Road Trip

Todd Phillips fa parte della nuova generazione di registi presunti indipendenti cresciuta con il
Sundance Festival
di Robert Redford, tutta gente che conosce bene le regole del mercato e aspira solo a ritagliarsi un posto al sole a Hollywood. Infatti non si può certo dire che
Road Trip
sia un film coraggioso: non è che una commedia sfrenata con tre collegiali – Josh, E.L. e Rubin – che ingaggiano una corsa in automobile da New York al Texas per intercettare una compromettente videocassetta spedita erroneamente alla fidanzata di Josh; nella registrazione ci sono le immagini del povero Josh che cede di fronte alle grazie dell’avvenente Beth. Prevedibili le gag (che però funzionano) e abbastanza sostenuti i tempi narrativi, scanditi da una struttura da road movie scanzonato. Ma per competere con il vecchio e insuperabile
Animal House
, modello di
Road Trip
, ci sarebbero voluti la genialità anarcoide – benché recentemente appannata – di John Landis e la carica primitiva di John Belushi, ingredienti indispensabili per una sana e non riconciliata trasgressione. La produzione esecutiva è di Ivan Reitman, che comunque di «zingarate» all’americana se ne intende.
(anton giulio mancino)

Ho solo fatto a pezzi mia moglie

Una delle più sonore bufale da almeno cinquant’anni in qua. La roba di Arau è inguardabile anche se camuffata da primizia iconoclasta, antireligiosa, ricercata e originale. Il macellaio Allen fa a pezzi la moglie Stone che lo tradisce col poliziotto Sutherland e con mille altri. La mano col medio alzato di lei viene trovata da una cieca a El Niño nel New Mexico, dove tutti la prendono per un dono del cielo: compie miracoli. La Chiesa vede scandalo, ma solo perché il prete del paese si titilla nel confessionale con la prostituta Cucinotta. La storiella cretina dell’apparente santa reliquia capace di esaudire i desideri di cittadini che fanno della loro fede un mercato è la prova definitiva che siamo ormai in un paese di imbecilli. I ghirigori formali di Storaro che gira col formato Univision vorrebbero portare il film in territorio Arturo Ripstein, ma fanno piangere. Il mix di grottesco e surreale, volgare demenza e spinta eretica, stanca appena dopo l’inizio, e dopo cinque minuti ti induce a uscire. La comicità è ai livelli dei film con Gigi e Andrea, ma almeno quelli erano sanamente scemi e senza alcun secondo fine. Gli interpreti, poveretti, non sanno cosa guardare dire e fare: uno spreco di dimensioni colossali. Si accomodino pure tutti coloro che riescono a tirar fuori qualcosa di perlomeno sopportabile da questa offesa all’intelligenza di una persona anche meno che comune. (pier maria bocchi)