Le cose che so di lei

Rodrigo García è il figlio di Gabriel García Márquez. È bene saperlo, se non altro per rispondere a una domanda che sorge spontanea: come fa un «giovane» alla sua prima prova come regista a raccogliere le firme di un cast stellare come quello che vanta
Le cose che so di lei?
Sinceramente, e fuori da ogni pregiudizio, l’unica risposta risiede nell’affermazione iniziale. Glenn Close, Cameron Diaz, Holly Hunter da sole valgono tre film con incassi sicuri al botteghino. Qui tutte insieme, ma separatamente, non riescono a tenere neanche tre cortometraggi, nonostante lo script sia, non a caso, costituito da alcuni brevi racconti intrecciati, nei quali vengono presentati i ritratti di sei donne: una ginecologa, una detective, una direttrice di banca, una cartomante, una madre single, una donna cieca, tutte alle prese con i problemi della vita moderna, nella solitudine del quartiere di San Fernando Valley a Los Angeles. Un’antologia drammatica che è cresciuta come un mostro tra le mani del povero Rodrigo. Subito dopo aver vinto nel 1999 il premio Sundance-International Filmmakers, ha ricevuto le attenzioni di Jon Avnet che, nelle vesti di produttore, gli ha proposto di realizzare il film. Per incanto è piombata l’adesione di Glenn Close, che dice di non aver resistito all’avvincente sceneggiatura di Rodrigo («A pagina 5 ho detto: lo faccio»), e a seguire quella di Holly Hunter, di Cameron Diaz e così via. Ora, sarebbe stato difficile anche per un regista navigato come Robert Altman riuscire a contenere in una pellicola la bravura di queste «corazzate» hollywoodiane: figuriamoci per un giovane alle prime armi, sebbene figlio d’arte… Il risultato non fa che dimostrarlo e a commento viene in mente il detto popolare, saggezza vera, «Dio dà il pane a chi non ha i denti». Qui in verità più che di pane si trattava di prelibate focaccine speziate, che nel «gran cesto» di questo film non hanno reso la flagranza che ci si aspettava.
(dario zonta)

Nove vite di donna

Nove vite narrate con abile piano sequenza dal regista Rodrigo Garcia, figlio dello scrittore colombiano premio Nobel per
Cent’anni di solitudine.
Nove donne – tutte adulte, tra i 35 e i 45 anni – colte in un momento decisivo della loro esistenza. Sandra
(Elpida Carrillo),
detenuta nel carcere femminile di Los Angeles, vive il rimorso per la forzata separazione dalla figlia piccola; Diana
(Robin Wright Penn),
in attesa del primo figlio, ritrova un vecchio amore proprio quando le era parso di averlo finalmente dimenticato; Holly
(Lisa Gay Hamilton)
è

alle prese con un rapporto conflittuale irrisolto col patrigno. Lorna
(Amy Brenneman)
partecipa alle esequie della moglie del suo ex marito sordomuto, scoprendo di non essere mai stata dimenticata; Ruth
(Sissy Spacek)
ha una figlia teenager
(Amanda Seyfried)
che non sa decidersi a spiccare il volo perché non vuole abbandonare i genitori in rotta, mentre la madre, stanca di assistere il marito semiparalizzato ma ancora innamorata di lui, giunge a un passo dal tradirlo; Sonia
(Holly Hunter)
vive un contrastato rapporto di coppia e soffre quando il suo compagno rivela ad amici del suo aborto; Camille
(Kathy Baker)
scopre di non riuscire a dominare i propri istinti, morsa dalla paura mentre si trova in ospedale per l’asportazione di un seno a causa di un tumore. A nulla vale il tentativo di tranquillizzarla del marito
(Joe Mantegna);
infine Maggie
(Glenn Close)
vive sospesa tra la realtà e il ricordo lancinante della figlia morta ancora bambina.

Il film che si è aggiudicato il
Pardo d’oro
al Festival del film di Locarno 2005 è una mirabile galleria di interpretazioni femminili, colte con mano felice da Rodrigo Garcia, sensibile e abile nel fissare sullo schermo alcuni «momenti decisivi» – per mutuare un concetto caro ad Henri Cartier-Bresson – nella quotidianità al femminile. Tuttavia la quantità di vicende che il regista decide di tenere contemporaneamente in equilibrio, come uno spericolato giocoliere, è decisamente eccessivo. Troppo complicato intersecare in maniera credibile le differenti vicende le une nelle altre, come un puzzle a più livelli. Talvolta l’esercizio riesce, talaltra no. Un drastico ridimensionamento delle storie avrebbe giovato all’intreccio e alla coesione dell’opera, dandoci anche il tempo di appassionarci di più alle singole vicende, tutte comunque ben recitate. Ci si consenta però una licenza finale: che sfiga hanno le donne di Rodrigo! Non abbiamo dubbi circa la durezza della vita al femminile, ma vivaddio esistono anche le gioie. Ma in questo film non ve n’è traccia.
(enzo fragassi)

Daylight – Trappola nel tunnel

Buon film catastrofico vecchio stile, costruito in modo stereotipato. Stallone è un poveraccio che lavora per il pronto intervento medico di New York: quando un’enorme esplosione distrugge il tunnel che passa sotto il fiume Hudson, si lancia in azione per salvare un gruppetto di sopravvissuti che sono rimasti intrappolati. Acrobazie circensi e grandi effetti speciali. C’è anche Sage, il figlio di Stallone, nei panni di un giovane arrogante e sedicente artista che viene sbattuto in prigione. Una nomination agli Oscar per il comparto delgli effetti sonori.