a Torino, il calcio è solo un particolare, Maradona appare in un filmato solo all’inizio. Dunque,
Santa Maradona
è il titolo di una canzone di Manu Chao, quando cantava con i Mano Negra nel 1994. Maradona, lì, era un santo che vegliava sugli italiani. Ma qui? Lo spettatore se lo domanda scorrendo i titoli di coda (che bisogna fermarsi a leggere anche perché inframmezzati da alcune battute degli interpreti)…

Uno su due

Lorenzo Maggi è un giovane avvocato di successo. Alla vigilia della chiusura di un importante affare, viene ricoverato in ospedale per un sospetto tumore al cervello e sottoposto a una serie di esami. I giorni passati ad aspettare i risultati lo cambieranno nel profondo, anche grazie all’incontro con Giovanni, il suo compagno di camera. 

Manuale d’amore

Film in quattro episodi dedicati ad altrettante fasi dell’amore fra un uomo e una donna. Nel primo episodio lo stralunato Tommaso (Silvio Muccino) si innamora della bella Giulia (Jasmine Trinca). Inizialmente non ricambiato, riuscirà far cambiare idea alla ragazza. Il secondo episodio vede invece Barbara (Margherita Buy) e Marco (Sergio Rubini) affrontare la loro prima crisi coniugale, mentre nel terzo Ornella (Luciana Littizzetto) viene tradita dal marito Gabriele (Dino Abbrescia) ma si rifà con gli interessi portandosi a letto un affascinante anchor man televisivo. Nell’ultimo episodio, infine, Goffredo (Carlo Verdone) viene abbandonato dalla donna che ama, trovando un tenue motivo di speranza nell’incontro con Livia (Anita Caprioli).
Un’occasione perduta. Allenatore, parole sue, di un «dream team» formato da alcuni tra i migliori attori di ciò che resta della commedia italiana, Giovanni Veronesi firma un film incredibilmente debole, affossato da una sceneggiatura assai banale, firmata dallo stesso regista insieme a Ugo Chiti e nata da un’idea di Vincenzo Cerami. Se il primo episodio potrebbe essere salvato per il rotto della cuffia, non altrettanto si può dire del secondo e del terzo, mentre il quarto, forse il migliore, vede un ottimo Verdone reggere da solo la baracca. Troppo poco. Con un cast del genere si poteva e si doveva fare molto meglio. Aurelio De Laurentiis, produttore del film, dice che gli incassi crollano a causa della pirateria. Forse potrebbe decidere di investire le sue risorse in film più interessanti, cosa che ci permettiamo di consigliare anche ai nostri lettori. (maurizio zoja)

Non pensarci

Un rocker che non ha mai sfondato torna nella sua città natale, Rimini. Qui incontra di nuovo il fratello, impegnato nella gestione dell’azienda di famiglia, la sorella ipnotizzata dai delfini dell’acquario e i genitori sempre più attempati. La lunga assenza gli riserva moltissime rivelazioni sui suoi cari: deciderà così di prendersi cura di tutti e, in fondo, anche un po’ di se stesso.

Denti

Sergio Rubini ha due incisivi enormi e una compagna bella e aggressiva che, nel corso di una lite, si premura di spezzarglieli. La peregrinazione da un dentista all’altro alla ricerca di un rimedio si trasforma in un viaggio allucinato alla ricerca della felicità e di una nuova vita. Come al solito, con Salvatores, ci si ritrova alle prese con un film e un cineasta divisi da una profonda incomprensione. Da un lato il regista profondamente legato agli anni Settanta (Procol Harum & co.), dall’altro l’intellettuale che tenta in tutti i modi di sintonizzarsi sulle nuove emergenze tecnologiche e linguistiche. In mezzo, un vuoto pneumatico di idee che un florilegio di stili non riesce a nascondere: anzi denuncia crudelmente. Ma poi, nella vicenda odontoiatrica del film, qualche idea potrebbe pure esserci. Salvatores intuisce che il cinema che conta oggi si gioca tutto sulla sparizione del campo: sull’immanenza dell’immagine autosufficiente e senza profondità, sull’abolizione del fuori-campo. E fin qui ci siamo. Salvatores intuisce gli snodi cruciali del raccontare per immagini oggi. Sa come manipolare suoni e montaggio, anche se il prologo (in perfetto stile
Pink Floyd Live at Pompei
) dice tutt’altro sul Nostro… Ma, come ogni buon contenutista della sua generazione, non riesce ad accettare la libertà che il vuoto necessariamente comporta. Salvatores, insomma, non riesce a far cinema dopo «la morte del cinema» e quindi si aggrappa inutilmente alla parola nella sua forma più deteriore: la sceneggiatura.
Denti
, invece di inebriarsi del nulla che lo costituisce e che solo avrebbe potuto salvarlo, arretra terrorizzato e cerca redenzione in un inquietante psicologismo d’accatto (viva la mamma…). Errore di prospettiva e di metodo. Il flusso visuale post-cinematografico, infatti, non è l’equivalente del flusso di coscienza di Joyce, di Svevo, di Musil. Non basta smontare la linearità della narrazione per ritrovare la vertiginosa profondità della parola-sonda che rivela mondi e sentimenti. La contraddizione di
Denti
, film di pure superfici, è di voler annullarsi in una parola in grado di orientare il flusso delle immagini. Il suo fallimento è tutto racchiuso in questo cortocircuito: la parola non può redimere l’immagine e l’immagine ormai viaggia senza la parola. In questo senso, la letteratura del Novecento non solo ha anticipato il cinema, ma si è spinta in regioni che sono e saranno sempre restie al
visuel
. Al cinema (quel che ne resta…), per trovare una nuova forma di verginità linguistica, non rimane altro che dover giocare con i simulacri della propria finitezza. Salvatores invece continua a parlarci di corpi addirittura pre-cinematografici, con un linguaggio che invece si vorrebbe giunto alla fine stessa delle immagini.
(giona a. nazzaro)

Immaturi – Il viaggio

Dopo essersi ritrovati per affrontare gli esami della maturità, i sette protagonisti decidono di organizzare quel famoso viaggio che non erano riusciti a fare ai tempi del liceo. Accompagnati, chi volontariamente e chi no, da mogli, fidanzate, genitori e figli, vivranno nuove avventure e nuovi percorsi di crescita in un’isola della Grecia, rivelando ognuno nuove debolezze, a dimostrazione che la vera ‘maturità’ non si raggiunge mai completamente.

Ma che colpa abbiamo noi

Otto pazienti sono in una seduta di analisi di gruppo. Mentre raccontano i loro problemi e i loro sogni, la dottoressa che li cura muore di vecchiaia. Gli otto, tre donne e cinque uomini, decidono così di fare una terapia autogestita, senza l’aiuto di uno specialista. Gegè è figlio di un industriale severo, ne è ancora vittima alla sua età. Di nascosto frequenta una ragazza più giovane di lui, appassionata di palestra. Ha un figlio in Argentina che non vede da una decina di anni, perché ha paura di viaggiare in aereo. Flavia è una professoressa, nevrotica per le scarpe e amante di un uomo che non lascerà mai la famiglia. Chiara è una studentessa di architettura, bulimica, innamorata di un compagno di chat, che non ha mai visto. Marco è figlio di un ambasciatore, silenzioso e introverso. Ernesto ha tradito la moglie, che lo ha cacciato, e adesso vuole riconquistarla. Per riuscire a dormire deve prendere il treno. Luca è un omosessuale innamorato di un bisessuale sposato. Alfredo è un orchestrale obeso, molto cattolico, che vive ancora con la madre. Gabriella è una donna eccessiva, che non vuole rassegnarsi al passare del tempo. Il gruppo di analisi riesce a sopravvivere grazie all’unità, all’amicizia e alla solidarietà reciproca, che ogni tanto però sembra soccombere all’egoismo di ognuno. Un film sulle fragilità umane, sul disperato bisogno di aggrapparsi al proprio analista come se solo lui potesse riuscire a trovare la via della salvezza. Un film corale, con un ottimo cast, per una commedia che non fa ridere, ma che fa sorridere sulle debolezze comuni. Dopo tre anni di silenzio, e 22 anni di carriera, Carlo Verdone ritorna sul grande schermo con una pellicola che ricorda Compagni di Scuola e Maledetto il giorno che ti ho incontrato, ma che comunque riscopre il piacere di raccontare la nostra Italia, dopo il flop di C’era un cinese in coma. Non uno dei suoi film migliori, ma ben lontano dal peggiore. (andrea amato)

20

Beatrice (Anita Caprioli) è un’attrice porno, Eva (Cecilia Dazzi) la vuole intervistare per la tv e la porta via in macchina. Il viaggio perde ben presto la sua meta e si trasforma in svagato vagabondaggio per la campagna romagnola. Fra improbabili conversazioni dettate da una sceneggiatura che grida vendetta e incontri con personaggi pittoreschi tutti interpretati da Ivano Marescotti (unica trovata decente del film), il film si perde in una latitanza di necessità esemplare. Caso di giovane cinema italiano prodotto a Milano in modo indipendente inutile come solo alcuni articoli 8 sanno essere, il film è passato a Berlino, ma non ha trovato una distribuzione nazionale. Pozzi, che di mestiere dirige spot, cerca continuamente di sorprendere lo spettatore: piazza la macchina da presa nella tazza del water, ma non conosce il valore dell’inquadratura, gioca con la temporalità della storia, ma monta senza il minimo di rigore. Tanta presuntuosa approssimazione (che tocca il culmine in un’inutile autocitazione del corto
Doom
) lascia più avviliti che arrabbiati.
(luca mosso)