Le chiavi di casa

Per una serie di occasioni collegate alla manifestazione veneziana, una pioggia di osanna ha salutato il film di Amelio.
Ancor prima di averlo visto, al Lido, si mormorava con asseveratezza che era bello. E come poteva non esserlo: il romanzo di Pontiggia da cui derivava, Nati due volte, lo è; il tema, quello del rapporto tra un padre e un figlio con handicap, importante e lancinante; il regista, di quelli che non deludono mai sull’impegno e sul rigore. Ora, non intendo fare il bastian contrario, né asserire che l’appuntamento è mancato, ma solo sottolineare quanto l’uggioso coro degli assensi, e politici e critici, generi una sorta di fastidio che riverbera negativamente sul film, per quel troppo che è stato detto e soprattutto predetto.
Il quale film a me sostanzialmente è piaciuto, per l’asprezza e l’asciuttezza con cui Amelio tratta un argomento che nel cinema di solito genera lacrimose consolazioni (basta pensare a quell’ Ottavo giorno che qualche anno fa fu premiato a Cannes).
Qui ogni antefatto è eliminato o ridotto al minimo, ogni snodo narrativo è essenzializzato al massimo; per concentrare l’attenzione unicamente sul rapporto padre/figlio, il regista sceglie di ambientare il film a Berlino e nessuno dei due parla il più spiccio basic tedesco. Unica voce a interloquire, e a illuminare la coscienza dello sprovveduto genitore protagonista (e di noi spettatori) è quella della madre di una ragazza afflitta da una ben più grave disabilità. La madre, una stupenda Charlotte Rampling, consiglia al giovane padre di leggere il libro di Pontiggia, «perchè ci riguarda» gli dice. Ed è l’unico riferimento diretto al romanzo in questione, mentre la promozione Rai aveva accreditato e contrabbandato una trasposizione più o meno fedele.
Di fedele invece c’è solo spirito, e l’esplicazione di quell’intuizione che il bellissimo emozionante racconto di Pontiggia evidenzia fin dal titolo; e che il film invece in qualche modo banalizza – nel film la giovane madre muore mettendo al mondo il figlio e il padre per oltre quindici anni non vuole neanche vederlo e si rifà un’altra moglie e un altro figlio; beh! siamo ben lontani dal libro! Senza indulgere in facili effetti patetici, con grande linarità e concentrazione, Amelio segue l’evolversi di un dialogo difficile, con crescente tensione, affidando il ruolo coreutico (che commenta e spiega) alla madre francese interpretata dalla Rampling, e alterna scene di angosciosa drammaticità ad altre ricche di tenerezza e perfino di comicità.
Il merito qui è dell’adolescente protagonista, Andrea Rossi, che sa rendere perfettamente luci e ombre di una mente oscura e lontana ed è merito anche del bravissimo Kim Rossi Stuart, quasi soffocato dall’imbarazzo e dal senso di colpa, disperato e goffo nei suoi tentativi di instaurare un rapporto col ragazzo; rapporto difficile, forse impossibile, che il regista chiude ambiguamente col pianto dirotto del padre, consolato dal figlio, come un trapasso di maturità. Grande scena, come tante altre. Eppure, eppure, qualcosa, nel film, non funziona, non convince, non coinvolge. Il film ha qualcosa di troppo dimostrativo, di troppo didattico, di troppo freddamente ragionato, vi manca quel tocco di trasgressività poetica che c’era invece ne Il ladro di bambini e ne Il piccolo Archimede. (piero gelli)